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14 Marzo 2026 - 16:56
Torino, Campo Combi, 1974 circa. Da sinistra: i calciatori della Juventus, Silvio Longobucco e Fernando Viola, in allenamento; sullo sfondo s'intravede lo stadio Comunale.
Oggi, 14 marzo 2026, Fernando Viola avrebbe compiuto 75 anni.
Un traguardo importante, di quelli che spesso diventano occasione per riabbracciare i ricordi, per raccontare storie, per ripercorrere una vita. Ma il destino ha voluto diversamente: il 5 febbraio di 25 anni fa, sulla soglia delle 50 primavere, la sua esistenza si spezzò all’improvviso in un tragico incidente stradale.
Fernando Viola, da Torrazza Piemonte, alle porte di Torino, perse la vita a Roma, su viale Parioli, nel quartiere elegante dove aveva scelto di vivere insieme alla moglie e ai figli, che all’epoca avevano appena 14 e 15 anni. Una sera come tante, uno scooter, la strada di casa. Poi lo schianto contro un’auto e un silenzio che, da quel momento, avrebbe avvolto il ricordo di uno dei personaggi più particolari e raffinati del calcio italiano.

Viola (sullo sfondo) alla Lazio, assieme al perugino Pierluigi Frosio, nella stagione 1981-1982.
Perché Nando Viola non è stato soltanto un calciatore. È stato, prima di tutto, un uomo di calcio e di cultura, una figura quasi fuori dal tempo, uno di quei giocatori che oggi verrebbero definiti “atipici”.
Gentile nei modi, elegante nei gesti, curioso nella mente.
Cresciuto nel vivaio della Juventus, Viola arrivò in prima squadra in un periodo in cui vestire la maglia bianconera significava entrare in un mondo fatto di campioni e gerarchie rigidissime. Il suo momento arrivò il 12 marzo 1972, quando l’allenatore Čestmír Vycpálek — il “Cesto” della Juventus, zio di Zdeněk Zeman — decise di lanciarlo nella mischia.
Allo stadio Comunale di Torino si giocava Juventus-Bologna. I bianconeri avrebbero vinto 2-1, ma quel giorno restò soprattutto il giorno dell’esordio di Viola in Serie A. Entrò per sostituire Franco Causio, il “Barone”, a sua volta erede tecnico e simbolico di Helmut Haller, il “panzer” tedesco che aveva lasciato un segno profondo nella storia juventina.
Un passaggio di testimone quasi simbolico.
Quella Juventus, qualche settimana più tardi, avrebbe riconquistato lo scudetto del 1971-72, rompendo un digiuno che durava da diversi anni. L’apporto di Viola fu limitato nei numeri, ma essenziale nello spirito di una squadra che tornava a vincere. E, soprattutto, rappresentò il primo passo di una carriera lunga e ricca di esperienze.
Centrocampista completo, tecnico e generoso, Viola possedeva qualità che lo rendevano un interprete modernissimo per l’epoca. Non era soltanto un giocatore di contenimento né solo un uomo di fantasia: era entrambe le cose.
Sapeva correre, recuperare palloni, impostare il gioco, inserirsi negli spazi. Aveva visione, dinamismo e intelligenza tattica. Per questo molti lo considerano, a posteriori, un antesignano del centrocampista moderno, quel tipo di giocatore capace di collegare difesa e attacco con naturalezza.
Dopo l’esperienza alla Juventus arrivò il prestito al Mantova, in Serie B, una tappa fondamentale per accumulare minuti e maturare esperienza. Poi il ritorno alla casa madre, dove ebbe modo di vedere da vicino i primi passi di un ragazzo destinato a diventare leggenda: Paolo Rossi, allora giovanissimo.
La sua carriera proseguì lontano da Torino, con tappe che raccontano il calcio italiano degli anni Settanta e dei primi Ottanta. Cagliari, Lazio, Bologna, ancora Lazio per quattro stagioni intense. Proprio nella capitale Viola trovò una dimensione particolare, diventando uno dei punti di riferimento di una squadra e di una città che seppero apprezzarne la classe e la discrezione.
A Roma non fu soltanto un calciatore: diventò un uomo rispettato, uno di quelli che non fanno rumore ma che restano impressi nella memoria di compagni, dirigenti e tifosi.
Poi venne il tempo dell’ultima tappa, quasi romantica: Subiaco, la squadra del paese di Ciccio Graziani. Un ritorno al calcio più genuino, quello giocato per passione e per amicizia, lontano dai riflettori.
Ma la vera particolarità di Fernando Viola stava anche fuori dal campo.
In un’epoca in cui il professionismo calcistico raramente si conciliava con gli studi universitari, lui riuscì a coltivare la sua passione per la cultura. Si laureò in lingue, diventando uno dei primi calciatori nella storia del calcio italiano a ottenere un titolo accademico.
Un traguardo che racconta molto della sua personalità: curiosa, disciplinata, mai appagata.
Per questo molti compagni e osservatori lo ricordano come un gentiluomo del pallone. Non solo per il modo di giocare, ma per il modo di stare al mondo.
Quando smise con il calcio professionistico, Viola scelse una vita tranquilla a Roma, nel quartiere Parioli. Una vita fatta di famiglia, di lavoro, di quotidianità.
Poi arrivò quella notte del 5 febbraio 2001. Uno scooter, una strada familiare, lo schianto improvviso.
E tutto si fermò. Aveva 49 anni, praticamente sulla soglia dei cinquanta. Un’età in cui la vita di solito si apre a nuovi capitoli, non si chiude.
Oggi, nel giorno in cui avrebbe festeggiato 75 anni, Fernando Viola resta una figura speciale nella memoria del calcio italiano. Non soltanto per le partite giocate o per le maglie indossate, ma per quello che rappresentava: un calcio elegante, intelligente, colto.
Un calcio in cui si poteva essere allo stesso tempo centrocampisti e studiosi, agonisti e gentiluomini.
E forse è proprio per questo che, a distanza di un quarto di secolo da quella tragica sera, il nome di Nando Viola continua a evocare qualcosa di raro: l’idea di un calcio che sapeva correre veloce sul campo, ma anche pensare.
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