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Rai Torino, scoppia il caso: il Palazzo della Radio finisce in vendita

«Non è un taglio», dice la Rai. Ma la politica insorge, dal Pd al Movimento 5 Stelle

Rai Torino, scoppia il caso: il Palazzo della Radio finisce in vendita

Rai Torino, scoppia il caso: il Palazzo della Radio finisce in vendita

Il rischio è che un pezzo di storia dell’informazione italiana venga ridimensionato fino a diventare solo una voce in un piano immobiliare. E a Torino il tema torna con forza al centro del dibattito politico, tra allarmi, proposte alternative e tentativi di rassicurazione.

Ancora dismissioni nell’informazione piemontese e una domanda che attraversa istituzioni, lavoratori e politica: quale futuro per il Palazzo della Radio di via Verdi e per il Centro Rai “Piero Angela”?

A riaccendere i riflettori è stato il presidio dei lavoratori davanti al civico 31 di via Verdi, luogo simbolo dove è nata la radiofonia italiana e oggi inserito dal CdA Rai tra gli immobili da dismettere. Da lì si è aperto un fronte politico ampio, che vede convergere critiche anche da schieramenti diversi, pur con accenti e proposte differenti.

Dal Partito Democratico, le consigliere regionali Nadia Conticelli e Gianna Pentenero parlano apertamente di una situazione critica. Secondo loro, il rischio è quello di un progressivo indebolimento della presenza Rai a Torino: «Un piano immobiliare che rivela una preoccupante strategia di dismissione della realtà televisiva torinese», sottolineano, collegando la vicenda a un quadro più generale di difficoltà dell’informazione piemontese, tra crisi dell’emittenza locale e grandi operazioni editoriali degli ultimi mesi.

Il punto centrale, spiegano, non è solo la vendita dell’edificio, ma l’assenza di una prospettiva chiara. Il centro di produzione torinese – con oltre 310 lavoratori, a cui si aggiungono orchestra, tecnici e personale degli appalti – rappresenta ancora oggi un presidio industriale e culturale rilevante. «Gli enti locali possono e devono porsi come interlocutori rispetto alla dirigenza nazionale Rai», insistono, chiedendo una proposta concreta per tutelare occupazione e pluralismo dell’informazione.

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Via Verdi

Su una linea diversa ma altrettanto critica si colloca il Movimento 5 Stelle, che al presidio ha partecipato con le consigliere Sarah Disabato e Valentina Sganga. La loro posizione è netta: «No alla dismissione del Palazzo della Radio». Ma, rispetto al PD, il M5S spinge con più forza su un’idea alternativa di rilancio.

«Il Palazzo della Radio non è un semplice immobile: è un luogo simbolo, dove sono nate la radio e la televisione italiane», affermano, sottolineando come svuotarlo significherebbe «rinunciare a una parte della nostra identità». Da qui la proposta: trasformare l’edificio in un grande polo integrato della comunicazione, collegato al Museo del Cinema e capace di unire produzione, archivi, formazione e innovazione.

Nel ragionamento pentastellato, il tema non è solo difensivo ma progettuale. «Serve subito una progettualità chiara e ambiziosa per dargli un futuro», insistono, chiedendo anche la convocazione urgente di una commissione congiunta tra Comune e Regione, con la presenza dei vertici Rai. L’obiettivo è evitare che il processo venga deciso altrove, senza un reale coinvolgimento del territorio.

Se la politica solleva dubbi e avanza proposte, dalla Rai arriva invece una lettura opposta, che punta a ridimensionare le preoccupazioni. L’azienda chiarisce che non si tratta di un disimpegno, ma di una riorganizzazione. La riduzione degli spazi, spiega, «non va interpretata come una scelta penalizzante», bensì come parte di un percorso di modernizzazione dell’apparato produttivo e di utilizzo più razionale delle risorse.

Le attività oggi ospitate nel palazzo di via Verdi 31, secondo quanto comunicato, saranno trasferite nel vicino centro di produzione di via Verdi 14-16. Un passaggio che dovrebbe accompagnarsi a interventi di ammodernamento tecnologico e architettonico, oltre alla creazione di un nuovo hub delle Teche Rai, progetto già in fase avanzata e finanziato dal Ministero della Cultura.

È qui che si concentra il vero nodo del confronto. Da una parte, chi teme che la dismissione di uno spazio simbolico possa tradursi in un progressivo ridimensionamento della presenza Rai a Torino. Dall’altra, chi – come l’azienda – parla di razionalizzazione e rilancio, sostenendo che la centralità del capoluogo piemontese non sia in discussione.

Nel mezzo, restano le incognite politiche e strategiche. La proposta, più volte avanzata, di portare a Torino direzioni nazionali come Rai Cultura o Rai Documentari non ha ancora trovato una risposta concreta. E il timore condiviso da più parti è che, senza un progetto forte, il ridimensionamento degli spazi possa tradursi, nel tempo, in un indebolimento più ampio.

Per ora, l’unico dato certo è la scadenza: entro il 2026 gli spazi di via Verdi 31 dovranno essere liberati. Un orizzonte che impone scelte rapide e che rende il confronto inevitabile.

Perché in gioco non c’è solo un edificio, ma il ruolo che Torino vuole continuare ad avere nel sistema dell’informazione pubblica italiana.

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