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Cronaca

Caso “5 Forchette”, il M5S all’attacco: «Chiorino si dimetta come Delmastro»

Scontro durissimo in Consiglio regionale: i pentastellati parlano di «silenzio vergognoso» e chiedono un passo indietro per «opportunità politica». FdI replica: «Gogna mediatica, fatti inconsistenti»

Elena Chiorino e Alberto Cirio

Elena Chiorino

“Deve dimettersi”. “Deve fare un passo indietro”. A Palazzo Lascaris, nel giorno più teso delle ultime settimane, le parole del Movimento 5 Stelle rimbalzano tra i banchi dell’opposizione e si trasformano in una richiesta politica netta, destinata a pesare anche nei prossimi giorni.

Nel mirino c’è la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, socia di minoranza della società “Le 5 Forchette”, proprietaria della “bisteccheria”.

“Questa mattina, in Consiglio regionale, il Movimento 5 Stelle ha chiesto le sue dimissioni”, dichiarano Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio, parlando di “fatti sconcertanti che da giorni campeggiano sulle prime pagine di tutti i giornali” e denunciando l’assenza di risposte: “Abbiamo chiesto in ogni modo chiarimenti esaustivi, che al momento non sono arrivati”.

Sarah Disabato dei cinquestelle

Il passaggio politico decisivo, però, arriva da Roma ed è “il passo indietro del Sottosegretario alla Giustizia Delmastro”.

Una scelta che, secondo i pentastellati, apre inevitabilmente un fronte anche in Piemonte.

“Non possiamo che aspettarci una presa di coscienza anche da parte di Chiorino”. Da qui la richiesta esplicita di “un passo indietro – quantomeno per questioni di opportunità politica – nell’interesse della Regione Piemonte”.

Poco prima che arrivasse la notizia su Delmastro, sempre dai banchi dell’opposizione, era partito un affondo ancora più duro. “Il silenzio assordante di questa mattina a Palazzo Lascaris è stato vergognoso”, accusavano Sarah Disabato, Alberto Unia e Pasquale Coluccio, puntando il dito contro una maggioranza che, sostenevano, stava cercando di “fare finta di niente”.

Nel mirino anche il presidente Alberto Cirio. “Si sarebbe dovuto presentare in aula per spiegare… cosa è successo”. E invece, attaccavano, “hanno deciso di nascondere la testa sotto la sabbia, disertando la seduta per ‘impegni istituzionali’”.

Il punto, per il Movimento 5 Stelle, non è giudiziario ma politico: “Al momento non sono aperte indagini… ma la questione per noi è un’altra: parliamo di etica, di opportunità politica, di trasparenza”. E da qui l’accusa.

“Delle due l’una: o sapevano con chi avevano a che fare… oppure non sapevano nemmeno con chi facevano affari”. In entrambi i casi, concludono, “ciò li renderebbe totalmente inadeguati a ricoprire qualsiasi incarico istituzionale”.

Sullo sfondo, resta la vicenda che ha acceso lo scontro. La società “Le 5 Forchette Srl”, costituita a Biella, collegata a un ristorante romano – la “Bisteccheria d’Italia”. Tra i soci anche: Andrea Delmastro (25%), Elena Chiorino (5%), Davide Zappalà (5%), altri esponenti di Fratelli d’Italia e soprattutto Miriam Caroccia, 18 anni, con il 50% delle quote.

Miriam Caroccia è la figlia di Mauro Caroccia, imprenditore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, legato al clan Senese.

Una presenza che ha fatto esplodere il caso quando è diventata di dominio pubblico. E soprattutto per la sequenza dei fatti: l’ingresso nella società da parte di esponenti istituzionali e, successivamente, la cessione delle quote.

È su questo passaggio che l’opposizione insiste: non tanto la rilevanza penale – al momento assente – quanto la valutazione politica di quella scelta.

Dalla maggioranza, però, la risposta è altrettanto netta. Il capogruppo di Fratelli d’Italia, Carlo Riva Vercellotti, parla di “inaccettabile gogna mediatica” e accusa le opposizioni: “lo sciacallaggio della sinistra si scontra con la verità dei fatti”. Una linea che punta a ridimensionare il caso: “i fatti sono totalmente inconsistenti”.

Nel merito, la difesa è chiara: “hanno acquisito quote minoritarie… con soci del tutto incensurati” e “non appena hanno appreso di una situazione giudiziaria… hanno immediatamente ceduto le loro quote”. Una scelta, sottolinea, fatta “molto prima che la notizia avesse alcun risalto mediatico”.

E ancora, l’affondo contro chi solleva dubbi: “anche solo insinuare presunte… connivenze mafiose è diffamatorio”. Fino ad arrivare alla lettura politica della vicenda: “Non ci sfugge la tempistica… a pochi giorni dal voto referendario”, stigmatizza Carlo Riva Vercellotti, evocando “armi di distrazione di massa”.

Lo scontro si allarga anche all’aula. I capigruppo di maggioranza – Carlo Riva Vercellotti, Silvio Magliano, Paolo Ruzzola e Fabrizio Ricca – attaccano l’opposizione per aver abbandonato la seduta durante la commemorazione delle vittime di mafia: “irrispettosa… ha preferito comportarsi in maniera irrispettosa”, parlando di “strumentalizzazione… per guadagnare spazio mediatico”.

Ma al di là delle accuse incrociate, il nodo politico resta tutto aperto. Da una parte una richiesta di dimissioni che trova nuova forza nel precedente nazionale. Dall’altra una difesa che si concentra sull’assenza di rilievi giudiziari.

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