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18 Marzo 2026 - 16:40
Il motore Stirling
Solo entrando nei laboratori dell’IIS Olivetti di Ivrea, si capisce che non si tratta del solito progetto Erasmus. È qualcosa di più concreto, quasi tangibile: un’aula che cambia forma, una classe che smette di essere italiana e diventa europea.
Dal 16 al 27 marzo l’istituto eporediese ospita 19 studenti provenienti da Bratislava, Brno e Zagabria. Arrivano da contesti diversi, con lingue e percorsi scolastici differenti, ma si ritrovano attorno allo stesso tavolo da lavoro. Non come ospiti, ma come parte di un unico gruppo. È questa la scommessa dell’Olivetti: trasformare uno scambio in una vera esperienza condivisa, costruendo una “Classe Europea” in cui anche gli studenti italiani diventano protagonisti dello stesso percorso.
Non è un dettaglio. Nei progetti di mobilità internazionale spesso l’incontro resta superficiale, limitato al piano culturale. Qui invece si lavora insieme, ogni giorno, su un obiettivo preciso. Al centro del progetto c’è la progettazione di un motore Stirling, una macchina termica tanto affascinante quanto complessa, che richiede competenze di modellazione 3D, conoscenze meccaniche e capacità di ragionare in modo integrato.
Nei laboratori si alternano schermi, disegni tecnici, simulazioni. Le parole passano da una lingua all’altra, ma il linguaggio che unisce è quello della progettazione. È lì che le differenze si riducono e il lavoro prende forma. E mentre il motore viene scomposto, studiato e ricostruito virtualmente, si costruisce anche qualcosa di meno visibile: un metodo condiviso.
Il progetto non si limita alla tecnica. Accanto al lavoro di progettazione, gli studenti affrontano anche il contesto storico e culturale in cui il motore Stirling è nato. Un modo per evitare che la tecnologia resti isolata, per inserirla dentro una visione più ampia, quella che richiama direttamente l’eredità olivettiana.
Non a caso è proprio su questo punto che insiste la dirigente scolastica, Maria Rosaria Roberti: «Vogliamo che i ragazzi collaborino davvero, lavorando fianco a fianco per due settimane. Ma soprattutto vogliamo trasmettere lo spirito olivettiano: l’idea che industria, società e benessere della persona possano convivere e crescere insieme».
Un riferimento che, a Ivrea, non è mai solo teorico. Qui la scuola porta il nome di un modello industriale che ha fatto della cultura e della dimensione sociale un elemento centrale della produzione. E questo progetto sembra voler tradurre quell’eredità in chiave contemporanea: tecnologia, sì, ma anche relazioni, confronto, attenzione alla persona.

Dietro le due settimane di lavoro c’è però una preparazione che parte da lontano. Nei giorni precedenti all’arrivo dei gruppi stranieri, alcuni studenti dell’Olivetti sono stati a Brno per presentare il progetto e coinvolgere i coetanei europei. Non un semplice viaggio, ma un passaggio fondamentale per costruire le basi del lavoro comune. Quando gli studenti arrivano a Ivrea, il progetto è già condiviso, già discusso, già in movimento.
Questo rende l’esperienza più simile a un cantiere che a un laboratorio scolastico. Non si parte da zero, si entra in un processo già avviato, dove ciascuno porta un pezzo e lo mette in relazione con quello degli altri.
L’iniziativa, proposta dalla commissione Erasmus+ dell’istituto, si muove proprio in questa direzione: superare l’idea dello scambio come esperienza isolata e trasformarlo in un percorso di crescita reale, capace di incidere sulle competenze e sulla visione degli studenti.
E forse è qui il punto più interessante. In un momento in cui l’Europa rischia spesso di apparire distante, astratta, confinata nelle istituzioni, all’Olivetti prende una forma diversa. Non è una parola, ma una pratica quotidiana: lavorare insieme, capirsi, trovare soluzioni comuni.
Nei corridoi e nei laboratori si intrecciano accenti diversi, ma il risultato è un ambiente sorprendentemente coeso. Non perché le differenze spariscano, ma perché diventano parte del processo.
Alla fine delle due settimane resteranno i modelli, i progetti, le competenze acquisite. Ma resterà soprattutto un’esperienza: quella di aver fatto scuola in un modo diverso, dove i confini si abbassano e la collaborazione diventa il vero motore.
Non quello Stirling, stavolta. Ma qualcosa che gli somiglia molto.
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