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19 Marzo 2026 - 00:45
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All’alba, tra bagliori arancioni e fumo denso, lo scafo annerito della Arctic Metagaz compare e scompare dietro le onde del Mediterraneo centrale. Non ci sono luci sul ponte, né ordini in plancia. Da più di due settimane la metaniera russa, lunga 277 metri, è alla deriva senza equipaggio, con a bordo circa 61 mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) e centinaia di tonnellate di carburante. Le correnti la spingono prima verso Malta, poi verso Lampedusa, quindi verso il golfo della Sirte. Attraversa una delle principali rotte energetiche europee senza controllo, mentre intorno cresce l’incertezza su come intervenire.
L’incidente è iniziato nella notte tra il 3 e il 4 marzo 2026. A bordo si sono verificate esplosioni seguite da un incendio esteso. La nave si trovava in acque internazionali tra Malta e la Libia, a oltre cento miglia dall’isola. Il Rescue Coordination Centre (Centro di coordinamento del soccorso) di Malta ha ricevuto un segnale di soccorso alle prime ore del giorno. Un aereo ha individuato l’equipaggio, trenta persone, su una scialuppa nella zona di ricerca e soccorso libica. I marinai sono stati portati a terra in Libia; almeno due erano in gravi condizioni.
✅ The Russian liquefied gas tanker "Arctic Metagaz", destroyed by a Ukrainian naval kamikaze drone attack, has turned into a kind of "Flying Dutchman", continuing to drift aimlessly in the Mediterranean Sea.
— The Battlefield (@TTheBattlefield) March 16, 2026
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Nelle prime ore si è parlato di nave affondata. Nei giorni successivi è emerso un quadro diverso: la Arctic Metagaz è rimasta a galla, gravemente danneggiata, e ha continuato a muoversi lentamente verso nord-ovest. Il 10 marzo il governo di Malta, guidato dal primo ministro Robert Abela, ha confermato di aver predisposto un piano di emergenza nel caso lo scafo si avvicinasse ulteriormente alle coste.
Sulle cause restano versioni contrastanti. Mosca ha accusato Kyiv, sostenendo che la nave sarebbe stata colpita da un drone marino lanciato dalla costa libica. Ucraina non ha rivendicato alcuna azione. L’episodio, comunque, segna un passaggio importante: attacchi che finora erano concentrati nel Mar Nero si spostano nel Mediterraneo.
La nave non è un caso isolato. La Arctic Metagaz rientra nel sistema della cosiddetta flotta ombra: unità con cambi frequenti di nome, bandiera e proprietà, spesso con i sistemi di tracciamento spenti. Il suo viaggio era partito da Murmansk e puntava verso Port Said e il Canale di Suez. Diversi report la collegano al progetto Arctic LNG 2, sottoposto a sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea a partire dal 2024.
Il carico rappresenta il principale fattore di rischio. Il GNL, conservato a meno 162 gradi, non esplode allo stato liquido. Il pericolo nasce se viene rilasciato e si trasforma in gas: in determinate condizioni può incendiarsi. Più preoccupante, nel medio periodo, è il carburante della nave, tra gasolio e olio pesante. Se disperso, può contaminare il mare e le coste per settimane o mesi.
Quando il relitto si è avvicinato fino a circa 35 miglia da Malta, il problema è diventato anche giuridico. Intervenire significa assumersi responsabilità su una nave sotto sanzioni, senza equipaggio e con proprietà difficili da ricostruire. Le autorità maltesi hanno imposto una zona di sicurezza di cinque miglia nautiche, mentre il Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea (Centro regionale per la risposta all’inquinamento marino del Mediterraneo) ha richiamato la necessità di coordinamento tra gli Stati costieri.
Russian-flagged and sanctioned LNG tanker MV Arctic Metagaz caught fire and exploded in the Mediterranean between Malta & Libya last night. All 30 crew rescued.
— Navy Lookout (@NavyLookout) March 4, 2026
Cause unclear - possible Ukrainian long-range USV attack? pic.twitter.com/73Okaz6ty5
In mare aperto lo scenario resta incerto. Lo scafo, inclinato e danneggiato, continua a galleggiare grazie alla struttura a doppio fondo. Le correnti lo spostano tra Libia, Lampedusa e Malta. Le autorità libiche hanno emesso più avvisi alla navigazione, segnalando il rischio di nuove esplosioni o di un affondamento improvviso. Senza equipaggio, la nave non può essere governata. Un eventuale rimorchio richiede condizioni meteo favorevoli e una stabilità che al momento non è garantita.
Il caso ha avuto ricadute politiche. Nove paesi europei, tra cui Italia e Francia, hanno scritto alla Commissione europea chiedendo strumenti più incisivi contro la flotta ombra: controlli, cooperazione giudiziaria e un fondo per gestire emergenze causate da navi non assicurate. Nel frattempo Mosca ha accusato l’Europa di non intervenire.
La vicenda ha messo in evidenza un problema strutturale. Le sanzioni hanno complicato il traffico energetico russo, ma non lo hanno fermato. Le rotte si sono spostate verso aree dove i controlli sono più difficili e le responsabilità meno chiare. Il Mediterraneo si trova così esposto a rischi che uniscono sicurezza, ambiente e politica.
Al 18 marzo 2026 la Arctic Metagaz è ancora alla deriva. La zona resta monitorata, il traffico navale tiene le distanze e le autorità valutano come intervenire. Le priorità sono ridurre il rischio di incendio e preparare un’operazione di rimorchio verso un’area sicura, dove mettere in sicurezza il carico e svuotare i serbatoi.
Questa storia non riguarda solo una nave. Mostra come energia, guerra e diritto si intrecciano lungo rotte che attraversano il Mediterraneo. Quando un relitto carico di gas resta in mare per settimane senza che nessuno intervenga, il problema non è solo tecnico. È la difficoltà di decidere chi deve agire e chi deve pagare.
Fonti: Rescue Coordination Centre Malta, governo di Malta, autorità portuali libiche, REMPEC (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea), Commissione europea, OFAC (Office of Foreign Assets Control), UK FCDO (Foreign, Commonwealth and Development Office), Equasis, Lloyd’s List.
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