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13 Marzo 2026 - 09:50
Roberto Cingolani dirigente Leonardo
Entro la fine dell’anno Leonardo assumerà 470 persone in più nel torinese. Lo stabilimento di Caselle Torinese passerà da circa 2.070 a oltre 2.200 addetti, quello di Torino da 1.600 a circa 1.800, mentre la joint venture Thales Alenia Space salirà fino a circa 1.100 dipendenti. Sono i numeri riportati oggi da La Stampa nell’articolo “Leonardo scommette su Torino e Caselle: entro fine anno faremo 470 assunzioni”.
In un territorio che negli ultimi vent’anni ha visto ridimensionarsi pezzi storici della propria industria, la notizia sembra quasi una boccata d’ossigeno. Più ingegneri, più tecnici, più ricerca. Torino che torna a essere un polo industriale avanzato, questa volta nell’aerospazio e nelle tecnologie strategiche.
Ma dietro la buona notizia c’è una domanda che merita di essere posta.
Da dove arriva questa crescita?
Per capirlo bisogna partire da cosa sia davvero Leonardo. Non una semplice azienda aeronautica, ma il principale gruppo italiano della difesa e dell’aerospazio, controllato in larga parte dallo Stato e tra i grandi attori europei nella produzione di sistemi militari: radar, elettronica per la difesa, elicotteri, satelliti, tecnologie cyber e componenti dei principali programmi aeronautici militari occidentali. I suoi sistemi sono utilizzati in decine di Paesi e operano in settori che vanno dall’aeronautica alla sicurezza informatica, dallo spazio alla difesa elettronica.
A Torino il gruppo ha progressivamente trasformato il proprio ruolo. Dove una volta si producevano componenti per velivoli come Tornado o AMX, oggi si progettano piattaforme aeronautiche digitali, simulazioni avanzate, sistemi integrati con intelligenza artificiale. Un salto tecnologico vero, che ha spostato il baricentro dalla produzione alla progettazione.
Fin qui tutto lineare.
Il punto è il contesto in cui questa espansione avviene.
Negli ultimi anni la domanda globale di tecnologie per la difesa è cresciuta rapidamente. Non solo per la guerra in Ucraina, che ha riaperto in Europa il tema della sicurezza militare. Oggi pesano soprattutto le guerre in Medio Oriente: il470 nuovi posti di lavoro a Torino. Ma qual è il motore di questa crescita? confronto diretto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il conflitto permanente tra Israele e Hezbollah in Libano, l’instabilità che attraversa l’intera regione.
Quando cresce l’instabilità internazionale, aumentano quasi automaticamente gli investimenti militari. E quando crescono gli investimenti militari, cresce anche l’industria della difesa.
È dentro questa dinamica che vanno letti i numeri di Leonardo.
Programmi come l’Eurofighter Typhoon o il futuro caccia di sesta generazione GCAP, sviluppato con Regno Unito e Giappone, stanno ridisegnando l’industria aeronautica europea. Torino e il Piemonte sono uno dei nodi di questa rete tecnologica. Qui si progettano sistemi, si simulano missioni, si testano piattaforme digitali che integrano aria, spazio e cybersicurezza.
Questo significa posti di lavoro altamente qualificati. Filiera industriale. Università coinvolte. Innovazione tecnologica.
Ma significa anche qualcosa di meno comodo da dire: una parte della crescita industriale europea sta trovando nuova linfa nell’economia della sicurezza e della difesa.
Non è un giudizio morale. È una constatazione.

Negli ultimi anni i governi europei hanno iniziato ad aumentare in modo significativo la spesa militare. Non è una scelta isolata, ma una tendenza continentale. Nel 2024 i Paesi dell’Unione Europea hanno speso 343 miliardi di euro per la difesa, il livello più alto mai registrato, con un aumento del 19% in un solo anno. Nel 2025 la cifra è salita oltre 381 miliardi di euro, superando per la prima volta la soglia del 2% del PIL europeo destinato alla difesa.
La crescita non è casuale: è la risposta a un clima internazionale percepito come sempre più instabile e alla pressione della Nato affinché i Paesi membri aumentino gli investimenti militari.
Anche l’Italia si muove nella stessa direzione.
Il bilancio della difesa italiana ha raggiunto circa 31 miliardi di euro nel 2025, con un aumento di oltre 2 miliardi rispetto all’anno precedente. In prospettiva, l’obiettivo dichiarato è avvicinarsi stabilmente alla soglia del 2% del PIL, richiesta dall’Alleanza Atlantica.
Se si guarda un periodo più lungo, la tendenza è ancora più evidente: in dieci anni la spesa militare italiana è cresciuta di circa il 60%, passando da livelli molto più bassi agli oltre 30 miliardi attuali.
È dentro questo quadro che bisogna leggere anche la crescita dell’industria della difesa.
Gli Stati investono di più in sistemi militari, ricerca tecnologica, piattaforme aeronautiche e cyber-security. Le aziende che operano in questi settori – come Leonardo – diventano inevitabilmente uno degli snodi industriali di questa nuova fase.
E così succede che mentre l’Europa cresce poco, mentre interi settori industriali cercano ancora un nuovo equilibrio, uno dei comparti che accelera di più è proprio quello legato alla sicurezza e alla difesa.
È qui che il ragionamento torna al punto di partenza.
Le 470 assunzioni annunciate a Torino e Caselle, raccontate oggi da La Stampa, sono una buona notizia per chi troverà lavoro e per un territorio che ha bisogno di ricerca, ingegneria e competenze.
Ma raccontano anche qualcosa di più grande: il fatto che una parte crescente dell’economia tecnologica europea sta trovando nuovo impulso negli investimenti militari decisi dai governi negli ultimi anni.
Il Piemonte – che per decenni ha vissuto intorno all’automobile – oggi si ritrova dentro una nuova filiera industriale: aerospazio, difesa, sicurezza digitale.
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