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La democrazia appesa alla colla. A Settimo Torinese spariscono solo i manifesti del “Sì”

Denunce, accuse e un mistero selettivo: quando l’umidità ha idee molto precise su cosa restare attaccato e cosa no

La democrazia appesa alla colla. A Settimo Torinese spariscono solo i manifesti del “Sì”

La democrazia appesa alla colla. A Settimo Torinese spariscono solo i manifesti del “Sì”

Settimo Torinese succedono cose che neanche la fisica riesce a spiegare. Non parliamo di buchi neri o di materia oscura, ma di fenomeni ancora più misteriosi: i manifesti elettorali del “Sì” che si staccano da soli. Senza mani, senza testimoni, senza colpevoli. Solo colpa della colla.

È la nuova frontiera del dibattito pubblico: non più destra contro sinistra, ma Vinavil contro umidità. E l’umidità, si sa, ha una coscienza politica molto sviluppata: agisce selettivamente, colpisce solo alcuni messaggi e ne risparmia altri. Una specie di elettore indeciso, ma con grande senso pratico.

Giorgio Chiarle, esponente di Forza Italia, denuncia. E giustamente. Perché qui non siamo di fronte a un dispetto da ragazzini — che almeno avrebbero l’attenuante dell’età e della noia — ma a qualcosa di più adulto, e quindi più consapevole: qualcuno che passa, guarda, sceglie e strappa. Altro che colla. Qui c’è metodo, non meteorologia.

E infatti basta scendere nei commenti per capire che la colla è solo un dettaglio narrativo, una foglia di fico appiccicosa. Sotto c’è il solito copione: indignazione immediata, accuse a raffica, la democrazia evocata come un santo patrono da tirare fuori quando serve. Tutti a difendere la libertà di espressione, purché non sia quella degli altri — che, evidentemente, aderisce meno.

C’è chi parla di “libertà” ma solo in versione proprietaria. Chi rispolvera il catalogo degli insulti pronti all’uso. Chi vede in ogni manifesto strappato la prova generale di un regime. E poi c’è il momento più italiano di tutti: quando qualcuno prova a cambiare discorso, a infilare un tema vero — i fuori sede, il diritto di voto — e viene immediatamente richiamato all’ordine. “Stai sul tema”. Il tema, ricordiamolo, è la carta che cade. Non i diritti che mancano.

Nel mezzo, il teatro si accende davvero quando entra in scena "Davide Turchi Turchetto", area Pd. Prova la battuta: "Se li metteste al contrario forse sarebbero più, diciamo, evocativi per il vostro passato e presente elettorale.". Non è una finezza, non è nemmeno nuova. È una di quelle battute che in politica si riciclano come le bottiglie di plastica: sempre uguali, sempre pronte.

Chiarle non ride. “Questa è pessima”. E ha ragione: non tanto perché sia offensiva, ma perché è stanca. E quando gli suggerisce di cancellarla, arriva la replica standard: “un po’ di sense of humor dai…”. Il problema è che l’umorismo politico funziona così: chi lo fa si diverte, chi lo riceve dovrebbe pure ringraziare.

La scena si allarga. Arrivano i difensori, gli indignati, i moralisti dell’ultima ora. Il commento diventa “vergognoso”, poi “antidemocratico”, poi semplicemente “di basso livello”. 

E infine, perfetto nella sua economia di parole, il consigliere comunale Manolo Maugeri: “sicuro…”.

Una parola sola, che vale più di tutto il resto. Perché dentro c’è tutto: il dubbio, l’ironia, il sospetto.

E infatti la colla non c’entra. Non è mai stata la colla. I manifesti non si staccano da soli, così come le responsabilità non evaporano. Qualcuno li ha tolti, punto. Con convinzione, probabilmente anche con una certa soddisfazione.

Il resto è contorno. È la politica ridotta a superficie: carta, slogan, colla. 

In fondo in fondo quei manifestanti rappresentano una costante della politica locale — e non solo: non convincere, ma resistere. Non discutere, ma attaccare. E se qualcosa cade, non è mai perché non regge.

È sempre perché qualcuno, dall’altra parte, ha tirato troppo forte.

O — più semplicemente — perché era più facile strappare che rispondere.

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