Cerca

Italia fuori dalla guerra contro l’Iran: cosa ha deciso davvero il governo e perché Trump manda segnali opposti

Il Consiglio Supremo di Difesa ha stabilito che l’Italia non partecipa al conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Difesa dei militari italiani e aiuti solo difensivi ai Paesi del Golfo. Intanto Donald Trump alterna annunci di fine guerra e nuove minacce militari

Italia fuori dalla guerra contro l’Iran: cosa ha deciso davvero il governo e perché Trump manda segnali opposti

Giorgia Meloi e Sergio Mattarella

Un telefono vibra sul tavolo di marmo del Quirinale mentre nel cortile d’onore arrivano le auto con le luci blu accese. È la mattina del 13 marzo 2026. Nei palazzi dello Stato si discute di come tenere l’Italia lontana da una guerra che, partita dal Golfo Persico, sta già scuotendo il Mediterraneo e i mercati europei. Poche ore dopo arriva la decisione: l’Italia non partecipa al conflitto contro l’Iran. La linea viene fissata dal Consiglio Supremo di Difesa, riunito dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel comunicato diffuso al termine dell’incontro si richiama l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa, e si afferma che l’Italia non prenderà parte alle operazioni militari avviate da Stati Uniti e Israele.

Il documento parla anche di Mediterraneo “allargato”, dei rischi per la stabilità regionale e degli attacchi contro i civili. C’è un passaggio dedicato alle missioni italiane già presenti nell’area: il contingente della Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) nel sud del Libano e i militari italiani schierati nella base di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’indicazione politica è chiara: proteggere uomini e infrastrutture senza entrare nella guerra.

guerra

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo spiega in Parlamento nelle ore successive alla riunione. L’Italia, dice, è pronta ad aiutare i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo soltanto con strumenti difensivi. Parliamo di sistemi per la difesa aerea, capacità antimissile e contromisure contro i droni. L’obiettivo dichiarato è proteggere i circa duemila militari italiani presenti nell’area e i molti cittadini che lavorano nei Paesi del Golfo. Il coordinamento, aggiunge il governo, avviene con Francia, Germania e Regno Unito.

La questione più delicata riguarda l’uso delle basi statunitensi sul territorio italiano. Installazioni come Sigonella, il sistema satellitare Mobile User Objective System (MUOS) in Sicilia e altri scali logistici potrebbero avere un ruolo nelle operazioni americane. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ricorda che ogni attività avviene nel quadro dei trattati internazionali. Il riferimento è all’Accordo sullo status delle forze armate della NATO (NATO Status of Forces Agreement) firmato nel 1951 e al Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 tra Italia e Stati Uniti, aggiornato negli anni successivi. Se Washington chiedesse di utilizzare le basi italiane per operazioni diverse da quelle previste, la decisione dovrebbe passare dal governo, dal Parlamento e dal Quirinale.

Su questo punto le opposizioni chiedono garanzie esplicite. Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle chiedono che le installazioni italiane non vengano utilizzate per attacchi contro l’Iran. Il governo ribadisce che la linea resta quella indicata dal Consiglio Supremo di Difesa: sostegno difensivo ai partner e nessun coinvolgimento diretto nelle operazioni militari.

La scelta italiana risponde a tre esigenze molto concrete. La prima è la sicurezza dei militari e dei civili italiani nell’area. Le missioni internazionali in Libano e Iraq si trovano vicino a zone dove operano milizie legate a Teheran, e ogni escalation aumenta il rischio di attacchi o incidenti. La seconda riguarda il quadro giuridico. La Costituzione e i trattati con gli Stati Uniti fissano limiti precisi alle operazioni militari e rendono necessario un passaggio parlamentare per ogni ampliamento del coinvolgimento. La terza è economica. Il conflitto attraversa una delle aree più importanti per il commercio mondiale di energia e per le rotte marittime che collegano l’Asia all’Europa.

In queste ore il governo lavora con Parigi, Berlino e Londra per rafforzare la difesa dei Paesi del Golfo. L’idea è sostenere i sistemi di sorveglianza e difesa aerea senza partecipare ad azioni offensive. Una scelta che riflette anche le preoccupazioni per lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Un blocco o anche solo una minaccia alle rotte marittime avrebbe effetti immediati sui prezzi dell’energia, sui trasporti e sulle assicurazioni navali.

Mentre Roma cerca di mantenere una posizione prudente, dagli Stati Uniti arrivano messaggi oscillanti. Il presidente Donald Trump dice che la guerra con l’Iran potrebbe finire presto. In altri momenti sostiene che la pressione militare deve continuare perché, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno ancora ottenuto una vittoria sufficiente. Le dichiarazioni vengono rilanciate dalle principali reti televisive e dalle agenzie americane.

Un altro elemento ricorrente nei suoi interventi è il petrolio. Trump ricorda più volte che gli Stati Uniti sono il maggiore produttore mondiale di greggio e sostiene che l’aumento dei prezzi potrebbe portare benefici all’economia americana. È una lettura contestata da molti economisti, che sottolineano come prezzi elevati dell’energia possano alimentare l’inflazione e pesare sui trasporti e sulla produzione industriale.

Il tema dell’energia ritorna anche in altri dossier. L’amministrazione americana spinge gli alleati a ridurre drasticamente gli acquisti di petrolio russo e richiama più volte il controllo delle risorse energetiche in aree considerate strategiche. In Venezuela, tra l’inizio e la metà di gennaio 2026, alcune decisioni dell’amministrazione riaprono il dibattito sull’accesso alle risorse petrolifere del Paese e sul rispetto del diritto internazionale.

Per l’Italia la guerra nel Golfo rappresenta soprattutto un rischio economico e logistico. Un blocco nello Stretto di Hormuz avrebbe effetti che vanno oltre il prezzo dei carburanti. Molte materie prime industriali e fertilizzanti transitano da quelle rotte. Un aumento dei costi di trasporto e assicurazione colpirebbe l’intera filiera produttiva europea, dall’agricoltura alla manifattura.

Sul piano militare il problema resta la sicurezza delle missioni italiane all’estero. Il Consiglio Supremo di Difesasegnala già gli attacchi contro le basi internazionali in Libano e Iraq. È probabile che nelle prossime settimane vengano rafforzate le misure di protezione attorno ai contingenti italiani e alle installazioni più esposte.

Allo stesso tempo la posizione scelta dal governo offre a Roma uno spazio diplomatico. Restare fuori dalle operazioni militari consente all’Italia di presentarsi come interlocutore credibile nei tavoli internazionali, sia all’interno della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) sia nelle sedi dell’Unione Europea. In un contesto instabile, la capacità di mantenere aperti i canali politici può diventare decisiva se si aprirà una trattativa per fermare il conflitto.

Il nodo principale resta proprio questo. Gli Stati Uniti non indicano ancora con chiarezza quale sia l’obiettivo finale della campagna militare. Non è chiaro se l’obiettivo sia limitare la capacità militare iraniana, ottenere nuove garanzie sul programma nucleare di Teheran o modificare gli equilibri politici nella regione. Senza una definizione precisa degli obiettivi diventa difficile immaginare come e quando la guerra possa finire.

Per ora l’unico dato certo è la linea fissata poche ore fa dal Consiglio Supremo di Difesa: l’Italia non entra in guerra, mantiene gli impegni con gli alleati e concentra gli sforzi sulla protezione dei propri militari e dei propri cittadini. In attesa che da Washington arrivi una strategia politica capace di trasformare l’operazione militare in una soluzione diplomatica.

Fonti: QuirinaleNomos Centro Studi Parlamentari,CBS News, CNN, Euronews, Congress.gov, Just Security.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori