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Esteri
19 Marzo 2026 - 00:58
Al largo di Fujairah, sui sistemi di tracciamento marittimo le petroliere sono rimaste ferme per ore, poi per giorni. Davanti a loro, lo Stretto di Hormuz, poche decine di chilometri di mare che collegano il Golfo Persico all’Oceano Indiano. Da quando il conflitto con l’Iran si è intensificato, quel passaggio è diventato il punto più fragile dell’economia globale. Il blocco, anche solo parziale, ha innescato una catena di effetti immediati: il petrolio è salito sopra i 100 dollari al barile in diverse sedute, il gas ha registrato aumenti improvvisi, i costi di trasporto e assicurazione sono cresciuti, i mercati finanziari hanno reagito con forti oscillazioni. I governi hanno iniziato a preparare misure d’emergenza. Al 18 marzo 2026 il rischio non è teorico: riguarda la tenuta della crescita mondiale.
Lo Stretto di Hormuz è il passaggio più sensibile per l’energia. Secondo la U.S. Energy Information Administration (EIA), da qui transita tra il 20% e quasi un terzo del petrolio trasportato via mare nel mondo, a seconda dei criteri di calcolo. Non è solo greggio. Circa un quinto del gas naturale liquefatto, il GNL (gas naturale liquefatto), passa da queste acque, soprattutto dai terminali del Qatar verso i mercati asiatici. Quando il traffico rallenta o si interrompe, l’impatto è immediato e si propaga a tutte le economie.
Il controllo della sponda settentrionale consente all’Iran di esercitare una pressione diretta su questi flussi. Gli analisti parlano di una possibile interruzione dell’offerta globale superiore a quella di molti shock petroliferi degli anni Settanta. Più a lungo la situazione resta instabile, più aumentano i danni.
Dall’inizio della fase più acuta delle ostilità, il prezzo del Brent ha superato i 100 dollari al barile. Gli interventi sulle scorte hanno contenuto in parte la corsa, ma la volatilità è rimasta elevata. In Europa il gas ha registrato aumenti fino al 40% nelle giornate più tese. In Asia gli operatori hanno rivisto i prezzi dei carichi di GNL sul mercato immediato, riflettendo l’incertezza sulle rotte e sui costi assicurativi.
La dimensione marittima è diventata decisiva. I noli delle superpetroliere sono saliti ai massimi e le coperture assicurative contro i rischi di guerra sono state ridotte o ricalibrate con premi molto più alti. Questi costi si trasferiscono lungo tutta la filiera, fino ai consumatori.
A differenza di altri passaggi strategici, come il Canale di Suez o il Mar Rosso, le alternative a Hormuz sono limitate. Esistono oleodotti verso il Mar Rosso o verso la costa dell’Oman, ma non hanno la capacità necessaria per sostituire i volumi che transitano normalmente nello stretto. Se il traffico si blocca, gran parte delle esportazioni di Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar resta senza uno sbocco efficiente. Questo crea un vuoto di offerta difficile da colmare nel breve periodo.
I Paesi asiatici sono i più esposti. Oltre l’80% del petrolio che attraversa Hormuz è diretto verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Un’interruzione prolungata si traduce in costi più alti per industria e famiglie. L’Europa subisce soprattutto l’aumento dei prezzi del gas e dei prodotti raffinati, con il rischio di nuova inflazione e pressioni sui bilanci pubblici. Gli Stati Uniti, pur avendo aumentato la produzione interna, non sono isolati: il petrolio resta un mercato globale e ogni aumento si riflette sui prezzi e sui tassi di interesse.
Gli effetti sull’economia reale dipendono dalla durata della crisi. La World Bank ha stimato che un’interruzione grave potrebbe spingere il petrolio tra 140 e 157 dollari al barile, riaccendendo l’inflazione e costringendo le banche centrali a mantenere politiche restrittive. Fitch Ratings ha indicato che un prezzo stabile intorno ai 100 dollari per più trimestri ridurrebbe la crescita globale e aumenterebbe l’inflazione sia negli Stati Uniti sia in Europa. L’International Energy Agency (IEA) ha già segnalato un mercato più teso e una domanda leggermente rivista al ribasso per il 2026.
Per contenere gli effetti, i Paesi membri della International Energy Agency (IEA) hanno deciso l’11 marzo 2026 un rilascio coordinato fino a 400 milioni di barili dalle scorte strategiche. L’obiettivo è stabilizzare i prezzi e guadagnare tempo. La stessa U.S. Energy Information Administration (EIA) ha sottolineato che l’evoluzione dei prezzi dipenderà soprattutto dalla durata del conflitto e dall’entità delle interruzioni.
I segnali più osservati dai mercati riguardano il costo delle assicurazioni nel Golfo, i tempi di attesa delle petroliere e le decisioni dell’OPEC+ (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e alleati). Quando le coperture assicurative tornano accessibili e i flussi riprendono, la tensione si riduce. Finché le navi restano ferme, il rischio resta elevato.
Se la crisi si risolve in poche settimane, l’impatto può restare contenuto. Se dura mesi, aumentano le probabilità di rallentamento economico in più aree. In uno scenario prolungato, con infrastrutture colpite e traffico compromesso, il rischio diventa quello di una nuova fase di stagnazione con inflazione elevata.
Le principali economie reagiscono in modo diverso ma condividono la stessa vulnerabilità. La Cina può contare su scorte consistenti ma subisce l’aumento dei costi industriali. L’India è esposta direttamente sui prezzi dell’energia e dei trasporti. L’Europa deve gestire il costo del gas e sostenere i settori più energivori. Gli Stati Uniti devono evitare che l’inflazione torni a salire troppo rapidamente.
I prezzi del petrolio riflettono anche le aspettative. Basta il rischio di una chiusura per far salire il barile, anche senza un blocco totale. Gli interventi sulle scorte o segnali di distensione possono ridurre la tensione, ma finché la sicurezza delle rotte non è garantita, il mercato resta instabile.
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— Mimishow.de (@MimimausDe) March 18, 2026
Der Eskort von Öl-Tankern in der Straße von Hormuz gilt als schwierig und hochriskant. Die Lage wäre auf Seiten der iranischen Angreifer und schlecht zu verteidigen.#mimishowhttps://t.co/oiTBBwLOgF
La crisi nello Stretto di Hormuz mostra quanto un passaggio marittimo possa influenzare l’intero sistema economico. La sicurezza delle rotte energetiche non è un tema tecnico ma una condizione essenziale per la stabilità globale. Finché le petroliere resteranno ferme e il rischio di interruzioni continuerà, la crescita mondiale resterà esposta a uno shock che può trasformarsi in recessione.
Fonti: U.S. Energy Information Administration (EIA); International Energy Agency (IEA); World Bank; Fitch Ratings.
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