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19 Marzo 2026 - 17:02
Caterina Greco e Aldo Corgiat
C’è stato un momento, circa un mese fa, in cui a Torino – non a Settimo, che pure è il centro della storia, ma a Torino, che è sempre il luogo dove le cose si dicono senza dirle – Caterina Greco e Aldo Corgiat si sono seduti allo stesso tavolino di un bar di corso San Maurizio. Ora, uno potrebbe liquidarla così: un caffè, due parole, la nostalgia che ogni tanto prende anche i più navigati. E invece no. In politica, soprattutto da queste parti, i caffè non sono mai solo caffè.
Nel frattempo, il partito – il solito partito, quello che a Settimo coincide quasi con la vita amministrativa stessa – va a congresso. Matteo Cantamessa prende il posto di Nicolò Farinetto. Tutto previsto, tutto scritto, tutto lineare. Quello che lineare non è, e non era scritto da nessuna parte, è il passaggio successivo: Caterina Greco che decide, o meglio pretende, la presidenza del partito al posto di Silvano Rissio. La pretende e la ottiene con la forza dei numeri.
Embè? Già! Embè....
Perché a prima vista sembra una normale dinamica interna: uno sale, uno scende, qualcuno si sistema. Ma dentro il “partitolo” – come lo chiamano con affetto e veleno insieme – la faccenda ha fatto venire più di un mal di pancia.
A Rissio, naturalmente, che però se lo è subito fatto passare quando gli han fatto notare che è già presidente di Fondazione ECM e tanto gli deve bastare, anzi, era un'anomalia.
Ma soprattutto a quelli che leggono questo movimento come qualcosa di più: un lento, metodico riavvicinamento al centro politico della città.
Che poi Greco non se ne sia mai davvero andata è quasi un dettaglio. Basta scorrere Facebook: un post della sindaca Elena Piastra, una condivisione. Due, tre, cento. Sempre lì, sempre presente. Più che una militante, una funzione automatica. Se Zuckerberg introducesse l’antispam politico, forse sarebbe il primo caso di blocco per eccesso di entusiasmo istituzionale.
Eppure, oggi, Greco racconta altro: Torino, la Città Metropolitana, la delega all’istruzione. Tutto vero. Così come è vero che sotto la Mole l’anno prossimo si vota, e che senza la corrente Gallo – finita nel tritacarne giudiziario tra tessere, voti e autostrade – la partita diventa improvvisamente più complicata.
E allora ecco che il disegno si allarga. Se Torino non basta, se Torino non funziona, Settimo torna ad essere un’opzione. Anzi, più che un’opzione, una certezza mentale: presidente del partito oggi, candidata sindaca domani, nel dopo Piastra. Un percorso lineare, quasi naturale di una che si candiderebbe a tutto.
D’altronde, i titoli li ha. E i concorrenti?
Qui la faccenda si fa interessante. Perché Elena Piastra – che ufficialmente non decide nulla e ufficiosamente vorrebbe decidere tutto – sembrerebbe orientata su Umberto Salvi. Che però ha un problema: è Salvi. E quindi farebbe Salvi. Continuità, disciplina, ascolto dei “consigli”. Un candidato così perfetto da risultare già consumato prima ancora di partire.
Oppure no. Perché c’è chi giura che Salvi sia solo una mossa di copertura e che il vero nome sia Alessandro Raso, assessore, uomo di fiducia, continuità allo stato puro. Talmente pura da sembrare telecomandata. E la politica, quando somiglia troppo a una successione dinastica, comincia a innervosirsi.

Così lo scenario si riempie. Daniele Volpatto, riferimento schleiniano, oggi alla guida di Sat. Luca Rivoira, orbitante tra Alberto Avetta e Monica Canalis, con uno sguardo sempre più attento a Giorgio Gori. Tutti parlano, nessuno ufficializza. Tutti si muovono, con quella cautela tipica di chi sa che a Settimo le cose si fanno, ma non si dicono.
È un Pd che, all’improvviso, si riscopre vivo. Plurale. Perfino conflittuale. Un Pd che torna a discutere senza chiedere il permesso. E già questa, di per sé, è una notizia.
Poi, come se non bastasse, c'è la variabile Corgiat.
«Sto pensando di rifare la tessera del Pd». Non è una frase. È un messaggio in codice. Perché Aldo Corgiat non è un ex qualunque: è il patriarca, quello che per venti anni ha fatto e disfatto, scelto candidati, costruito equilibri. E che, a un certo punto, aveva scelto Fabrizio Puppo al posto di Caterina Greco. Tradimento. Fine dei rapporti. Gelo.
Poi l’uscita dal Pd, il passaggio ad Articolo 1, le convinzioni profonde, le dichiarazioni solenni. E adesso? Adesso eccolo lì, di nuovo seduto davanti a lei. Come se niente fosse. Come se tutto fosse.
La politica, in fondo, ha una regola semplice: se non puoi battere qualcuno, lo inglobi. Non è un ritorno romantico, quello di Corgiat. È un ritorno utile. E Greco lo sa. Come sa che avere Corgiat dalla propria parte significa molto più di qualche voto: significa rimettere in circolo un modo diverso di fare politica. Più ruvido, meno sorridente.
Perché il punto, alla fine, è tutto qui. L’era Piastra, oramai agli sgoccioli anche se la diretta interessata non se n'è ancora accorta, è stata un’era gentile. Educata. Sempre con il tono giusto, con la storia giusta, con il post giusto. Anche quando le cose non funzionavano, lo si diceva bene. O si spiegava che la colpa era di qualcun altro: Poste, Smat, Gtt, Trenitalia, Enel. E detto col sorriso, a Settimo, passava tutto.
Corgiat, invece, parla un’altra lingua. Quella delle scelte impopolari, delle discussioni vere, degli scontri. Parla di ospedali, di decisioni mancate, di una politica che racconta molto e incide poco. E lo fa senza il filtro della gentilezza obbligatoria.
E allora il quadro si ricompone: Greco che costruisce, Corgiat che rientra, il partito che si muove, le correnti che si agitano. E sullo sfondo una Elena Piastra, che a parole resta il centro di tutto ma tutt'intorno non c'è più uno che sa fila come crede lei.
Cosa succederà? È presto. Le tessere non sono tutto, le alleanze non sono ancora definitive, i sorrisi continuano a coprire i malumori. Ma una cosa è chiara: la stagione della concordia obbligatoria sta per finire.
E quando finisce, di solito, non finisce in silenzio.
A Settimo, per ora, il sipario è ancora alzato sulla rappresentazione ufficiale. Tutto in ordine, tutto sotto controllo. Ma dietro, nel retropalco, gli attori stanno già cambiando costume.
E se le premesse sono queste, c’è da scommetterci: lo spettacolo vero deve ancora cominciare.
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