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17 Marzo 2026 - 22:46
Quando un minore viene allontanato dalla propria famiglia di origine, la scelta di dove e con chi crescerà nei mesi o negli anni successivi non è mai neutra. È una decisione che incide sulla sua identità, sul suo equilibrio emotivo e sulle sue prospettive future. Ed è proprio su questo terreno delicato che la Regione Piemonte rilancia con forza una linea precisa: privilegiare l’affido familiare rispetto all’inserimento in comunità, soprattutto quando si tratta di famiglie che hanno già maturato un’esperienza genitoriale.
A delineare questa impostazione è stato l’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, intervenuto a Torino durante il lancio ufficiale del progetto Casa (Comunità, alleanze e solidarietà per l’accoglienza), un’iniziativa pensata per promuovere la cultura dell’accoglienza dei minori e rafforzare il sistema dell’affido e dell’adozione.
«Per i casi di allontanamento disposti dalla magistratura — ha spiegato Marrone — abbiamo sempre ritenuto preferibile un’accoglienza di carattere familiare. E non a caso abbiamo messo nero su bianco una preferenza per quelle famiglie che hanno già dei figli o che hanno già vissuto l’esperienza della genitorialità».
Una posizione che affonda le radici in un’idea ben precisa: la famiglia, anche quando non è quella d’origine, rappresenta un contesto capace di offrire stabilità, riferimenti affettivi e modelli educativi difficilmente replicabili in altre forme di accoglienza.
Il tema non è nuovo, ma torna al centro del dibattito in una fase in cui il sistema di tutela dei minori è chiamato a confrontarsi con numeri complessi, risorse limitate e bisogni sempre più articolati. L’allontanamento di un bambino o di un adolescente dalla propria famiglia è infatti un momento altamente traumatico, che richiede risposte rapide ma anche profondamente calibrate.
Ed è qui che si inserisce la riflessione dell’assessore: «Riteniamo che una famiglia affidataria possa creare un ambiente di accoglienza diverso anche rispetto alle migliori comunità residenziali. Non è una critica alle comunità — ha precisato — perché in Piemonte ne abbiamo molte di altissima qualità. Ma la famiglia può garantire una transizione meno traumatica, soprattutto in una fase così destabilizzante».
Il confronto tra affido familiare e comunità educative è da anni al centro delle politiche sociali. Le comunità rappresentano una risposta strutturata, con personale qualificato e protocolli consolidati, ma spesso non riescono a offrire quella dimensione affettiva continuativa che caratterizza una famiglia.
L’affido, invece, introduce il minore in un contesto quotidiano fatto di relazioni stabili, abitudini condivise e riferimenti costanti. Una dimensione che può favorire un percorso di crescita più equilibrato, soprattutto nei casi in cui l’allontanamento è temporaneo e finalizzato a un eventuale rientro nella famiglia d’origine.
Non è però una soluzione semplice. L’affido richiede famiglie disponibili, preparate e accompagnate da servizi sociali capaci di sostenere un percorso spesso complesso. Da qui la scelta della Regione di valorizzare le famiglie con esperienza genitoriale, ritenute più attrezzate per affrontare le criticità che possono emergere.
Il progetto Casa si inserisce proprio in questo quadro. L’obiettivo è costruire una rete più solida tra istituzioni, servizi sociali, associazioni e famiglie, promuovendo una cultura dell’accoglienza che non si limiti all’emergenza ma diventi parte integrante del tessuto sociale.
Non solo affido, ma anche adozione, con un ruolo di primo piano del Piemonte a livello nazionale. Marrone ha infatti ricordato il “grande protagonismo” della Regione nel campo delle adozioni internazionali, grazie a un servizio che rappresenta un punto di riferimento anche per altre realtà italiane e per il Ministero.
Un sistema che negli anni ha costruito competenze e relazioni internazionali, contribuendo a rendere il Piemonte una delle regioni più attive su questo fronte.

L'assessore Marrone
La sfida, oggi, è duplice. Da un lato aumentare il numero di famiglie disponibili all’affido, dall’altro garantire un accompagnamento adeguato, capace di sostenere sia i minori sia gli adulti coinvolti.
Perché accogliere un bambino o un adolescente in difficoltà non è solo un gesto di generosità, ma un percorso che richiede consapevolezza, equilibrio e supporto continuo.
In questo senso, il messaggio lanciato dalla Regione è chiaro: l’affido familiare non è un’alternativa residuale, ma una scelta strategica che può fare la differenza nella vita dei minori più fragili.
Resta però il nodo delle risorse e dell’organizzazione dei servizi. Perché se è vero che la famiglia rappresenta un contesto privilegiato, è altrettanto vero che senza un sistema di sostegno efficiente il rischio è quello di lasciare sole le famiglie affidatarie di fronte a situazioni complesse.
Il progetto Casa punta proprio a colmare questo gap, rafforzando le alleanze tra pubblico e privato sociale e costruendo un modello di accoglienza più integrato.
In gioco non c’è soltanto l’efficacia delle politiche sociali, ma la capacità di una comunità di prendersi cura dei propri membri più vulnerabili.
E in questa prospettiva, la scelta tra comunità e famiglia non è solo una questione tecnica, ma una visione culturale: quella di una società che decide se delegare l’accoglienza a strutture organizzate o se investire sulla responsabilità condivisa delle famiglie.
Il Piemonte, almeno nelle intenzioni dichiarate, sembra aver scelto la seconda strada. Con una convinzione di fondo: che un ambiente familiare, quando possibile, resti il luogo migliore in cui ricostruire un equilibrio e immaginare un futuro.
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