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Missione umanitaria a Cuba, pioggia di odio sull’assessore di Nichelino: minacce e auguri di morte sui social

Fiodor Verzola nel mirino dell’odio online dopo l’annuncio della sua partecipazione a 'Let Cuba Breathe': "Il dissenso è legittimo, ma qui siamo oltre".

"Che venga ucciso”: minacce e odio online contro Verzola dopo l’annuncio della missione umanitaria per Cuba

Dopo aver annunciato la sua partecipazione alla missione umanitaria Let Cuba Breathe, l’assessore di Nichelino Fiodor Verzola è stato bersaglio di una serie di commenti violenti e minacce sui social network. Insulti e auguri di morte, alcuni dei quali evocano scenari estremi – come l’auspicio che venga “fatto fuori da Trump” o “spazzato via dagli uragani” – sono comparsi nelle ore successive alla diffusione della notizia della sua partenza per Cuba, prevista il 17 marzo, nell’ambito della brigata internazionale che porterà farmaci e materiali sanitari alla popolazione dell’isola.

In una nota pubblica, Verzola ha voluto denunciare pubblicamente quanto accaduto, sottolineando come la vicenda vada oltre la normale dialettica politica. “Nelle ultime ore, dopo aver annunciato pubblicamente la mia partecipazione a una missione umanitaria per portare farmaci e aiuti concreti alla popolazione cubana, ho ricevuto sui social network una serie di commenti che non si limitano alla critica politica, ma arrivano fino alle minacce di morte e agli auspici che io venga ucciso”, afferma.

L’assessore distingue nettamente tra il diritto al dissenso e il clima di odio che si diffonde online. “Il dissenso è legittimo, fa parte della democrazia e della dialettica pubblica. Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso”, spiega, parlando di un contesto in cui il confronto viene sempre più spesso sostituito dallo scontro. Secondo Verzola, si tratta di un fenomeno che non riguarda solo i social network, ma che riflette una trasformazione più profonda delle relazioni sociali.

“Quando l’odio diventa linguaggio quotidiano, il problema non è più soltanto chi lo pronuncia, ma diventa un problema collettivo”, osserva, invitando a una riflessione più ampia sul modo in cui la società si relaziona e comunica, anche nello spazio digitale.

Nonostante le minacce ricevute, l’assessore ribadisce di non avere intenzione di fare passi indietro. “Non sono queste parole a spaventarmi, né tantomeno a fermarmi. Continuerò a fare la mia parte, a testa alta, con la convinzione di stare facendo ciò che ritengo giusto: portare aiuti concreti a una popolazione che oggi vive una condizione di enorme difficoltà”, dichiara, riferendosi alla crisi economica e umanitaria che colpisce Cuba.

Verzola sottolinea inoltre che la missione partirà con lo stesso spirito con cui è stata pensata: “quello di chi non vuole restare indifferente”.

Allo stesso tempo, l’assessore invita ad affrontare il problema dell’odio online con maggiore determinazione. “Non possiamo limitarci a osservare passivamente l’escalation dell’odio pubblico”, afferma, evidenziando la necessità sia di strumenti più efficaci per contrastare l’hate speech e le minacce sul web, sia di un lavoro culturale più profondo.

Se da un lato vi è chi odia, dall’altro, l’Fiodor Verzola lancia un messaggio forte e propositivo: “Serve ricostruire una grammatica delle relazioni fondata sul rispetto, sulla responsabilità delle parole e sulla capacità di confrontarsi anche quando si hanno idee radicalmente diverse”, conclude. “Una società che sostituisce il confronto con l’odio è una società che si indebolisce. Una comunità che difende il rispetto reciproco, invece, è una comunità che cresce. Io continuerò a stare da questa parte”.

L’episodio riporta comunque al centro un fenomeno che negli ultimi anni si è fatto sempre più evidente nello spazio digitale: la normalizzazione dell’aggressività nel dibattito pubblico online. Le piattaforme social, nate per facilitare la partecipazione e il confronto, spesso diventano luoghi in cui il linguaggio si radicalizza rapidamente, trasformando il dissenso in attacco personale.

Non è un problema che riguarda soltanto i protagonisti della politica o dell’amministrazione pubblica. Sempre più spesso l’odio digitale colpisce giornalisti, attivisti, insegnanti, professionisti e cittadini comuni che esprimono opinioni o assumono posizioni pubbliche. In questo clima, il rischio è che il timore di essere esposti a campagne di insulti o minacce finisca per scoraggiare la partecipazione alla vita pubblica.

Proprio per questo il tema dell’hate speech e delle minacce online è diventato negli ultimi anni oggetto di un crescente dibattito internazionale, tra richieste di maggiore responsabilità delle piattaforme, strumenti di tutela più efficaci e un lavoro culturale capace di ricostruire spazi di confronto civile.

Perché la libertà di parola resta uno dei pilastri delle società democratiche, ma la qualità di quella libertà dipende anche da come scegliamo di usarla.


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