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Ombre su Torino
19 Marzo 2026 - 06:16
3 febbraio 1978 ore 10.
Se fossimo in un film, l’operatore inquadrerebbe la scena da lontano, magari sporgendosi da dietro un angolo o nascosto da un cespuglio. Senza che lo vedessero, immortalerebbe l’immagine di tre ragazze che escono da un portone di un alloggio di Torino, in corso Traiano. Sono tutte studentesse universitarie sui 20 anni che, arrivate in strada, si dividono. Una va verso un’auto parcheggiata poco lontano, mentre le altre due, senza fretta, si concedono una passeggiata. Il cameraman segue loro, le vede ridere e scherzare e coglie parte del dialogo.
La sera prima, insieme a un gruppetto di amici, hanno cenato in un ristorante in via San Francesco da Paola e poi sono state in un club gay di via Colautti. Non sono omosessuali ma quello è un locale che frequentano spesso: l’emancipazione delle donne, sostengono, passa anche attraverso la liberazione da tabù come ballare in un posto così. Hanno dormito nella casa da cui sono andate via quella mattina insieme alla terza giovane, Rita, che ha però passato la serata in un albergo con un uomo.
Un passo dopo l’altro arrivano in via Sacchi e Tiziana, quella che abita in corso Traiano, saluta l’amica che deve prendere un pullman per tornare a Giaveno, dove vive con la madre. A questo punto, la telecamera stringerebbe sulla ventenne che aspetta il bus. Alta, vestita elegante ma non troppo, porta bracciali d’oro ai polsi e una collana con una piccola boccetta di profumo appesa. Sorride e, anche se struccata, è bellissima e lo sa: oltre a studiare architettura, Eugenia, si diletta come modella. È lì in attesa e un velocissimo movimento della macchina della presa catapulta lo spettatore a pochi centimetri da lei. Un primo piano sul volto, sul suo sguardo e poi, improvviso, lo schermo diventa nero: Eugenia Origa diventa un fantasma.
Fino all’11 marzo. Quel giorno il suo cadavere viene ritrovato ad Orbassano, in un fossato, sotto un palmo di terra. È stata assassinata con quattro colpi di calibro 22, due alla tempia destra e due alla sinistra, con addosso ancora l’abito e i gioielli di quando era sparita.

Indagini a tappeto scandagliano la sua vita privata, coinvolgendo praticamente chiunque avesse avuto a che fare con Eugenia nell’ultimo periodo. Si ipotizza che possa essere stata rapita alla fermata del bus e ammazzata in una villetta vicino a quel campo, che sia rimasta uccisa durante un festino a base di sesso e droga oppure che l’orco provenga dal “torbido” (per gli standard bigotti d’allora) ambiente del mondo gay.
Si scopre che la ragazza, parallelamente a quella di studentessa, conduce una doppia vita fatta di incontri con professionisti, industriali, ricchi in genere, ma anche fotografi dilettanti che a volte la ritraevano completamente nuda. Un’esistenza fatta di continui viaggi dalla provincia alla città e di atteggiamenti che, all’apparenza, la facevano sembrare disinibita, moderna, di idee aperte ma che celavano una realtà molto diversa. La giovane non dava praticamente confidenza a nessuno, era molto attaccata ai valori tradizionali e, al momento di esalare l’ultimo respiro, era vergine.
Sfidando il muro d’omertà tirato su da un “giro” altolocato che non ci tiene a finire sulle prime pagine dei giornali, gli inquirenti arrivano a lambire il mondo della criminalità, dello spaccio, addirittura quello di una festa a cui avrebbero partecipato 150 persone tra cui un parlamentare ma non viene fuori nulla.
La svolta sembra arrivare il 15 aprile, quando viene arrestato Domenico Guinzio. 25 anni, di Favria Canavese, è un conciatore di pellame che viene descritto un corteggiatore innamoratissimo a cui però la vittima non si era mai concessa. Il suo nome compare spessissimo nel diario di Eugenia (dove riportava tutti i suoi appuntamenti) e, soprattutto, ad inchiodarlo sarebbe una pistola 6,35 appositamente modificata per sparare proiettili calibro 22 come quelli dell’omicidio.
L’uomo, scoperta la tragedia, avrebbe tentato di disfarsene consegnandola a un suo cognato che però, spaventato, l’ha portata ai carabinieri. Interrogato sui suoi spostamenti il 2 febbraio, si scopre essere lui la persona con cui aveva passato la serata Rita Manca, l’amica di Eugenia. Per il giorno dopo, inoltre, ha un alibi di ferro: era a lavoro a Chivasso, risultando in pausa pranzo dalle 12 alle 13.25. Simulando sul posto i movimenti dell’assassino, i magistrati scoprono che per andare e tornare dalla conceria e per scavare la fossa per nascondere Eugenia ci sarebbero volute circa due ore. Oltretutto al Guinzio viene periziata l’auto che possedeva all’epoca e la sua pistola viene inviata all’FBI a Dallas per verificare se le striature sulle pallottole mortali potessero essere compatibili con la rivoltella che gli era stata sequestrata. Gli esiti sono negativi: non è lui.
Con il suo definitivo proscioglimento che arriva solo nel 1990, Guinzio esce dalle indagini che praticamente si chiudono in quel momento, con un nulla di fatto. Nel mezzo non si è riuscito a trovare luce in un groviglio di reticenze, mezze parole, bugie e pettegolezzi e il tempo ha messo la pietra tombale sull’indagine. Il nome di Eugenia Origa rispunterà fuori, nel corso degli anni, solo negli anniversari della sua scomparsa o a memento narrando di altri casi rimasti insoluti.
Chi abbia spento per sempre, ad appena 20 anni, il suo splendido sorriso non è mai stato trovato.
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