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20 Marzo 2026 - 10:16
Il Martinetto all’alba: otto condanne a morte eseguite in pochi secondi sotto i fucili fascisti
Mercoledì 5 aprile 1944, mattina. All’alba. Torino. Otto uomini vengono prelevati dal carcere “Le Nuove” da militi della Guardia Nazionale Repubblicana.
Non c’è clamore, non ci sono annunci. Solo ordini secchi, eseguiti senza esitazione.
I corridoi della prigione sono già svegli da ore: chi è dentro ha capito. Quando si aprono certe porte, a quell’ora, non è mai per un trasferimento qualsiasi.Gli uomini vengono fatti uscire uno alla volta. Niente resistenza, niente scene.
Il passaggio è rapido. Fuori li attendono gli automezzi.
I motori sono accesi, pronti. Il convoglio parte subito.
Destinazione: corso Svizzera, angolo corso Appio Claudio.
Il campo di tiro del Martinetto.Un luogo che, fino a pochi mesi prima, era poco più di una struttura militare periferica.
Poi arriva l’8 settembre 1943. L’armistizio. Il crollo dello Stato. L’occupazione tedesca. La nascita della Repubblica Sociale Italiana.
Da quel momento il Martinetto cambia funzione. Diventa un luogo di esecuzione. Un punto fisso nella geografia della repressione torinese.Qui vengono portati soprattutto oppositori politici. Partigiani, militanti clandestini, uomini sospettati di far parte di organizzazioni antifasciste. Qui si conclude, quasi sempre all’alba, ciò che è iniziato con arresti, interrogatori, torture.
Gli otto uomini sul camion fanno parte di quel mondo.
Si chiamano Errico Giachino e Quinto Bevilacqua, socialisti; Giulio Biglieri e Paolo Braccini, esponenti del Partito d’Azione — Braccini è anche il primo comandante delle Brigate Giustizia e Libertà; Eusebio Giambone, operaio comunista; e tre ufficiali dell’esercito: il capitano Franco Balbis, il tenente Massimo Montano, il generale di brigata Giuseppe Perotti.
Non sono stati arrestati insieme. Non nello stesso giorno, non nello stesso luogo. Le catture avvengono nel corso del mese di marzo 1944, in momenti diversi, ma dentro la stessa operazione repressiva. Un’azione mirata contro il Comitato di Liberazione Nazionale Regionale Piemontese.
Un organismo clandestino, ma già strutturato. Coordinamento politico e operativo della Resistenza in Piemonte. Per la Repubblica Sociale e per i tedeschi è una minaccia concreta. Va colpito. Va smantellato.
Le accuse sono pesanti. Per alcuni — Perotti, Giambone, Braccini, Balbis — si parla apertamente di appartenenza al CLNRP. Per gli altri, il quadro è comunque quello della cospirazione politica e dell’attività sovversiva.
Non sono gli unici arrestati.
Insieme a loro finiscono in carcere anche il tenente colonnello Giuseppe Giraudo, Gustavo Leporati, il tenente di complemento Silvio Geuna, l’avvocato democristiano Valdo Fusi, il socialista Pietro Carlando, il liberale Brosio. Tutti legati, a vario titolo, al Comitato di Liberazione. E poi altri. Molti altri. Una quarantina di persone fermate sulla base di sospetti, segnalazioni, appartenenze politiche.
Il carcere “Le Nuove” si riempie.
Seguono gli interrogatori. Pressioni. Tentativi di ricostruire la rete, di ottenere nomi, contatti, strutture. È una fase decisiva: l’obiettivo non è solo colpire singoli individui, ma disarticolare un sistema.
Poi arriva il processo.
2 e 3 aprile 1944.
Due giorni. Non di più.
Un procedimento rapido, voluto come esemplare. La giustizia della Repubblica Sociale si muove in fretta quando si tratta di reati politici. Non ci sono tempi lunghi, non ci sono margini. Le decisioni sono già orientate.
Le accuse vengono formalizzate. Difese deboli, spazi ridotti. Il risultato è già scritto.
Il verdetto arriva senza sorprese.
Condanna a morte per Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimo Montano, Giuseppe Perotti.
Ergastolo per Pietro Carlando, Silvio Geuna, Giuseppe Giraudo, Gustavo Leporati.
Due anni di carcere per Brosio.
Assoluzione per insufficienza di prove per Valdo Fusi.
La macchina si è mossa rapidamente. Arresto, processo, condanna. Tutto in poche settimane.
E poi, due giorni dopo, l’esecuzione.
Mercoledì 5 aprile 1944, mattina. All’alba.
Il convoglio arriva al Martinetto.
Il campo è già pronto. Il plotone d’esecuzione è schierato. Non ci sono spettatori. Solo militari, funzionari, il personale necessario. E un sacerdote.
Gli otto uomini vengono fatti scendere.
Non c’è alcun rituale solenne. Le operazioni si svolgono in modo ordinato, quasi amministrativo. Le sedie sono già posizionate. Sedie di legno. Semplici.
Gli uomini vengono legati.
Di spalle al plotone.
È la procedura adottata in molti casi. Non vedere il momento dello sparo. Non incrociare gli sguardi di chi esegue l’ordine. Ridurre tutto a una sequenza tecnica.
Il sacerdote si avvicina. Assiste. Più tardi parlerà di “grande dignità”. È una delle poche testimonianze dirette che restano.
Viene letta la sentenza.
Le parole sono quelle già pronunciate due giorni prima. Non c’è nulla da aggiungere. È una formalità, ma necessaria. Serve a chiudere il percorso, a rendere ufficiale l’atto finale.
Poi l’ordine.
Il plotone si prepara.
Non ci sono lunghe attese. Non ci sono ripensamenti.
Gli spari arrivano subito.
Una scarica unica, violenta. I colpi colpiscono i corpi e il muro alle loro spalle. L’eco si disperde rapidamente.
È finita.
Otto uomini vengono uccisi in pochi secondi.
I corpi restano sulle sedie. Le operazioni successive — verifica del decesso, gestione dei cadaveri — vengono svolte senza particolari formalità. È routine. Tragica, ma routine.
Quella del 5 aprile non è un’esecuzione isolata.
Il Martinetto, tra il settembre 1943 e la primavera del 1945, diventa uno dei principali luoghi di fucilazione a Torino. In totale, saranno 61 le persone uccise lì, in circa venti mesi.
Partigiani, militanti politici, oppositori.
Il caso degli otto del CLNRP ha però un peso particolare.
Colpisce il vertice della Resistenza piemontese. Uomini con ruoli di coordinamento, con competenze militari e politiche. La loro eliminazione è pensata come un colpo decisivo.
Ma l’effetto non è quello sperato.
La Resistenza non si ferma.
Si riorganizza. Cambia assetto. Continua.
I nomi degli otto fucilati iniziano a circolare. Non immediatamente sui giornali — la stampa è controllata — ma nella rete clandestina, nei racconti, nelle testimonianze indirette. Diventano punti di riferimento.
Dopo la guerra, il luogo cambia.
Il campo di tiro del Martinetto viene riconosciuto come sito della memoria. Nel 1945 diventa monumento nazionale.
L’8 luglio dello stesso anno viene inaugurata una lapide che ricorda i caduti.
Un cippo viene dedicato ai “martiri della resistenza piemontese, la cui morte salvò la vita e l’onore d’Italia”.
Negli anni successivi, gran parte della struttura viene demolita.
Si decide di non conservare tutto. Di lasciare solo una parte.
Nel 1967 viene mantenuto il recinto delle esecuzioni. Attorno viene realizzato un piccolo giardino.
All’interno resta il muro.
Su quel muro sono ancora visibili i segni dei proiettili.
Non sono simbolici. Sono materiali. Fori nel cemento, allineati, concreti.
Accanto, una teca conserva i resti di alcune delle sedie utilizzate per le fucilazioni.
Frammenti di legno. Oggetti comuni, diventati testimonianza.
Oggi il Sacrario del Martinetto è uno spazio raccolto. Non grande, non monumentale nel senso classico.
Ma è un luogo preciso.
Un luogo dove un fatto accaduto all’alba di un mercoledì del 1944 continua a essere leggibile.
Non attraverso ricostruzioni, ma attraverso ciò che resta.
Il muro.
I segni.
I nomi.
Errico Giachino.
Quinto Bevilacqua.
Giulio Biglieri.
Paolo Braccini.
Eusebio Giambone.
Franco Balbis.
Massimo Montano.
Giuseppe Perotti.
Otto uomini.
Una data.
Un luogo.
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Oggi il Sacrario del Martinetto è uno spazio piccolo, quasi nascosto, incastonato tra palazzi costruiti nel dopoguerra. Se non lo si cerca, si rischia di passarci accanto senza accorgersene. Eppure è uno dei punti più densi della memoria civile torinese.Quello che si vede oggi è solo una parte minima dell’antico complesso. Il poligono, costruito alla fine dell’Ottocento, occupava un’area molto più ampia, chiusa da alte mura e utilizzata per l’addestramento al tiro. Dopo la guerra, però, si scelse di non conservarlo integralmente. La città aveva bisogno di spazio, di case, di normalità. E così gran parte della struttura venne demolita.Negli anni Cinquanta il campo di tiro fu definitivamente trasferito alle Basse di Stura. L’area del Martinetto cambiò volto: dove prima c’erano strutture militari, sorsero edifici residenziali. La memoria rischiava di disperdersi insieme alle macerie.A impedirlo fu una scelta precisa.Già nel marzo del 1945, quando la guerra non era ancora finita, il Comitato di Liberazione aveva indicato quel luogo come “sacro”. Non un semplice spazio da ricordare, ma un punto da preservare. Una posizione che nel dopoguerra trovò conferma anche a livello istituzionale: il sito venne riconosciuto di interesse nazionale e sottoposto a tutela.La sistemazione attuale risale al 1967. Non una ricostruzione, ma una selezione. Si decise di mantenere il recinto delle esecuzioni, isolandolo dal resto della città con un piccolo giardino. Una scelta sobria, quasi minimale, che evita ogni monumentalizzazione eccessiva.All’interno, pochi elementi.Un cippo.
Una lapide con i nomi dei fucilati.
Una teca.
E soprattutto il muro.
È quello il punto centrale. Non per dimensioni, ma per significato. Non è stato restaurato per cancellare i segni, ma conservato per mantenerli visibili. I fori dei proiettili sono ancora lì. Non spiegano, non raccontano: mostrano.
Accanto, in una teca, sono conservati i resti di una delle sedie utilizzate durante le esecuzioni. Non un oggetto simbolico, ma un frammento reale. Legno consumato, sopravvissuto alla distruzione del resto del complesso.
La lapide, inaugurata nel luglio del 1945, riporta i nomi dei fucilati. Senza date, ma con l’indicazione della professione. Una scelta tipica del primo dopoguerra: restituire identità, più che cronologia. Operai, militari, professionisti. Non solo vittime, ma persone.
Oggi il Martinetto è il principale luogo cittadino dedicato alla Resistenza. Non è uno spazio turistico, né un monumento spettacolare. È un luogo civile.
Ogni anno, il 5 aprile, si svolge una commemorazione ufficiale. Autorità, associazioni, cittadini. Un rito che si ripete, ma che non è mai identico. Perché cambia la città attorno, cambiano le generazioni, cambia il modo di guardare a quella storia.
Eppure quel recinto resta.
Circondato da palazzi, attraversato dal traffico, inserito in una Torino che nel frattempo è diventata altro. Industria, trasformazione, crisi, rinascita. Ma lì, in quello spazio delimitato, il tempo ha un’altra misura.
Non è un luogo che impone. Non guida il visitatore.
Sta fermo. E proprio per questo continua a funzionare.
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