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A Settimo Torinese c'era una volta la sindaca del 75%... E' finito l'amore!

Gli “stalli rosa” accendono la miccia: sotto i post del Comune piovono critiche, sarcasmo e rabbia. Non è solo una questione di sosta, è il segnale di un rapporto ormai incrinato tra amministrazione e cittadini

Elena Piastra

Elena Piastra

C'è stato un tempo – neppure così lontano – in cui a Settimo Torinese bastava un post del Comune o della sindaca Elena Piastra per raccogliere consensi, qualche domanda educata e una manciata di “grazie sindaca", "sei la migliore", "fieri di avere una sindaca come te", "bene", "brava", "continua così...". eccetera, eccetera, eccetera...

Il 75% dei voti, del resto, non è stato solo un numero. Più simile ad una dichiarazione d’amore, ad una cambiale in bianco, ad una fiducia quasi commovente. Oggi, invece, basta la parola “parcheggi” per trasformare quelle stesse bacheche in un ring senza arbitro e regole. Qui si combatte nel fango.

L’ultima miccia? Gli “stalli rosa”. Una misura prevista dalla legge, pensata per gestanti e neogenitori, accompagnata da un abbonamento simbolico da 10 euro l’anno. Sulla carta, una di quelle decisioni che dovrebbero mettere tutti d’accordo: chi mai potrebbe essere contro una tutela per chi ha un bambino piccolo o una gravidanza in corso? 

Scorrere i commenti sotto il post istituzionale è un’esperienza quasi antropologica. Non è più un confronto, è un accumulo. Di frustrazioni, di rabbia compressa, di conti che non tornano. Il parcheggio diventa il simbolo universale di tutto ciò che non funziona in una città ormai completamente desertificate e cementificata. E c'è già qualcuno che chiama Settimo: il buco con gli outlet intorno...

E allora si parte dagli “stalli rosa” e si finisce a parlare di anziani dimenticati, abbonamenti inutili, vigili assenti, negozi che chiudono, app che non funzionano, strisce blu ovunque e – perché no – panchine a pagamento. Manca solo il biglietto d’ingresso per respirare l’aria di Settimo e il quadro è completo.

Il punto non è nemmeno quello che si dice, ma come lo si dice. L’ironia si è fatta acida, il sarcasmo è diventato riflesso automatico, il dubbio scivola subito nel sospetto. C’è sempre un “qualcuno” che non paga, un “loro” indistinto che decide senza subire, una sensazione diffusa di ingiustizia che non ha bisogno di prove, perché ormai è diventata percezione collettiva. E la percezione, si sa, in politica vale più dei fatti.

E così una misura che nasce per aggiungere – qualche posto riservato, una piccola agevolazione – viene letta come l’ennesima sottrazione. “Togliete posti”, “togliete diritti”, “togliete spazio”. Il malcontento si ripete identico sotto ogni post: cambia l’argomento, resta la struttura. E ogni risposta istituzionale, per quanto puntuale, sembra cadere nel vuoto o, peggio, alimentare ulteriormente il sospetto. Perché quando la fiducia si incrina, anche la spiegazione più chiara suona come una giustificazione.

Nel mezzo c’è un dettaglio che racconta più di mille analisi: il Comune risponde, spiega, precisa. E sotto, immediatamente, riparte il brusio. Come se quelle parole non bastassero più. Come se il problema non fosse capire le regole, ma riconoscersi in chi le scrive.

E allora l’impressione è che a Settimo si sia rotto qualcosa di più profondo di una semplice armonia social. Non è la polemica in sé – quella c’è sempre stata e sempre ci sarà – ma la sua intensità, la sua diffusione, la sua immediatezza. È la normalità del dissenso permanente, dell’insoddisfazione. Una crepa che attraversa tutto e che trova nei parcheggi il suo linguaggio più immediato, perché il parcheggio è quotidiano, concreto, inevitabile. È il punto in cui la politica incontra la vita vera, quella fatta di giri dell’isolato e posti "gratis" che non si trovano.

Il 75% resta negli archivi, nelle statistiche, nei comunicati. Ma la temperatura reale oggi si misura altrove: sotto un post Facebook del Comune, tra un’emoji di rabbia e una battuta amara. Ed è lì che l’incantesimo si è spezzato. Non con un gesto eclatante, ma con una lenta, inesorabile perdita di sintonia. Come quando in una relazione smetti di litigare perché hai ragione e inizi a farlo perché non ti riconosci più dall’altra parte.

E a quel punto, anche uno stallo – rosa, blu o di qualsiasi colore – diventa molto più di un parcheggio. Diventa il pretesto perfetto per dire, senza più filtri alla sindaca che "ha stufato", che "nessuno ci crede più"! Troppe promesse. Troppi errori. Troppa storytelling...

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