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11 Marzo 2026 - 00:16
Antonio Costa
Una fila di superpetroliere è rimasta ferma in rada, con i fari accesi nella notte del Golfo Persico. Le navi hanno atteso il via libera per attraversare uno dei passaggi più delicati del commercio mondiale. In pochi giorni lo Stretto di Hormuzsi è trasformato in un imbuto. Undici giorni di guerra diretta tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno quasi paralizzato il traffico di petrolio e gas. Il risultato è stato immediato: il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022.
Nel mezzo della crisi è arrivata una frase destinata a pesare nel dibattito europeo. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha parlato il 10 marzo 2026 alla conferenza degli ambasciatori dell’Unione europea a Bruxelles. «C’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia». Un giudizio netto, che fotografa l’effetto economico e strategico della nuova tensione in Medio Oriente.

Il ragionamento è semplice. Quando il prezzo del petrolio sale, chi esporta energia incassa di più. Mosca resta uno dei maggiori venditori di greggio e gas naturale liquefatto (GNL, gas naturale liquefatto) anche dopo il crollo delle vendite verso l’Europa seguito all’invasione dell’Ucraina. Prezzi alti significano più entrate fiscali e più risorse per sostenere lo sforzo militare. Allo stesso tempo l’attenzione politica e diplomatica occidentale rischia di spostarsi dal fronte ucraino verso il Medio Oriente.
Il mercato energetico ha reagito subito alla crisi. Il 9 marzo il Brent ha toccato picchi superiori a 119 dollari al barile, con oscillazioni giornaliere molto violente. Nelle ore successive il prezzo è sceso verso quota 110, dopo indiscrezioni su possibili interventi coordinati del G7 e dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) per liberare parte delle scorte strategiche. Il ritorno sopra i 100 dollari segnala non soltanto il rischio di interruzioni fisiche nelle forniture, ma anche la paura dei mercati.
Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz, largo circa 20 miglia nautiche, tra Iran e Oman. Da questo passaggio transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota simile del gas naturale liquefatto. Nei primi giorni di marzo il traffico è crollato. I sistemi di tracciamento navale hanno registrato appena quattro superpetroliere in transito in ventiquattro ore, contro una media normale di oltre venti. Molte navi hanno preferito fermarsi fuori dallo stretto o invertire la rotta. Formalmente il passaggio non è chiuso, ma il rischio militare e gli avvisi radio delle autorità iraniane hanno spinto compagnie e armatori a sospendere i viaggi.
Il rallentamento non riguarda solo il petrolio. Anche spedizioni di carburanti raffinati e gas naturale liquefatto sono state rinviate o deviate. Alcuni produttori del Golfo hanno ridotto temporaneamente l’estrazione per evitare un eccesso di scorte nei terminali.
A rendere la situazione ancora più difficile è intervenuto il settore assicurativo. Le compagnie hanno aumentato rapidamente i premi per i rischi di guerra sulle navi che attraversano il Golfo Persico e il Mar Arabico. In pochi giorni le polizze sono diventate quattro o cinque volte più costose. Alcuni assicuratori hanno sospeso del tutto la copertura su determinate rotte indicate come ad alto rischio dalla Joint War Committee del mercato assicurativo di Lloyd’s. I sovrapprezzi si sono trasferiti immediatamente sui costi di trasporto e sui noli marittimi.
Gli analisti del settore marittimo descrivono una spirale difficile da fermare. Più cresce il rischio militare, più aumentano i premi assicurativi. Più salgono i premi, più armatori e compagnie preferiscono restare in attesa invece di attraversare lo stretto. Nel frattempo i governi discutono possibili convogli navali e garanzie pubbliche per assicurare le navi, nel tentativo di riaprire almeno in parte le rotte commerciali.
Il salto del prezzo del petrolio è il più forte dai primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Secondo diverse analisi di mercato, il superamento dei 100 dollari è avvenuto nel fine settimana precedente al 9 marzo, con un forte aumento della domanda di coperture finanziarie da parte di compagnie aeree, armatori e grandi operatori energetici.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha spiegato di seguire con attenzione l’evoluzione della crisi ma non ha ritenuto necessario, almeno per ora, un rilascio immediato delle scorte strategiche. Alcuni ministri del G7 hanno però dichiarato di essere pronti a intervenire se la situazione dovesse peggiorare.
Nel frattempo Mosca ha provato a sfruttare il momento. Il Cremlino ha lasciato intendere la disponibilità a rafforzare le forniture energetiche verso nuovi clienti e, in prospettiva, anche verso l’Europa. Il messaggio è chiaro: la Russia si propone come fornitore stabile in un mercato diventato improvvisamente più incerto.
Negli ultimi anni l’Europa ha ridotto drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia. Nel 2021 circa il 45 per cento del gas importato dall’Unione europea proveniva da Mosca. Nel 2025 la quota è scesa intorno al 12-13 per cento tra gas naturale liquefatto e gasdotto. Anche il petrolio russo è diminuito fino a meno del 3 per cento delle importazioni europee grazie alle sanzioni e al tetto al prezzo del greggio. Bruxelles ha fissato l’obiettivo di eliminare completamente il gas russo entro il 2027.
Nonostante questi cambiamenti, la vulnerabilità resta evidente. Quando una rotta strategica come lo Stretto di Hormuzrallenta, l’effetto si riflette sui prezzi globali. Anche chi ha diversificato i fornitori continua a pagare di più.
Il rincaro dell’energia si trasmette rapidamente all’economia reale. Carburanti più cari, assicurazioni marittime più costose e rotte commerciali più lunghe aumentano i costi logistici. Economisti e banche centrali temono che un petrolio sopra i 100 dollari per diverse settimane possa rallentare la crescita nel 2026 e rendere più difficile ridurre l’inflazione. Secondo stime spesso citate dal Fondo monetario internazionale, un aumento del 10 per cento del prezzo del petrolio può far crescere l’inflazione globale di circa 0,4 punti percentuali e ridurre il prodotto interno lordo mondiale di circa 0,15 punti.
Un altro elemento che distingue la crisi attuale da quella del 2022 è il peso del rischio marittimo. I premi assicurativi e le restrizioni delle polizze hanno ridotto i traffici prima ancora che si verificassero danni diffusi alle navi. Il commercio si blocca non solo perché manca il petrolio, ma perché diventa troppo costoso trasportarlo.
In parallelo cresce il ricorso alla cosiddetta flotta ombra: petroliere vecchie o registrate sotto bandiere difficili da tracciare che operano ai margini del sistema assicurativo internazionale. Gli analisti temono che questo fenomeno aumenti il rischio di incidenti e sversamenti di petrolio.
La crisi si è aggravata dopo attacchi segnalati contro infrastrutture energetiche nella regione del Golfo, tra cui la raffineria Aramco di Ras Tanura, e diversi episodi che hanno coinvolto petroliere vicino allo stretto. Se il conflitto dovesse estendersi, alcune analisi ipotizzano che il prezzo del petrolio possa salire fino a 150 o persino 200 dollari al barile.
Gli effetti economici non sono uguali per tutti. L’Europa, grande importatrice di energia, rischia un nuovo aumento dell’inflazione e pressioni sui conti pubblici per sostenere famiglie e imprese. I grandi importatori asiatici devono competere per barili provenienti da rotte alternative e affrontano costi di trasporto più alti. I settori industriali più energivori, come chimica, trasporti e aviazione, vedono crescere rapidamente le spese operative.
Chi invece beneficia di prezzi più alti è la Russia, che continua a esportare petrolio su mercati alternativi. L’aumento delle quotazioni rafforza le entrate del bilancio russo e riduce l’effetto delle sanzioni. È il motivo per cui Antonio Costa ha parlato di un unico vincitore nella crisi attuale.
Per l’Europa la risposta passa da più strumenti. Nel breve periodo i governi discutono l’uso delle scorte strategiche e possibili riduzioni temporanee delle accise sull’energia. Sul piano militare si valutano convogli navali internazionali per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Nel medio periodo Bruxelles punta ad accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili e degli accordi energetici tra Stati membri per ridurre l’esposizione ai combustibili fossili importati.
La frase di Antonio Costa riassume un problema più ampio. Ogni crisi nel Medio Oriente colpisce il mercato globale dell’energia e produce effetti economici immediati. Finché petrolio e gas restano centrali nel sistema energetico mondiale, i passaggi strategici come lo Stretto di Hormuz continueranno a determinare il prezzo dell’energia e gli equilibri geopolitici.
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