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Infermieri cercansi (anche in Uzbekistan)

Il Piemonte vola a Tashkent per “seminare” personale sanitario: strategia elegante, tempi lunghi. Intanto, negli ospedali, i turni restano scoperti.

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C’è una delegazione piemontese che in queste ore si trova a Tashkent, in Uzbekistan, e già questa sarebbe una notizia: non capita tutti i giorni che l’emergenza degli ospedali nostrani prenda la via dell’Asia Centrale. E invece è proprio lì, tra incontri diplomatici, università e partnership in lingua italiana, che il Piemonte prova a inseguire una soluzione a un problema molto più vicino: la carenza di infermieri.

La delegazione è guidata dall’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, insieme a Luca Ragazzoni, delegato agli affari internazionali dell’Università del Piemonte Orientale, e Ivan Bufalo, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Torino. Missione lampo, spiegano, utile a consolidare i rapporti avviati dopo il vertice di Roma e a dialogare con gli atenei disponibili ad aprire collaborazioni. A Tashkent, del resto, una presenza italiana già c’è, con una sede del Politecnico e legami consolidati che fanno sembrare meno esotico ciò che, fino a ieri, sarebbe parso semplicemente remoto.

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Il motivo del viaggio, però, è assai meno pittoresco della destinazione. In Piemonte mancano 6.000 infermieri. Non qualche decina, non un vuoto fisiologico: 6.000. E se si allarga lo sguardo, l’Organizzazione mondiale della sanità parla di una carenza globale da due milioni di operatori. Nel frattempo, i pensionamenti corrono, il turn-over nella sanità regionale è altissimo e le facoltà, persino lavorando a pieno ritmo, non riescono a sfornare abbastanza laureati per coprire chi esce.

Così il Piemonte ha deciso di guardare oltre confine. Prima l’Albania, ora l’Uzbekistan. Sempre con una premessa che viene ripetuta quasi con la premura di chi teme d’essere frainteso: non si tratta di andare a prendere manovalanza a basso costo. No, la formula è più elegante, più presentabile, più da tavolo internazionale. Si parla di formazione universitaria, di percorsi clinici e linguistici, di professionisti da preparare sotto la supervisione dell’Ordine, perché possano un domani lavorare nella sanità pubblica italiana.

È, sulla carta, un disegno persino rispettabile. Non il saccheggio dei migliori laureati, ma la costruzione comune di un percorso. Non il colpo di mano sul mercato del lavoro, ma una lenta coltivazione di competenze. L’Università del Piemonte Orientale, dopo il progetto avviato in Albania con il double degree italo-albanese insieme all’università di Argirocastro, prova ora a replicare il modello sul fronte uzbeco.

E tuttavia resta quella lieve, inaggirabile ironia che accompagna tutte le strategie di lungo periodo quando si scontrano con le urgenze del presente. Perché mentre Riboldi, Ragazzoni e Bufalo sono a Tashkent a immaginare gli infermieri di domani, negli ospedali piemontesi si fa i conti con quelli che mancano oggi. Da una parte la diplomazia accademica, dall’altra i turni scoperti. Da una parte l’empowerment universitario, dall’altra il pronto soccorso.

I promotori dell’iniziativa sono prudenti: nessun grande arrivo immediato, nessuna invasione numerica, nessuna scorciatoia. È una strategia chiara, dicono, e di lungo termine. Il che è probabilmente vero. Il punto, semmai, è che il lungo termine ha sempre un grande vantaggio: non chiede risultati entro domani mattina. E la sanità piemontese, invece, avrebbe bisogno esattamente di quello.

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