Cerca

Attualità

Esame urgente? Nel 2027. E intanto si paga: il fallimento della sanità piemontese

A Settimo Torinese un uomo di 91 anni costretto a indebitarsi per far curare la moglie: rischio occlusione arteriosa, ma il pubblico rimanda di oltre un anno. «Mi faccio prestare i soldi»

Esame urgente? Nel 2027. E intanto si paga: il fallimento della sanità piemontese

Esame urgente? Nel 2027. E intanto si paga: il fallimento della sanità piemontese

«Mi hanno dato una data: 6 ottobre 2027. Ma mia moglie rischia l’occlusione delle arterie adesso».

Raimondo Sanfilippo ha 91 anni. Le mani segnate, la voce ancora lucida. Non è uno che cerca visibilità. È uno che ha sempre fatto il suo dovere. Ha lavorato, ha costruito, ha perfino contribuito a far nascere un giornale di quartiere a Mirafiori Sud, insieme al parroco. Una vita semplice, dignitosa. Oggi vive a Settimo Torinese. E oggi, per la prima volta, si trova a chiedere aiuto.

asdfa

Perché sua moglie, Vincenza Saffioti, 80 anni, non è solo “una paziente”. È una donna che ha già attraversato l’inferno della malattia. Sei interventi alle coronarie. Problemi cardiaci e circolatori. Un corpo che ha resistito, ma che oggi manda segnali chiari.

Il medico non ha dubbi: serve un controllo urgente. Un eco-doppler agli arti inferiori e agli assi iliaco-femorali.

Non tra un anno. Non “quando si può”. Subito. Entro un mese. Perché il rischio è concreto: occlusione delle arterie.

Chiunque abbia un minimo di coscienza capisce cosa significa. Non è una formalità. È la linea sottile tra intervenire in tempo o arrivare troppo tardi. Raimondo prende il telefono. Inizia il giro che ormai conoscono tutti: Cup, ospedali, numeri regionali. Attese infinite. Musiche registrate. Risposte che sembrano tutte uguali.

«Non c’è posto». «Provi più avanti». «Non abbiamo disponibilità». Giorni così. Telefonate così. Porte chiuse così. Poi, finalmente, una data: 6 ottobre 2027.

Un anno e mezzo per un esame urgente, per una donna di 80 anni con una storia clinica pesantissima, per un rischio che non aspetta.

«Ho pensato di aver capito male», racconta Raimondo. «Ho chiesto di ripetere. Ma era proprio quella. 2027».

In quel momento succede qualcosa che non si vede nei numeri, nelle statistiche, nei comunicati della Regione. Succede che una persona capisce di essere sola. Che il sistema che avrebbe dovuto proteggerla non c’è. Che la sanità pubblica, quella per cui ha pagato tutta la vita, non è più in grado di garantire nemmeno l’essenziale. E allora resta una sola strada: pagare.

Il privato. Al CDC gli danno una possibilità: aprile. Non subito, ma almeno non tra un anno e mezzo. Costo: 170 euro.

Per qualcuno possono sembrare pochi. Per due anziani, entrambi invalidi al 100%, sono tanti. Troppi.

«Mi faccio prestare i soldi», dice. E questa frase dovrebbe farci fermare tutti, perché dentro ci sono novant’anni di vita.
Dentro ci sono anni di lavoro, contributi, sacrifici. Dentro c’è la dignità di una persona che non ha mai chiesto nulla e che oggi è costretta a chiedere. Per un esame. Non per un lusso. Per un esame.

Nel frattempo, la malattia non aspetta. Le arterie non aspettano. Il corpo non conosce le liste d’attesa. Ma la sanità piemontese sì. La sanità piemontese conosce solo numeri, codici, rinvii. Conosce liste infinite, tempi impossibili, risposte standard. Non conosce più le persone. Non vede più i volti. Non sente più le urgenze.

Perché qui non si parla di un ritardo. Si parla di un sistema che sposta nel tempo la cura fino a renderla inutile. Che trasforma un diritto in un privilegio. Che ti mette davanti a una scelta crudele: o aspetti e rischi, o paghi e ti curi.

E allora diciamolo chiaramente. Questa non è più sanità pubblica. È un sistema che scarica il problema sui cittadini. È un sistema che funziona solo per chi ha soldi. È un sistema che lascia indietro i più fragili. 

Un uomo di 91 anni che si indebita per far fare un esame alla moglie malata. È questa l’immagine della sanità piemontese oggi. Non i comunicati. Non i numeri. Non le promesse. Questa. E la domanda, a questo punto, è inevitabile: quanto vale la vita di Vincenza Safioti? Quanto vale la dignità di chi ha lavorato una vita? Quanto vale il tempo, quando il tempo è tutto? Perché qui il tempo non è un dettaglio. Il tempo è la differenza tra vivere e non farcela. E allora forse il problema non è solo una lista d’attesa. Forse il problema è che abbiamo accettato tutto questo come normale. E invece normale non è.

Non è normale aspettare il 2027 per un esame urgente. Non è normale chiedere soldi in prestito per curarsi. Non è normale avere paura non della malattia, ma del sistema che dovrebbe curarla.

Raimondo non chiede privilegi. Chiede solo quello che dovrebbe essere garantito a tutti: essere curato in tempo.

Oggi non lo è. E domani potrebbe toccare a chiunque.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori