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Addio a Piero Fusaro, il presidente della Ferrari delle grandi sfide

Guidò il Cavallino tra il 1989 e il 1991, sfiorando il titolo con Prost. Era torinese

Addio a Piero Fusaro, il presidente della Ferrari delle grandi sfide

Addio a Piero Fusaro, il presidente della Ferrari delle grandi sfide

La sua è stata una stagione breve ma intensa, consumata in uno dei momenti più complessi e affascinanti della storia Ferrari. Piero Fusaro, dirigente torinese e già presidente del Cavallino Rampante, è morto ieri, a pochi giorni dal suo ottantanovesimo compleanno, al termine di una lunga malattia. Con lui se ne va uno degli uomini che hanno attraversato da protagonisti la transizione tra la Ferrari di Enzo e quella che, negli anni successivi, avrebbe cercato una nuova identità vincente.

Entrato in Fiat nel 1963, Fusaro aveva costruito la propria carriera all’interno del gruppo torinese, fino ad arrivare ai vertici della Ferrari in un momento delicatissimo. Erano gli anni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, un’epoca segnata da una Formula 1 feroce, dominata da rivalità leggendarie e da un livello tecnico sempre più alto. A Maranello, invece, si respirava l’urgenza di tornare competitivi dopo stagioni avare di soddisfazioni.

La sua presidenza, dal 1989 al 1991, nacque proprio con questo obiettivo: rimettere in carreggiata una scuderia ferita. Il primo segnale arrivò subito. Nel 1989, con Nigel Mansell, la Ferrari tornò a vincere due gare, riaccendendo entusiasmi che sembravano sopiti. Ma il divario con i top team restava evidente, e il lavoro da fare enorme.

Piero Fusaro

Il 1990 fu l’anno delle grandi speranze. L’arrivo di Alain Prost portò esperienza e ambizione, ma anche equilibri delicatissimi all’interno del box, già condiviso con Mansell. La stagione sembrò prendere una piega storica: il titolo mondiale sfiorato, perso solo all’ultima curva di un campionato segnato dal celebre incidente di Suzuka con Ayrton Senna. Un episodio che ancora oggi divide e che allora lasciò alla Ferrari il sapore amaro di un’occasione sfumata.

Proprio attorno a Senna si consumò uno degli episodi più discussi della gestione Fusaro. Secondo alcune ricostruzioni, il brasiliano sarebbe stato vicino a vestire il rosso Ferrari. Un’operazione mai concretizzata, tra versioni contrastanti e decisioni strategiche che ancora oggi alimentano il dibattito tra appassionati e addetti ai lavori. Quel che è certo è che Senna restò alla McLaren e continuò a vincere, mentre la Ferrari non riuscì a completare il salto definitivo.

Il 1991 segnò la fine di quell’esperienza. Fusaro lasciò il posto a Luca Cordero di Montezemolo, chiamato a inaugurare una nuova fase per la scuderia. Un passaggio che, col senno di poi, rappresenta uno spartiacque nella storia del Cavallino.

Di Fusaro resta l’immagine di un manager legato profondamente alla tradizione Ferrari, cresciuto all’ombra del “Commendatore” Enzo Ferrari, che lui stesso ricordava con parole cariche di affetto: «Ho trascorso con il Commendatore gli anni più entusiasmanti e formativi della mia vita professionale. Per me era stato come un padre».

Una figura controversa, come spesso accade a chi si trova a gestire momenti di passaggio. Tra scelte difficili, risultati alterni e una Formula 1 spietata, la sua presidenza ha rappresentato un tentativo di tenere insieme passato e futuro, identità e cambiamento. Non sempre riuscendoci, ma lasciando un segno in un’epoca in cui la Ferrari cercava, ancora una volta, di tornare grande.

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