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Mestieri scomparsi. Il moleta della Val Soana

Un testo di Emanuele Bella autore del libro "Camminavamo a testa alta"

Mestieri scomparsi. Il moleta della Val Soana

Un moleta, di cui non sappiamo il nome, con il suo carretto sulle vie dell’eporediese a fine anni ’70. Roncole e coltelli da affilare sono appoggiati al muro (foto archivio Giuseppe Vachino)

Parte delle radici familiari di Emanuele Bella – che oggi vive a Margarita, piccolo paese poco distante da Cuneo – sono nella valle dell’Orco. I primi anni di vita li ha trascorsi a Farigliano, tranquilla località sulle ultime propaggini dell’Alta Langa.

Di recente ha scritto un libro che racconta la sua infanzia, storie e memorie di una quarantina di anni fa. Dalla sua penna affiorano personaggi un po’ particolari, che ormai ci siamo abituati a non vedere più ma che una volta era consuetudine incontrare lungo le strade.

Personaggi che giravano di paese in paese per esercitare il loro mestiere: erano i cadreghé (impagliatori di sedie), i vedrié(vetrai) e i moleta. Uno di quest’ultimi è il protagonista delle pagine scritte da Emanuele Bella.

In primavera i molita scendevano dalle montagne della Val Soana (quasi tutti venivano da Ingria o da Frassinetto) per girare il Piemonte. Ognuno aveva i suoi giri.

Ecco la toccante descrizione che Bella fa del molita valasoanino arrivato a Farigliano con il suo carretto.

 

* * *

L’avvento della primavera portava con sé, negli anni della mia prima infanzia, l’arrivo di alcuni personaggi caratteristici, estranei alla comunità. Dalla finestra della camera spalancata ai primi tepori, nel tentativo di saziarsi di un calore ancora un po’ timido, entravano delle grida che ben conoscevo: «Vedriéee!», «Cadreghéee!», «Moletaaa!».

Correvo sul balcone di casa, quasi nel tentativo di osservare per primo le novità. Erano uomini che giungevano da lontano, da molto lontano, con l’attrezzatura sulle spalle o su di un piccolo carretto.

Mi precipitavo in strada. A Farigliano prendevano come bottega provvisoria l’angolino vicino alla fontana, sull’inizio della fila dei grandi pini. Dopo aver gridato a gran voce il loro mestiere si sedevano ed attendevano i clienti, sollecitando e ripetendo di tanto in tanto il grido caratteristico.

Il cadreghé intrecciava sapientemente la paglia, che teneva in grandi matasse sulle spalle, per formare il piano delle sedie. (..)

 

La magia degli arrotini

Tra tutti questi uomini di attitudine nomadica stimavo maggiormente l’arrotino. Un po’ perché come maschietto ero attratto da qualsiasi tipo di lama; un po’ perché l’attrezzo che utilizzava aveva un qualche cosa di magico. Era sempre veneto o canavesano.

Nel primo caso rappresentava ai miei occhi un alieno che arrivava da un altro pianeta. Aveva infinità di storie da narrare e parlava un’altra lingua. Il canavesano invece veniva dalle terre di mia bisnonna e potevamo finalmente avere qualche notizia fresca di… sei sette mesi.

La mia bisnonna non aveva il telefono e sapeva a malapena firmare, poverina, per cui la vedevo e la sentivo soltanto due volte l’anno.

Del moleta veneto ricordo ancora persino la canzone: «Me pare fa ’l moleta me fò el moletin, quand me pare sarà mort sarai moleta mi. E zin e zòn la mola e zin e zòn e zàn. L’è n’arte che consola l’è ’n bon mistér en man».

Me la insegnò tutta! Chiedendo preventivamente il permesso ai miei per il verso che diceva: «Me molo per gli omeni e per le done ancor. Se pò son giovanete ancor pù de cor…».

Era un uomo robusto, alto e dagli occhi azzurrissimi. Penso avesse passato i 45, o che perlomeno li dimostrasse tutti. Arrivava spingendo il carrettino con la grande ruota in legno, con la schiena dritta come un fuso. Poi gridava: «Moletaaa moletaaa venite dooonneee».

Si piazzava vicino alla fontana anche lui e preparava la bottega. Girava la carretta double-face a gambe all’aria e, con l’inserimento di una cinghia e l’attacco del pedale, la preparava per il lungo lavoro.

Quando tutto era stato montato e stabilizzato infilava da sopra un braccio che terminava in una S e vi appendeva una latta con un piccolo rubinetto in ottone.

Regolando la caduta dell’acqua e pedalando sul lungo pedale laterale, la ruota prendeva a girare e faceva ruotare la mola tramite una cinghia.

Le pietre da mola erano due. La più grande e a grana un po’ più grossa e, coassiale, la seconda più piccola e fine. Sempre sullo stesso asse, delle rotelle più grandi e più piccole, sul principio del cambio della bicicletta, aumentavano o diminuivano i giri della pietra.

Completavano il corredo le pietre per la finitura e una sostanza oleosa che lui chiamava “il suo segreto” per pulire le lame e farle risplendere.

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Vite sulla strada

Restavo ad osservare per ore e ore la pietra che girava, facendo talvolta schizzare via le scintille e stridendo sui coltelli più grandi. Tra una cliente e l’altra – quasi sempre massaie – mi davo da fare riempiendo nuovamente la latta. Aveva un approccio con le donne da uomo piuttosto intraprendente.

Doveva essere stato un bel ragazzo e non dubito che avesse approfittato in passato della sua figura per qualche avventura occasionale.

Di quel tempo non lontano gli era rimasta la capacità di chi lavora con le donne ogni giorno e sa sempre cosa dire. Le vedeva arrivare, le studiava e poi esordiva con: «Ma che bella signora!» oppure «Meno male che son capitato qui in primavera che si vedono tanti bei fiori in giro». Con quelle più attempate provava «un vostro marito non sa che fortuna che ha». Si rivelavano frasi fatte; ma un po’ variate dall’una all’altra signora perché non lo sembrassero, suscitavano persino qualche rossore alle astanti. Erano tempi in cui gli uomini facevano complimenti alle mogli e o alle fidanzate quasi sempre prima dell’amplesso o in punto di morte.

Il minimo complimento, a maggior ragione se fatto da un estraneo, le rendeva malleabili e civettuole. Una volta una signora si volse verso il marito dicendogli: «Vedi! Lui sì che ne capisce». E il marito, rivolto verso l’arrotino gridò ridendo: «Meno male che viene una volta ogni due anni a rovinarmi il mercato! Ma la prossima volta se la prende e la porta via così prova anche un po’ lei!».

Penso che i coltelli spesso non fossero neppure così senza filo. Un po’ li si portava per aiutare il personaggio che certo non navigava nell’oro. D’altro canto si cercava di carpire qualche notizia o qualche storia che, spacciata per propria con le amiche o al bar, facesse fare la figura della donna o dell’uomo di mondo. «Pensa che ho saputo che a Milano la moda di quest’anno…» oppure «il prezzo delle uve in Friuli è sceso».

Verso sera cominciava a preoccuparsi della sistemazione per la notte e cercava di ottenere un riparo in cambio di un po’ di lame molate. Così riusciva a sistemarsi per terra sotto qualche tettoia e a rimediare, presso i più generosi, anche un piatto di minestra. Per chi vive sulla strada le tecniche si affinano e la pancia vuota aguzza l’ingegno.

 

Uno spirito sensibile

Il secondo moleta arrivava in autunno e aveva una piccola casa nel Canavese. Credo in Val Soana. Piccolo e dal viso scuro, era un po’ l’antitesi del precedente. Timido e riservato, parlava pianissimo e non guardava mai le donne negli occhi. Prendeva la lama da affilare con delicatezza, la avvolgeva in un foglio di giornale, scriveva il nome del proprietario a matita e la riponeva in una cassetta.

La carretta era identica alla precedente ma con una sola mola. L’affinamento del filo avveniva con una serie di pietre e con l’emulsione di acqua e olio. Nonostante la timidezza era apprezzato per la bravura e per una sorta di poesia che emanava. Meno sicuro del veneto, sembrava si muovesse sempre camminando sulle uova.

Sorrideva più con gli occhi che con il viso e si avvicinava con rapidi scatti solerti alla cliente. Come se si dovesse imporre di vincere la timidezza.

Due parole di convenevoli e poi decideva se poteva fare il lavoro sul momento o se bisognava tornare. Scriveva il nome sul pacchetto di lame con una matita consumata, tenuta infilata tra l’orecchio e il berretto.

Ogni tanto faceva una pausa fumando delle sigarette di un tabacco profumatissimo, come quello da pipa, e tagliando le cartine in due. Non staccava il lembo in eccesso, riponeva la metà della cartina nello sportellino della tabacchiera, facendo così sigarette di diametro piccolissimo.

Parlava poco ma mi piaceva ascoltarlo, perché aveva la capacità di raccontare le cose con taglio quasi giornalistico, aggiungendo particolari, legati al tempo o al paesaggio, particolarmente poetici. Aveva uno spirito sensibile che non cercava di mascherare con la rudezza dell’uomo di montagna. Mi è rimasta impressa una sua descrizione stupita del Santuario della Mellea.

Aveva la religiosità, intrisa di lieve animismo, tipica delle valli di montagna e si era fermato ad accendere una candela. Ciò nonostante non disse una sola parola sulla bellezza dell’architettura.

Raccontò con entusiasmo che si era fermato a parlare con padre Salvatore, l’erborista, e che erano rimasti stupiti per la fioritura incredibile di “Non ti scordar di me” che coprivano tutta la ripa. Li conoscevo entrambi e non parve strano; mi piacque molto che due anziani, di cui un erborista e uno che aveva visto milioni di prati, conservassero ancora lo stupore per un fenomeno tanto naturale.

 

Meglio il pavimento!

Un giorno, non lo sapevamo ancora, venne fuori che era del Canavese e, siccome avevamo su tutti parenti, lo invitammo a pranzo. Non ne voleva sapere. Timido all’inverosimile e con un’educazione d’altri tempi, non osava neppure entrare in casa.

Quando mio padre gli chiese se prima di cena volesse fare il bagno perse i sentimenti. Non sapeva più come scusarsi, come togliersi d’impaccio, come uscire da quell’esagerato cumulo di attenzioni.

Mio padre tagliò corto: «Qui non siamo gente che fa tante balle. Se vuole fare una bagno la vasca è di là. Altrimenti non c’è problema. Era solo che sono stato militare tanti mesi sotto una tenda e quando si è in giro fa piacere fare un bagno caldo». Un po’ spiazzato e in cuor suo attratto dall’opportunità, si decise a entrare in bagno, restandoci per più di un’ora. Uscì sbarbato e pulito e sembrava un altro. Per l’occasione tolse dalla valigia il vestito della festa. Veramente non aveva una valigia.

Aveva un cappotto nero che gli arrivava sino alle caviglie, in cui avvolgeva gli altri abiti, opportunamente arrotolati, il necessaire, i soldi, ecc. Poi legava il tutto con un cordino per legare le balle di paglia e lo trasportava tenendolo per le asole o infilandolo nel retro della mola. Mia madre, alla vista di quella roba, gli chiese se poteva lavarla e, senza aspettare una risposta, la gettò in lavatrice tenendola con tre dita. Era al colmo della felicità.

A un tratto, mentre mangiavamo il coniglio in civet, prese la mano di mia mamma e la ringraziò: «Guardi, è il coniglio più buono che ho mangiato negli ultimi vent’anni». Forse era anche l’unico. Ci raccontò dei suoi viaggi, delle avventure varie, di come era diventato moleta. Restavo a fissarlo affascinato. Mi vedevo già con la mola tra le mani ad attraversare l’Europa. Era un buon mestiere, lo aveva detto anche l’arrotino concorrente.

Si fermò a Farigliano due giorni e dormì nel garage che avevamo appena affittato. Per terra, su un mucchio di sacchi che avevamo lì: «Non sono più abituato al letto.

Una volta che pioveva da un mese sono andato in albergo per una notte e me ne sono venuto via con la schiena a toc. Meglio il pavimento!».

 

Una storia d'amore

Per ricambiare volle affilare tutti coltelli e le lame che avevamo, persino quelle dei seghetti di mio padre. Stavo seduto lì a tentare di carpire i suoi segreti e gli dissi chiaramente che, quando non se la sarebbe più sentita, avrei rilevato la mola e avrei smesso di studiare. Tanto le scuole medie erano inutili, me lo avevano già detto in tanti.

Il giorno successivo sembrava un altro moleta. Rapido, anche un po’ brillante con le signore. Nella mia purezza infantile gli chiesi se aveva moglie o una fidanzata e naturalmente fu come se lo avessi pugnalato alla schiena.

Divenne malinconico: «Ho amato soltanto una donna, sai… tanti anni fa. Ero innamorato perso e sarei stato disposto persino a cercarmi un lavoro in fabbrica. Aveva i capelli nerissimi e gli occhi grigi e non riuscivo a pensare ad altro. Ho girato tutto il nord Italia e sono andato persino in Toscana. Sono rimasto fuori due anni per mettere insieme i soldi per aggiustare casa e fare famiglia. Mi aveva scritto all’indirizzo di alcune famiglie che conoscevo, dove sarei passato.

Quando ormai ero sulla via del ritorno, mi ha detto che suo padre l’aveva promessa al vicino di casa e che non dovevo scriverle più. Ho fatto tutto il ritorno, con la carretta in mano, in meno di una settimana. Non mi sono fermato neppure di notte. Quando sono arrivato al paese mi sono presentato dal padre e dai fratelli con tutti i soldi che avevo e loro mi hanno caricato di legnate.

L’avevano promessa a uno che era ben più vecchio ma aveva tanti terreni confinanti con i loro. Pensa che l’hanno sacrificata e, quando il cognato è morto, si sono divisi loro i terreni senza neppure darle la sua parte. Ho provato a rifarmi avanti, l’avevo aspettata per tutti quegli anni. Però lei aveva i figli e io… io ormai avevo la strada dentro. Non mi sarei visto bene in una casa.

Così, ogni tanto, una o due volte all’anno, torno a trovarla di nascosto, verso sera. Mangiamo cena insieme e ricordiamo i bei tempi. Lei vuole che io lasci la mola e che vada a stare con lei. I figli capirebbero anche perché gli ha fatto vedere tutte le lettere di quando eravamo giovani. Le ha ancora, sai? Ma ho paura che la mia vita finisca quando la mola smette di girare».

L’immagine era forte. Lo vidi come un protagonista di qualche sadico mito greco, condannato a far girare la mola tutta la vita per non morire. Si affrettò a recuperare, avendo letto sul mio viso dove stava andando la mia corrente di pensiero.

Sorrise dolcemente. «Non devi credere che io sia infelice. Anzi! Non riuscirei mica a cambiare vita, sai… sono 52 anni che porto in giro questa carretta. Ho conosciuto centinaia di persone e ogni anno ne rivedo tante che mi vogliono bene e mi rispettano. Ho qualche soldo da parte e non rischio di rimetterci niente perché tutto quello che ho lo vedi qui».

 

Sperando di ripartire

«Tante volte, mentre cammino sul bordo della strada, mi sorpassano rasenti dei cristu di mercedes lunghi 4 metri e chi li guida mi guarda con disprezzo. Quasi dessi fastidio. Mi fanno una pena. Io mi sposto, non spendo niente e in più con il mezzo che porto in giro guadagno anche. Non ho niente e non ho neppure il sagrin di perdere della roba. Chi è più tranquillo di me? E poi, in certi giorni di sole, soprattutto quando parto in primavera, ci sono dei prati così pieni di fiori, dei cieli così colorati… e le montagne. Cosa c’è più bello delle montagne?

Insomma, sono un uomo fortunato. E capisci che con tutto ’sto ben di dio sotto gli occhi, la gente che mi aspetta e qualche soldino che guadagno, passo tutto l’inverno a sperare di ripartire.

Alle prime giornate calde rinasco. Fermarsi, finire il viaggio e posare la mola è come morire. Eppure prima o poi dovrò farlo. Non riuscirò più a spingere la carretta o a tirarmi su e dovrò cercare di tornare a casa. Ho un po’ di orto, due stanze. Chissà… magari starò bene. Ma non voglio neppure pensarci».

Si gettò a pedalare a tutto spiano per esorcizzare il dolore che quel pensiero gli aveva procurato. Tornò per molti anni ancora. Poi, un giorno mio padre arrivò a casa e disse che su Radio Montecarlo – allora unica alternativa alle radio Rai – aveva sentito che avevano trovato l’arrotino morto. Prima di pranzo stava affilando le lame e verso le due lo videro accasciato sulla mola. «Sembrava dormisse. Quando lo abbiamo tirato su, sorrideva». Fermarsi è un po’ morire.

 

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