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Metà dei minori palestinesi detenuti è senza accusa: cosa sta succedendo nelle carceri israeliane?

Nel 2025 il 51% dei bambini palestinesi detenuti si trovava in detenzione amministrativa, senza processo. Mancano dati sui centri militari e le testimonianze parlano di abusi, mentre Israele respinge le accuse e rivendica ragioni di sicurezza

Metà dei minori palestinesi detenuti è senza accusa: cosa sta succedendo nelle carceri israeliane?

Metà dei minori palestinesi detenuti è senza accusa: cosa sta succedendo nelle carceri israeliane?

Una pila di fascicoli senza capi d’imputazione. È l’immagine che restituisce il dato più netto: al 31 dicembre 2025, il 51% dei 351 minori palestinesi detenuti si trovava in detenzione amministrativa, cioè privato della libertà senza accusa né processo. A documentarlo è Defense for Children International – Palestine (DCIP), che segnala il livello più alto mai registrato da quando, nel 2008, ha iniziato a monitorare il fenomeno.

Il dato riguarda le carceri gestite dall’Israeli Prison Service (IPS, Servizio penitenziario israeliano), tra cui Megiddo e Ofer. Non include i minori trattenuti nei centri militari di detenzione e interrogatorio, per i quali non esistono statistiche pubbliche. È una lacuna decisiva. La fotografia, già grave, resta incompleta. Il 18 marzo 2026 Al Jazeera ha rilanciato i numeri insieme a testimonianze di violenze e abusi, inserendoli in un contesto più ampio: dall’ottobre 2023 l’uso della detenzione senza processo è aumentato in modo significativo. Un’organizzazione israeliana per i diritti umani ha descritto il sistema carcerario come una “rete di campi di tortura”.

Alla fine del 2025, secondo DCIP, i minori detenuti nelle strutture dell’IPS erano 351. Di questi, 180 erano in detenzione amministrativa. Si tratta della quota più alta mai rilevata, sia in valore assoluto sia percentuale. Ma il quadro è parziale. Mancano dati ufficiali sui minori trattenuti in installazioni militari o in strutture non dichiarate. Su questi luoghi, negli anni, DCIP ha raccolto testimonianze dirette che parlano di torture, maltrattamenti e condizioni disumane.

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Sul piano generale, il ricorso alla detenzione amministrativa contro i palestinesi è cresciuto in modo marcato. B’Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, ha stimato 3.474 detenuti amministrativi a fine settembre 2025, uno dei livelli più alti mai registrati. Anche in questo caso, i numeri disponibili non restituiscono l’intero fenomeno.

La detenzione amministrativa è una misura ereditata dal periodo del mandato britannico. Consente di trattenere una persona per sei mesi, rinnovabili senza limiti, sulla base di prove segrete non accessibili né al detenuto né alla difesa. Applicata ai minori, entra in contrasto con i principi fondamentali della giustizia minorile e con gli obblighi previsti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia. Dopo il 7 ottobre 2023, l’uso di questo strumento si è ampliato e ha riguardato anche donne e bambini.

Le testimonianze raccolte parlano di percosse, insulti, privazioni di cibo e acqua, mancanza di cure mediche e isolamento. Le denunce trovano riscontro in rapporti di organizzazioni israeliane e inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2024 e il 2026, che descrivono abusi ripetuti, anche di natura sessuale. L’IPS respinge le accuse e sostiene di operare nel rispetto della legge, affermando che eventuali reclami vengono esaminati secondo le procedure previste.

Il tema della trasparenza è centrale. Alcuni luoghi di detenzione restano fuori da ogni monitoraggio indipendente. Organizzazioni per i diritti umani segnalano l’esistenza di centri militari e strutture temporanee attivate dopo il 7 ottobre 2023. In questi siti, l’accesso del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è stato sospeso. Nel 2025, in sedi ufficiali delle Nazioni Unite a Ginevra, è stato ricordato che dal 2023 il CICR non ha potuto visitare né gli ostaggi israeliani né i detenuti palestinesi. L’assenza di controlli esterni rende difficile verificare le condizioni di detenzione e prevenire abusi.

Sul piano giuridico, il quadro è definito. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata da Israele, stabilisce che la detenzione dei minori deve essere l’ultima misura possibile e per il tempo più breve. Prevede il diritto ai contatti familiari, all’istruzione, all’assistenza legale e sanitaria. L’uso esteso della detenzione amministrativa solleva dubbi sulla compatibilità con questi principi. L’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani (OHCHR) ha ricordato nel 2025 che tortura e maltrattamenti possono configurare crimini di guerra. Relatori speciali delle Nazioni Unite hanno più volte richiamato Israele al rispetto degli standard internazionali.

Le autorità israeliane difendono la misura come strumento di prevenzione in un contesto di minacce concrete. Dopo il 7 ottobre 2023, il governo ha richiamato la necessità di agire in condizioni eccezionali. L’IPS ha respinto le accuse di abusi sistematici e ha ribadito l’esistenza di controlli interni. Resta però la questione sollevata da organizzazioni e agenzie internazionali: anche in situazioni di emergenza, la detenzione senza accusa e senza processo richiede limiti chiari e verificabili.

Negli anni precedenti, il ricorso a questa misura contro i minori era più contenuto. DCIP segnala che il 2024 aveva già segnato un aumento significativo, superato poi nel 2025. Nello stesso periodo, il numero complessivo dei detenuti amministrativi adulti ha superato i 3.400 casi. La pressione si è riflessa anche sulle sezioni minorili.

Il punto più difficile da valutare riguarda proprio ciò che non si vede. I centri militari e le strutture non ufficiali restano fuori dalle statistiche. Secondo le testimonianze raccolte da DCIP e da altre organizzazioni, è in questi luoghi che si registrano le condizioni più dure: isolamento, percosse, carenze alimentari, assenza di cure, minacce. Senza accesso indipendente e senza dati pubblici, la verifica resta limitata.

Il diritto internazionale prevede garanzie rafforzate per i minori: presenza di un adulto durante gli interrogatori, accesso alla famiglia, assistenza legale, supporto psicologico, condizioni dignitose. Le testimonianze raccolte in Cisgiordania e a Gerusalemme Est indicano pratiche diverse: interrogatori senza avvocati o familiari, ritardi nelle visite legali, restrizioni nei contatti, violenze fisiche. L’OHCHR ha chiesto il rispetto delle condizioni minime di detenzione, mentre l’UNICEF ha ribadito la richiesta di porre fine alla detenzione dei minori.

Nel 2025 è stato segnalato anche il decesso di un diciassettenne palestinese detenuto in Israele, morto dopo mesi senza accuse formali. Il caso ha sollevato interrogativi sull’assistenza medica e sulla trasparenza nelle indagini. L’IPS ha respinto le accuse di negligenza.

Il nodo resta politico e giuridico insieme. Israele richiama esigenze di sicurezza. Organizzazioni internazionali e ONG sottolineano i limiti imposti dal diritto. La questione riguarda anche la qualità delle garanzie: accesso alle informazioni, controllo indipendente, possibilità di difesa.

A due anni dall’inizio della fase più intensa del conflitto, i dati sui minori detenuti senza processo offrono un indicatore preciso. Il 51% registrato nel 2025 non è solo un numero. Segnala un cambiamento nella pratica, una riduzione della trasparenza e un ampliamento dell’uso di strumenti eccezionali. Capire la differenza tra carceri dell’IPS e centri militari, tra procedimenti ordinari e detenzione amministrativa, tra dati ufficiali e testimonianze indipendenti è essenziale per leggere questi numeri.

Fonti: Defense for Children International – Palestine (DCIP); Al Jazeera; B’Tselem; Israeli Prison Service (IPS); Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani (OHCHR); Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR); UNICEF.

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