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19 Marzo 2026 - 00:50
Droni da 35mila dollari contro missili da milioni: chi sta vincendo davvero la guerra in Iran?
Alla fiera di Eurosatory una mano solleva un piccolo drone. Non trema. Profilo a delta, materiali compositi, un nome pensato per vendere: LUCAS. Costa circa 35 mila dollari, meno di un’auto utilitaria. È progettato per colpire e non tornare. Pochi giorni dopo, quel profilo compare davvero nei cieli dell’Iran. Nello stesso momento, a Washington, il 6 marzo, la Casa Bianca ha riunito i vertici di RTX (Raytheon Technologies), Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, BAE Systems, L3Harris e Honeywell Aerospace. Il presidente Donald Trump ha chiesto di accelerare la produzione. La scena dice molto: la guerra si combatte sul terreno, ma anche nelle fabbriche e negli uffici che autorizzano le vendite. E riguarda anche l’Italia.
Il vertice è arrivato nel pieno dell’operazione “Epic Fury”, l’offensiva avviata dagli Stati Uniti con il sostegno di Israele dal 28 febbraio 2026. L’obiettivo dichiarato è stato aumentare rapidamente la disponibilità di armi e munizioni, per sostenere il ritmo delle operazioni e ricostituire le scorte già ridotte nei primi giorni. La linea politica è chiara: la superiorità tecnologica non basta, va sostenuta da una produzione continua. Le notizie diffuse da agenzie e media internazionali hanno parlato di nuovi finanziamenti per circa 50 miliardi di dollari. Dalla Casa Bianca hanno ribadito che le scorte restano adeguate, ma che è in corso una riorganizzazione accelerata. La questione non è solo militare. È industriale.
Nei primi giorni dell’operazione, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha indicato una ventina di sistemi d’arma impiegati. Missili da crociera Tomahawk lanciati da navi e sottomarini, caccia di ultima generazione, sistemi di difesa come Patriot e THAAD. Accanto a questi, è entrato in scena il LUCAS (Low-cost Uncrewed Combat Attack System), sviluppato da SpektreWorks. Il confronto dei costi è netto: un Tomahawk supera i 2 milioni di dollari, un intercettore Patriot arriva a 3 o 4 milioni, mentre il drone resta sotto i 40 mila. È il principio della saturazione: moltiplicare i mezzi economici per mettere sotto pressione difese molto più costose. Il CENTCOM ha diffuso immagini e dati sulle operazioni, confermati da analisi indipendenti.
Il 28 febbraio, primo giorno del conflitto, un Tomahawk ha colpito un’area vicino a una scuola femminile a Minab, nella provincia di Hormozgan. Le analisi basate su fonti aperte, con video geolocalizzati e verifiche sul terreno, indicano con alta probabilità l’uso di un missile statunitense. Il bilancio è pesante: oltre 165 morti secondo le autorità locali, in gran parte bambine. Le ricostruzioni successive hanno confermato la presenza di un obiettivo militare nelle vicinanze, ma hanno sollevato dubbi sulla scelta dell’arma e sulla valutazione dei danni ai civili. Il Pentagono ha aperto un’indagine interna. Il CENTCOM non ha fornito ulteriori dettagli operativi. È un episodio che riporta al centro una questione nota: anche con tecnologie avanzate, la responsabilità resta umana.

Sul piano globale, il conflitto si inserisce in una crescita già evidente della spesa militare. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2024 la spesa mondiale ha raggiunto 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% e dieci anni consecutivi di crescita. Gli Stati Uniti restano al primo posto con circa 997 miliardi, seguiti da Cina, Russia, Germania e India. L’Europa ha aumentato gli acquisti, soprattutto dopo la guerra in Ucraina, e ha rafforzato i rapporti con l’industria statunitense.
I Tomahawk sono prodotti da RTX, con il contributo di General Dynamics e di altri fornitori. Restano l’arma d’apertura delle operazioni a lunga distanza. I sistemi Patriot e THAAD, sviluppati soprattutto da Lockheed Martincon componenti di RTX, lavorano insieme per la difesa a più livelli. Le analisi indicano che questa integrazione ha limitato le vulnerabilità, ma ha anche messo sotto pressione le scorte di intercettori. Il LUCAS, invece, rappresenta un cambio di scala: un sistema semplice, economico, costruito per essere utilizzato in grandi quantità.
Negli ultimi anni l’Europa è diventata il principale mercato per le esportazioni militari degli Stati Uniti. In questo quadro l’Italia ha rafforzato il proprio ruolo. Tra il 2021 e il 2025 le esportazioni italiane di armamenti sono cresciute di circa il 157%, portando il Paese al sesto posto mondiale. La domanda si concentra nel Mediterraneo e nell’Asia sud-occidentale. La filiera italiana, dalla cantieristica all’elettronica, è integrata nel sistema occidentale.
Esiste però un limite giuridico preciso. La legge 185 del 1990 vieta la vendita di armi a Paesi in conflitto armato quando ciò contrasta con la Carta delle Nazioni Unite o con l’articolo 11 della Costituzione italiana. Le autorizzazioni sono gestite dall’UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento), struttura del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Dopo il 7 ottobre 2023 il governo ha sospeso le nuove autorizzazioni verso Israele, mantenendo però le forniture già approvate. Con l’estensione del conflitto all’Iran, il tema torna al centro del dibattito.
Il caso di Minab ha riaperto la discussione sul rapporto tra obiettivi militari e protezione dei civili. Le verifiche indicano la presenza di strutture delle Guardie Rivoluzionarie nelle vicinanze, ma resta il dubbio sulla proporzionalità dell’attacco. Le indagini richiederanno tempo. Intanto, le immagini e i numeri influenzano già il giudizio dell’opinione pubblica.
La dinamica economica è chiara. Un drone da 35 mila dollari che costringe a usare un intercettore da milioni crea uno squilibrio difficile da sostenere. La risposta occidentale si muove su due piani: aumentare la produzione di sistemi a basso costo e migliorare l’integrazione tra difesa aerea, guerra elettronica e sistemi di sorveglianza, per ridurre l’uso di munizioni più costose.
Le industrie della difesa hanno tempi lunghi. Motori, elettronica, materiali speciali richiedono fornitori qualificati e procedure complesse. Gli analisti indicano negli intercettori e nelle armi a lunga gittata i punti più critici. Il vertice del 6 marzo ha puntato proprio su questo: passare da una produzione calibrata sulla domanda a una capacità più ampia, pronta a eventuali crisi.
Per l’Italia la questione è triplice. Rispettare la legge, mantenere una filiera industriale rilevante e conservare autonomia nelle scelte. I dati sulle esportazioni e sulle componenti integrate nei sistemi alleati saranno decisivi per capire il ruolo effettivo del Paese. La relazione annuale dell’UAMA resta il principale strumento di trasparenza.
La guerra in Iran mostra una convergenza di fattori: armi sempre più economiche e numerose, catene di produzione centrali, rapporto stretto tra politica e industria. Il LUCAS e il Tomahawk operano nello stesso scenario, con logiche diverse ma complementari. I sistemi Patriot e THAAD proteggono lo spazio aereo, ma con costi elevati. In questo quadro, l’Italia non è spettatrice. È parte del sistema, con responsabilità giuridiche, industriali e politiche. Le prossime settimane chiariranno quanto queste tre dimensioni riusciranno a restare coerenti.
Fonti: Reuters, CBS News, Newsmax, CENTCOM, Defense News, Army Recognition, Fox News, Washington Post, TIME, Bellingcat, Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Le Monde, Parlamento italiano, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (UAMA).
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