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Là dove stagnava l’acqua: la bonifica della palude di Settimo

La bonifica del Chiomo-Pramorto a Settimo Torinese: come l'essiccamento della palude (1845-1846) trasformò il paesaggio, migliorò la salute pubblica e rilanciò l'economia contadina

Là dove stagnava l’acqua: la bonifica della palude di Settimo

L'area bonificata nel 1845 in una fo tografia di ottant'anni più tardi

Nella storia italiana, le grandi bonifiche di aree paludose hanno rappresentato uno dei fattori determinanti per la trasformazione del paesaggio, la tutela della salute pubblica, il contenimento dei rischi geologici e lo sviluppo dell’economia contadina. Si pensi, per esemplificare, agli interventi nell’Agro pontino, nel Veneto, in Sardegna e nella Maremma. Anche a Settimo Torinese furono intraprese significative opere di bonifica del territorio, con notevolissime conseguenze dal punto di vista ambientale, non meno che socioeconomico.

Occorre sapere che, sino alla metà del diciannovesimo secolo, una vasta palude si estendeva a sud del terrazzo fluviale su cui sorge il borgo d’impianto antico. Di proprietà del Comune, il vasto terreno era attraversato dal rio Freidano: la parte sulla sinistra orografica del corso d’acqua si denominava Chiomo (dal piemontese «Ciòm» ossia acquitrino o pantano), l’altra era detta Pramorto. Assai prossimi al paese, i terreni acquitrinosi rendevano insalubre l’ambiente ed erano ritenuti «la causa predominante delle malattie» fra la popolazione, come si legge in una relazione dell’epoca. Il 6 luglio 1845, visitando Settimo, l’intendente della Provincia non poté che stupirsi dell’esistenza di un simile «terreno incolto» tra «fertili campagne».

In basso, al centro, la palude Chiomo  nella seconda metà del XVIII secolo

Là dove stagnavano le acque

Là dove stagnavano le acque

Oggetto di ripetute valutazioni degli amministratori locali, la bonifica del Chiomo-Pramorto fu sempre rinviata a tempi migliori. Dal punto di vista tecnico non giovava che il Freidano scorresse a quote più alte rispetto ai limitrofi terreni palustri. Inoltre si temeva che la bealera, privata delle acque che scaturivano dalla palude, cessasse di alimentare il Mulino vecchio con la dovuta forza idraulica.

Soltanto nella tarda estate del 1835, a motivo della serpeggiante epidemia di colera, il Comune riesaminò il problema. La locale commissione sanitaria suggerì di non perdere ulteriore tempo, provvedendo allo «spurgo delle acque stagnanti» e alla completa bonifica dell’area. La causa principale delle febbri epidemiche nel paese – ribadirono i medici – dipendeva dalle «mefitiche esalazioni» della palude.

Per avviare l’opera di bonifica si dovette attendere ancora un decennio. Ad aggiudicarsi i lavori per la somma di 8.400 lire fu il capomastro Matteo Valso, originario di Settimo e residente all’Abbadia di Stura. Grazie alla «favorevole stagione autunnale ed invernale», l’impresa non subì intralci. Diretti dal progettista, l’ingegnere Giovanni Davicini(1806-1885), futuro deputato al Parlamento italiano, nel marzo 1846 i lavori risultavano conclusi, a parte la messa a dimora di pioppi lungo gli argini.

Nel frattempo, l’amministrazione del sindaco Domenico Sgherlino pensò di conseguire un secondo obiettivo: rendere irrigabili le terre bonificate, suddividerle in lotti e concederle in affitto ai settimesi. Incaricato di occuparsi del problema, l’agrimensore Francesco Sosso ideò una serie di piccole opere idrauliche, fra cui un canale in pietra di Cumiana per condurre l’acqua a sud del Freidano.

La scomparsa della palude modificò radicalmente il paesaggio nella zona più prossima all’abitato d’impianto storico, tra la chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli e la strada di San Mauro. I benefici per la popolazione non tardarono a cogliersi: «l’aria, una volta non tanto sana per li paduli, ora per l’essiccamento de’ medesimi è migliore», rilevò il corografo Antonino Bertolotti nel 1872.

Di buon mattino, il 30 marzo 1846, l’assemblea civica si radunò sulle terre sottratte agli acquitrini per assegnare le ventidue unità in cui era stata divisa la tenuta. Ai pubblici amministratori, gelosi custodi degli ordinamenti municipali, la circostanza appariva solenne: quel giorno, nel Chiomo, forse aleggiava un’atmosfera non troppo diversa da quella della carducciana ode «Il comune rustico». A informare gli abitanti del luogo aveva provveduto il segretario Gaspare Valentino Meynardi in tre diversi giorni festivi, davanti alla chiesa di San Pietro, dopo la Messa solenne.

Come precedentemente disposto, tutte le locazioni della tenuta Chiomo-Pramorto dovevano avere la formale durata di sei anni. Nel 1851 il periodo contrattuale fu esteso a nove anni, però il numero dei lotti passò da ventidue a diciotto, essendo stata venduta una parte del terreno. Nel nuovo avviso d’asta si ribadì che i fittavoli dovevano «mantenere costantemente li fossi espurgati in modo lodevole, a pena di vedersi ciò eseguire, a maggior loro spese». Inoltre l’amministrazione presieduta dal sindaco Francesco Sosso decise di non affittare due lotti poiché «sterili, soggetti alla consuetudine» di «pubblico lavatoio» e di «pubblico stenditoio delle lingerie».

La gente di Settimo non ne era consapevole, ma qualcosa di rilevante per l’economia del luogo stava accadendo. In altri termini, nelle terre ancora troppo umide e inadatte a coltivarvi i cereali, si erano poste solide basi affinché i primi lavandai potessero avviare la loro attività.

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