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16 Marzo 2026 - 15:28
Fausto Francisca
Nei piccoli comuni italiani succede una cosa curiosa. Tutti chiedono sindaci presenti. Poi, quando ne trovano uno davvero presente, cominciano i problemi.
Perché la presenza, quando è reale, non è mai neutra. Significa decidere, intervenire, prendere posizione. E soprattutto significa stare lì, ogni giorno, nel posto dove la politica locale accade davvero: il municipio.
Tutto questo per dire che a Borgofranco d’Ivrea la politica è saltata in aria nel modo più classico. Dimissioni a catena, il consiglio comunale che cade, il commissario prefettizio che presto arriverà a rimettere in ordine le carte. È il finale che nessun comune desidera, perché quando arriva il commissario significa che la politica locale, per un po’, smette di fare la politica.
Nel mezzo di questa vicenda c’è Fausto Francisca. Che non è un sindaco da fotografia istituzionale. Non è solo quello delle inaugurazioni, delle targhe scoperte e delle strette di mano. O meglio: è anche quello, perché un sindaco fa anche questo. Ma soprattutto è qualcosa che oggi sta diventando piuttosto raro.
È un sindaco che fa il sindaco. Cioè uno che sta in municipio.
Detta così sembra una banalità. In realtà non lo è più da tempo. Perché amministrare un piccolo comune non è una teoria politica e nemmeno un elegante esercizio istituzionale. È un lavoro continuo, spesso ingrato, quasi sempre invisibile.
È fatto di bilanci che non tornano mai abbastanza, di telefonate, di riunioni, di pratiche da inseguire, di cittadini che arrivano con problemi che spesso non hanno nemmeno una soluzione vera. Una strada da sistemare, un contributo da trovare, una scuola da tenere in piedi, una lite tra vicini che finisce, immancabilmente, sulla scrivania del sindaco.

È una politica quasi artigianale. Non elegante, ma necessaria.
E come tutti gli artigiani, anche i sindaci di questo tipo hanno un difetto. Tendono a essere poco diplomatici. Non perché amino lo scontro, ma perché passano molto più tempo a risolvere problemi che a costruire equilibri.
Il che, prima o poi, produce attriti. Accade spesso nei piccoli comuni. Non per grandi divergenze ideologiche — quelle appartengono più ai talk show che ai municipi — ma per qualcosa di molto più semplice e molto più umano: il carattere, il metodo, il modo di stare nella stanza dove si decide.
Una parola di troppo. Un tono sbagliato. Una frase che resta lì, sospesa nell’aria di una sala consiliare. Secondo il racconto di chi si è dimesso, a Borgofranco quella frase sarebbe stata più o meno questa: voi non contate niente.
Può darsi. Può anche darsi che fosse una battuta, uno sfogo, una frase detta male in un momento di tensione. Nei consigli comunali succede più spesso di quanto si immagini.
Il problema è che quando i rapporti politici si logorano, anche le parole diventano detonatori.
Fausto Francisca, piaccia o no, aveva scelto un modo piuttosto chiaro di stare nel ruolo: fare il sindaco come si faceva una volta. Con presenza. Con ostinazione. Con quella convinzione un po’ testarda che alla fine amministrare significhi soprattutto decidere.
Il che, come è noto, è il modo più sicuro per scontentare qualcuno.
E così oggi Borgofranco si ritrova senza consiglio comunale. Presto arriverà un commissario prefettizio. Che è una figura rispettabile, naturalmente. Ma non è la politica.
La politica è un’altra cosa. È imperfetta, rumorosa, spesso disordinata. È fatta di attriti, di discussioni, di personalità che non sempre vanno d’accordo.
Però ha un pregio: è fatta da persone che ci mettono il tempo.
E nei piccoli comuni italiani, oggi, trovare qualcuno disposto a metterci davvero il proprio tempo — giorni, serate, telefonate, responsabilità — sta diventando sempre più difficile. Forse è anche questo il piccolo paradosso di Borgofranco.
Quando un sindaco decide di fare il sindaco sul serio, prima o poi qualcuno si arrabbia. Ma il giorno in cui non ci saranno più sindaci così, probabilmente sarà troppo tardi.
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