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Torino cambia motore: meno auto, più aerospazio e tecnologia

Il Rapporto Industria e Servizi 2026 mostra un sistema produttivo più solido e diversificato: crescono aerospazio, macchinari e manifattura avanzata. Ma restano i nodi di produttività, ICT e credito alle imprese

Torino cambia motore: meno auto, più aerospazio e tecnologia

Torino cambia motore: meno auto, più aerospazio e tecnologia

Il tessuto economico torinese sta ritrovando slancio e redditività puntando con decisione sui settori a maggiore potenziale di crescita. È una trasformazione che non nasce dal nulla ma affonda le radici nella storia industriale della città: Torino continua a vincere quando riesce a combinare specializzazione storica, capacità manifatturiera e innovazione tecnologica. L’aerospazio, in questo senso, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa traiettoria: un comparto che mette insieme competenze consolidate, ricerca avanzata e competitività internazionale.

Ma la traiettoria della città non si esaurisce qui. Nei prossimi anni un ruolo centrale sarà giocato anche dalla meccanica strumentale, dall’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, dalla crescente domanda di robotica, oltre che da filiere strategiche come agroalimentare, chimica e gomma-plastica. È proprio dalla sua tradizione industriale che Torino sta traendo le risorse per una diversificazione produttiva già in atto e ormai evidente nei dati.

Il sistema produttivo, infatti, appare più robusto rispetto al passato recente. La diversificazione dell’export è diventata una realtà concreta e non più solo un obiettivo strategico. La redditività delle imprese è tornata ad accelerare, soprattutto negli ultimi anni, mentre si registrano progressi anche sul fronte dell’efficienza energetica: dal 2022 i consumi elettrici sono in calo del 4% all’anno, nonostante prezzi dell’energia in discesa, segnale di un miglioramento strutturale nell’utilizzo delle risorse. Allo stesso tempo cresce il peso delle fonti rinnovabili, che hanno ormai raggiunto il 41,1% del mix energetico.

Sono queste alcune delle principali evidenze che emergono dal Rapporto Industria e Servizi Organizzati 2026, realizzato da Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi. Lo studio si basa sull’analisi dei bilanci depositati delle imprese con fatturato superiore ai 5 milioni di euro. Un universo che, nel periodo compreso tra il 2014 e il 2023, è cresciuto in modo significativo: le aziende considerate sono passate da 1.384 a 1.892, con un incremento del 37%.

“Il rapporto ci conferma un fatto per noi noto: Torino non ha bisogno di dimostrare di saper produrre. Il punto oggi è trasformare questa capacità in un vantaggio competitivo strutturale sapendo che manifattura e servizi sono oggi un binomio ineludibile. Torino e il Paese hanno bisogno di un’industria forte, con al centro innovazione e tecnologia, per tornare a crescere e creare valore aggiunto. Abbiamo una struttura eterogenea ed efficiente e una buona redditività: puntando su una stretta integrazione dell’intelligenza artificiale nella manifattura e nei processi produttivi e lasciando emergere nuove specializzazioni ad alto valore aggiunto, Torino può confermarsi protagonista dell’industria nazionale ed europea. Serve fiducia, nonostante la complessità di questa fase. E serve voglia di crescere: noi ce l’abbiamo”, dichiara Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino.

Un punto chiave sottolineato dal rapporto riguarda proprio il legame sempre più stretto tra industria e servizi avanzati. “Per ogni 100 euro di valore aggiunto dell’industria torinese, 47 euro sono acquisti di servizi organizzati: manifattura e servizi avanzati non devono più essere considerati come settori separati, ma come un unico nucleo produttivo esteso, che sul nostro territorio ha registrato nell’ultimo decennio ottime performance, come un +56% di fatturato”, evidenzia Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino.

Secondo Cipolletta, questo approccio di analisi – innovativo e ancora poco diffuso in Italia – consente di leggere con maggiore precisione le dinamiche dell’economia locale. I dati mostrano infatti una redditività in accelerazione negli ultimi anni, un export sostenuto non più soltanto dall’automotive ma anche da comparti come aerospazio e macchinari, e un progressivo miglioramento dell’efficienza energetica. “Ora – aggiunge – è strategico trasformare la redditività ottenuta in investimenti innovativi che permettano la crescita anche di settori oggi più in difficoltà, come l’ICT, o a minore valore aggiunto, come i servizi alla persona”.

Guardando ai numeri del rapporto emerge come, nell’ultimo decennio, il cosiddetto nucleo produttivo esteso si sia rafforzato non solo dal punto di vista numerico ma anche dimensionale ed economico. Gli addetti sono cresciuti del 24%, passando da 258.759 a 320.857 unità. Il fatturato complessivo è aumentato del 56%, salendo da 76 a 118,4 miliardi di euro. Il valore aggiunto è cresciuto del 50%, passando da 20,2 a 30,3 miliardi. Anche gli investimenti hanno registrato un incremento significativo: le immobilizzazioni sono aumentate del 57%, da 48 a 75 miliardi di euro, mentre il Margine operativo lordo (Mol) è cresciuto del 47%, passando da 9,3 a 13,6 miliardi.

Tuttavia, l’analisi mette in luce anche alcuni nodi strutturali. Il valore aggiunto è cresciuto meno del fatturato: nel decennio è aumentato del 21,1%, passando da 77.882 a 94.352 euro per addetto, mentre il fatturato per addetto è cresciuto del 26%, da 293.823 a 369.114 euro. In un sistema innovativo di punta, osservano gli autori del rapporto, ci si aspetterebbe il contrario: una crescita più forte del valore aggiunto rispetto ai ricavi.

dati

In termini reali, cioè al netto dell’inflazione, la crescita del valore aggiunto del nucleo produttivo è stata di circa +1,5% annuo, solo leggermente superiore alla media del Nord Italia (+1,3%). In altre parole, il sistema produttivo torinese è solido e vitale, ma non è ancora abbastanza forte da agire come locomotiva dell’intera economia territoriale.

Un altro nodo riguarda la produttività, cresciuta mediamente del 21% nel decennio ma con forti differenze tra i settori. La manifattura resta il comparto più performante con 102.969 euro di valore aggiunto per addetto (+53%), confermandosi il motore ad alto rendimento dell’economia locale. Le costruzioni registrano un incremento del 121%, ma questo risultato è in larga parte legato agli effetti temporanei dei bonus edilizi.

La situazione è invece più complessa per alcuni settori del terziario avanzato. L’ICT e i servizi alle imprese hanno registrato una riduzione della produttività del 13%. È un dato che merita particolare attenzione: proprio il comparto che avrebbe potuto trainare lo sviluppo del terziario ad alto valore aggiunto perde peso e produttività, passando dal 14% al 12% degli occupati del nucleo produttivo. Tra le cause principali emergono la dimensione troppo ridotta delle imprese, la forte attrazione esercitata da Milano e la difficoltà delle aziende ICT locali a raggiungere una massa critica sufficiente.

Infine, cresce in modo significativo il peso dei servizi alla persona, che passano dal 15% al 26% degli occupati del nucleo produttivo. Tuttavia, si tratta di attività con una produttività molto più bassa, pari a 50.662 euro per addetto. Questo conferma che una parte importante della terziarizzazione in corso riguarda settori a basso valore aggiunto, che non contribuiscono in modo significativo alla crescita della produttività complessiva.

La vera domanda aperta riguarda dunque la destinazione della redditività ritrovata: quanta parte di questi risultati sarà trasformata in nuovi investimenti. Il dato positivo è che una quota significativa degli investimenti può essere realizzata attraverso l’autofinanziamento delle imprese, consentendo quindi di indirizzare rapidamente le risorse verso i settori a maggiore crescita.

Serve però anche l’altra gamba dello sviluppo: quella della finanza e del credito. Da questo punto di vista i dati del rapporto mostrano una dinamica meno favorevole. I prestiti complessivi al sistema torinese sono passati da 62 a 63 miliardi di euro tra il 2011 e il 2025 in termini nominali, ma in termini reali segnano una riduzione del 30%. I finanziamenti alle attività produttive sono scesi da 26,9 a 26,1 miliardi (–3,3% nominale, –30% reale). Ancora più marcato il calo nel settore delle costruzioni, dove il credito è diminuito del 58,5% in quindici anni. Anche il leasing ha perso terreno, riducendosi del 41,6% dal 2010 e passando da strumento privilegiato per gli investimenti a opzione sempre più marginale.

Un segnale positivo arriva tuttavia dall’ultimo anno: i prestiti destinati alle attività produttive sono tornati a crescere del 3,6%, pari a circa un miliardo di euro in più. Un’inversione di tendenza ancora fragile, ma che potrebbe rappresentare il primo passo verso una nuova fase di investimenti e sviluppo per l’economia torinese.

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