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12 Marzo 2026 - 00:30
Guerra tra Israele e Iran: Trump dice “finirà presto”, Katz risponde “senza limiti”. Quanto durerà davvero il conflitto?
Un numero digitale lampeggiava nella plancia operativa di una base aerea nel Golfo Persico. Indicava il ritmo delle sortite. Nelle ventiquattr’ore precedenti non era mai sceso sotto la doppia cifra. Nella notte dell’11 marzo 2026 l’aria portava ancora l’eco delle esplosioni dei bombardamenti su obiettivi in Iran. A migliaia di chilometri di distanza, alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha usato parole che puntano a chiudere la partita: la guerra con l’Iran potrebbe finire «presto» e, ha lasciato intendere, sarà lui a decidere quando fermare le operazioni. A Gerusalemme, invece, il ministro della Difesa Israel Katz ha indicato una linea opposta: l’operazione contro Teheran continuerà «senza alcun limite di tempo» finché non saranno raggiunti tutti gli obiettivi militari. Due messaggi diversi, due tempi incompatibili. Intanto il bilancio provvisorio delle vittime ha superato le 1.300 persone tra Iran e altri Paesi colpiti dal conflitto.

Nel messaggio diffuso l’11 marzo, Trump ha sostenuto che la guerra potrebbe concludersi rapidamente e ha rivendicato un ruolo diretto nel decidere quando fermare le operazioni. Il linguaggio ricorda quello usato durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” del 2025, quando lo stesso Trump dichiarò di aver mediato il cessate il fuoco tra Israele e Iran. Allora le diplomazie impiegarono giorni per verificare se l’intesa fosse reale. Anche oggi il termine «presto» resta ambiguo. Può indicare una pausa nelle operazioni militari, un tentativo di pressione negoziale su Teheran, oppure la ricerca di un accordo limitato che consenta agli Stati Uniti d’America di dichiarare raggiunto un risultato politico.
L’obiettivo della comunicazione americana è chiaro: presentare la Casa Bianca come il centro decisionale del conflitto. Il messaggio parla soprattutto all’opinione pubblica statunitense, dove il costo politico di una guerra lunga pesa, ma anche agli alleati del Medio Oriente e agli avversari strategici. Alcuni funzionari statunitensi hanno collegato l’intensità dei bombardamenti al tentativo di costringere Teheran a tornare a negoziare sul proprio programma nucleare e ad accettare un impegno permanente a non sviluppare armi atomiche. Su questo punto emergono però differenze con il governo israeliano.
Il ministro Israel Katz ha dichiarato che l’operazione militare continuerà finché Israele non avrà raggiunto tutti gli obiettivi strategici. Nelle sue parole non esiste una scadenza. Secondo Katz, la capacità nucleare e missilistica iraniana deve essere neutralizzata in modo definitivo. Un cessate il fuoco temporaneo, nella sua visione, permetterebbe all’Irandi ricostruire le proprie strutture militari e riorganizzare le catene di comando.
Negli ultimi mesi Katz ha sostenuto una linea molto dura. In diverse occasioni ha affermato che le operazioni militari israeliane hanno colpito infrastrutture decisive del programma nucleare iraniano e ha lasciato intendere che la leadership iraniana resterebbe un obiettivo militare legittimo se il conflitto proseguisse. Il linguaggio serve anche a rafforzare il consenso interno e a mandare un messaggio di deterrenza agli avversari: Israele vuole dimostrare di essere pronto a sostenere una campagna militare prolungata.
Nel frattempo il bilancio delle vittime continua ad aumentare. Secondo il monitoraggio dell’emittente Al Jazeera, aggiornato alla mattina dell’11 marzo 2026, i morti in Iran hanno superato le 1.250 persone. A questi si aggiungono vittime registrate in Israele, negli Stati Uniti d’America e in diversi Paesi del Golfo Persico colpiti da attacchi o ritorsioni. Il totale supera ormai le 1.300 persone, ma il numero è destinato a cambiare con l’arrivo di nuovi dati dal terreno. Tra gli episodi più gravi c’è l’attacco contro una scuola nella città iraniana di Minab, nel sud del Paese, dove secondo fonti locali sono morti numerosi civili.
I dati ricordano quanto era accaduto durante la guerra dei 12 giorni del 2025, quando le autorità iraniane e diverse organizzazioni indipendenti denunciarono centinaia di morti e migliaia di feriti. Quel conflitto si concluse con un cessate il fuoco fragile ma sufficiente a fermare gli attacchi diretti. Oggi il teatro delle operazioni è più ampio e il rischio di un bilancio umano ancora più pesante è concreto.
Quella che era iniziata come una campagna aerea contro infrastrutture militari iraniane si è estesa rapidamente a tutta la regione. Oltre agli attacchi in Iran, sono stati segnalati lanci di missili e intercettazioni in almeno nove Paesi del Medio Oriente, tra cui Bahrain, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Anche il territorio israeliano è stato bersaglio di diverse ondate di missili e droni. Molti sono stati intercettati dai sistemi di difesa, ma non tutti.
Nel Kuwait, in particolare, le autorità hanno riferito di attacchi con droni e missili attribuiti all’Iran, lanciati in risposta ai bombardamenti statunitensi e israeliani su obiettivi iraniani e ai presunti appoggi logistici presenti sul territorio kuwaitiano. I sistemi di difesa hanno intercettato numerosi ordigni, limitando i danni, ma la frequenza degli attacchi ha aumentato l’allerta nelle basi che ospitano personale militare statunitense.
La campagna militare condotta da Stati Uniti d’America e Israele ha obiettivi dichiarati: ridurre la capacità missilistica dell’Iran, colpire infrastrutture legate al programma nucleare e distruggere depositi e centri di comando. Su questi punti esiste una convergenza tra Washington e Gerusalemme. Le differenze riguardano la durata della guerra e il livello di distruzione ritenuto necessario per considerare raggiunto il risultato.
Una campagna militare senza limiti temporali comporta costi crescenti sul piano militare ed economico. Una conclusione troppo rapida, invece, rischia di lasciare all’Iran la possibilità di ricostruire rapidamente le proprie capacità strategiche. La distanza tra le due posizioni emerge proprio nelle parole dei leader: «presto» per Trump, «senza limite di tempo» per Katz.
Nelle valutazioni strategiche pesa anche la dimensione politica. La presidenza Trump ha una durata limitata e questo può spingere Teheran ad attendere un possibile cambio di scenario internazionale. Allo stesso tempo l’Iran può tentare di aumentare la pressione militare nel breve periodo per ottenere condizioni migliori in eventuali negoziati futuri. La strategia americana, basata sull’alternanza tra forza militare e apertura diplomatica, può produrre risultati ma anche irrigidire le posizioni.
Gli Stati del Golfo Persico si trovano in una posizione delicata. Molti sono alleati degli Stati Uniti d’America e negli ultimi anni hanno avviato rapporti più stretti con Israele, ma restano esposti alle ritorsioni iraniane. Le infrastrutture energetiche, gli aeroporti e le rotte commerciali della regione sono vulnerabili ad attacchi con missili e droni. Anche la gestione dello spazio aereo è diventata più complessa: le rotte civili devono convivere con l’intenso traffico militare e ogni errore può provocare incidenti gravi.
Il precedente del 2025 pesa sulle decisioni di oggi. Il cessate il fuoco che concluse la guerra di dodici giorni fermò le ostilità ma non risolse le tensioni di fondo tra Iran e Israele. La tregua consentì alle parti di riorganizzarsi senza affrontare il nodo principale: la definizione di una soglia stabile di deterrenza tra i due Paesi.
Le operazioni militari hanno sollevato anche nuove domande sul rispetto del diritto internazionale umanitario. L’attacco contro la scuola di Minab ha riacceso il dibattito sulla distinzione tra obiettivi militari e civili e sul principio di proporzionalità nelle operazioni aeree. Washington e Gerusalemme continuano a sostenere che i bombardamenti mirano a obiettivi militari precisi. Teheran denuncia invece attacchi indiscriminati contro la popolazione. In molti casi le informazioni restano difficili da verificare in modo indipendente.
Nei prossimi giorni sono possibili diversi sviluppi. Un primo scenario prevede una riduzione graduale dei bombardamenti accompagnata da contatti diplomatici indiretti con Teheran. Un secondo scenario vede il conflitto proseguire con attacchi mirati e fasi di relativa calma, una guerra a bassa intensità ma prolungata nel tempo. Il terzo scenario è il più rischioso: un incidente con molte vittime in un Paese terzo o un attacco che superi i sistemi di difesa israeliani potrebbe provocare un’escalation immediata.
Il conflitto ha effetti anche sull’Europa. La stabilità del Medio Oriente incide sul prezzo dell’energia, sulle rotte marittime e sull’equilibrio dei mercati internazionali. Una crisi prolungata può aumentare la pressione migratoria e accentuare le divisioni politiche all’interno dei Paesi europei. Se la guerra si concludesse rapidamente, la sfida sarebbe costruire un sistema di sicurezza regionale più stabile. Se invece dovesse durare a lungo, le conseguenze economiche e politiche sarebbero difficili da contenere.
Nel confronto tra Stati Uniti d’America, Israele e Iran, anche il tempo è diventato uno strumento di pressione. Per Donald Trump rappresenta una leva politica. Per Israel Katz è la prova della determinazione israeliana. Sul terreno, però, il tempo si misura soprattutto nei raid notturni, nelle sirene antiaeree e nelle liste delle vittime che continuano ad allungarsi.
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