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18 Marzo 2026 - 17:09
Andrea Cantoni con Emanuele Filiberto di Savoia
Ci sono politici che inseguono il futuro. E poi ci sono quelli che, con una certa coerenza, si tengono stretti il passato. Andrea Cantoni, consigliere comunale dei Fratelli d'Italia a Ivrea, è tra questi ultimi, ma senza imbarazzo: anzi, con una certa eleganza, e soprattutto con una certa costanza.
Ad Hautecombe, sulle rive ferme del lago del Bourget — un posto dove anche le nuvole sembrano rispettare il protocollo — sabato 14 marzo si è celebrato il 43º anniversario della morte di Umberto II.
L’ultimo re d’Italia, quello dei trentaquattro giorni, quello che ha perso il trono ma ha vinto l’eternità cerimoniale. È sepolto lì, e da 43 anni lo si ricorda con una puntualità che la Repubblica, su molte altre cose, si sogna.
La scena è sempre quella: abbazia gotica, silenzi pieni, una liturgia che non è solo religiosa ma anche genealogica. Si entra per pregare, ma si resta soprattutto per appartenere. E infatti arrivano da tutta Europa — Italia compresa — i membri degli Ordini Dinastici della Real Casa di Savoia: l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, quello della Santissima Annunziata, il cerimoniale civile, tutto il repertorio. Mantelli rossi, collari, croci. Una coreografia che non ha bisogno di scenografi perché si costruisce da sola da secoli.
A guidare il tutto, come da copione, Emanuele Filiberto di Savoia, che in questa liturgia ha il ruolo che la Costituzione non gli riconosce ma la tradizione sì: capo della Casa, gran maestro, punto di riferimento di un mondo che non ha mai davvero smesso di esistere, ha solo cambiato piano.
C’erano centinaia di cavalieri e dame, delegazioni, rappresentanze, perfino i Carabinieri in uniforme storica — che in un contesto così non sembrano nemmeno fuori posto.
Cantoni non era lì per guardare. Non era uno di quelli che si mettono in fondo, osservano, magari fanno una foto e tornano a casa con un “interessante”. No. Cantoni era dentro la scena.
Mantello rosso, insegna al petto, posizione composta, inserito nella processione. Non un ospite, ma un partecipante. Non un curioso, ma uno che ha scelto di stare esattamente lì, in quella dimensione un po’ sospesa tra devozione, identità e memoria dinastica.
E infatti la differenza, a Hautecombe, è tutta qui: o guardi, o sfili. Cantoni sfila.
Intorno a lui altri come lui, uomini che non hanno mai davvero archiviato la monarchia. Non per forza per nostalgia politica — quella è una categoria un po’ grossolana — ma per una forma più sottile di fedeltà simbolica. Una cosa che sta a metà tra la storia e l’idea che certe cose, anche se finiscono, non finiscono davvero.
C’è anche un dettaglio curioso, che dà la misura del clima: tra i presenti si è fatto notare anche il giovane principe Umberto di Jugoslavia, alla sua prima apparizione in questo contesto. Segno che il sistema dinastico, per quanto invisibile alla cronaca quotidiana, continua a produrre successioni, presenze, continuità. Come una linea parallela che non incrocia mai la realtà istituzionale, ma la accompagna.
In tutto questo, Cantoni è perfettamente coerente. Perché chi lo conosce lo sa: la simpatia per i Savoia non è una scoperta di giornata. È una linea, un tratto, quasi una cifra personale. Solo che a Hautecombe questa cifra diventa visibile, fotografabile, difficilmente equivocabile.

E allora succede una cosa interessante: mentre molti politici contemporanei fanno di tutto per sembrare “normali”, intercambiabili, moderatamente neutri, Cantoni fa l’opposto. Si distingue. Si espone. Si veste. Lo fa in consiglio comunale, lo fa fuori da lì.
Che è sempre rischioso, ma ha un vantaggio: elimina ogni ambiguità.
Poi, certo, uno potrebbe chiedersi cosa c’entri tutto questo con le buche nelle strade, con i bilanci, con le interrogazioni, con le mozioni, con la sicurezza. Ma è una domanda che appartiene a un altro piano. A Hautecombe i piani non si mescolano: si sovrappongono senza disturbarsi.
Da una parte la Repubblica, con i suoi problemi molto concreti. Dall’altra una monarchia che non governa più, ma continua a celebrarsi con una disciplina che la politica attuale ha perso da tempo.
E Cantoni, in mezzo, sceglie.
Non il futuro, che è sempre incerto. Non il presente, che è sempre complicato.
Ma qualcosa di più stabile: il passato, quando è ben organizzato.
In rosso, naturalmente. E con una certezza che la politica di oggi fatica a permettersi: lì, almeno, i ruoli sono chiari. Anche quando non esistono più.
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