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Finto ordine del giudice e uniforme: così il boss ventenne è uscito dal carcere senza sparare un colpo

A Villepinte, vicino Parigi, falsi agenti hanno mostrato documenti contraffatti e hanno portato via il detenuto Ilyas Kherbouch, detto “Ganito”. L’allarme è scattato solo dopo 48 ore. Indagano Jirs, Oclco e polizia giudiziaria di Parigi

Finto ordine del giudice e uniforme: così il boss ventenne è uscito dal carcere senza sparare un colpo

Finto ordine del giudice e uniforme: così il boss ventenne è uscito dal carcere senza sparare un colpo

Alle 16 di sabato 7 marzo 2026 una piccola squadra in uniforme si è presentata al portone della casa circondariale di Villepinte, nella periferia nord di Parigi. L’atteggiamento era quello di chi conosce bene procedure e linguaggio amministrativo: documenti in mano, tono sicuro, richieste precise. L’obiettivo era prelevare un detenuto per una presunta garde à vue (custodia di polizia) in un commissariato. Tutto è apparso regolare. Nessuno ha sollevato obiezioni.

Solo la sera di lunedì 9 marzo è emerso il problema. Negli archivi non risultava alcun ordine di un giudice istruttore, nessuna richiesta della polizia giudiziaria, nessuna udienza programmata. L’estrazione non era mai stata autorizzata. Il detenuto, nel frattempo, era sparito. Si tratta di Ilyas Kherbouch, soprannominato “Ganito”, vent’anni, quasi ventuno, già condannato a sette anni di carcere e classificato come detenuto particolarmente pericoloso. In meno di due giorni un’operazione costruita su documenti falsi ha rivelato debolezze note ma raramente affrontate: fiducia automatica nei documenti cartacei, controlli che non dialogano tra loro, procedure non allineate tra amministrazione penitenziaria e magistratura.

Per gli investigatori della Brigade de répression du banditisme (Brb, Brigata di repressione del banditismo) di Parigi, Kherbouch non è uno sconosciuto. È cresciuto rapidamente in ambienti criminali e negli atti investigativi viene descritto come un organizzatore capace di coordinare rapine in abitazione anche dal carcere, sfruttando contatti e reti di reclutamento all’esterno. Nel 2023 il suo nome è comparso nell’inchiesta sulla violenta irruzione nell’abitazione parigina del portiere della nazionale italiana Gianluigi Donnarumma e della compagna. Nel suo percorso giudiziario figura anche l’aggressione allo chef stellato Simone Zanoni, episodio per cui è arrivata la condanna a sette anni. Secondo gli investigatori alcune violenze interne ai gruppi criminali sarebbero state decise o incoraggiate proprio da lui mentre era detenuto. Un profilo che spiega perché la sua fuga abbia subito allarmato le autorità.

La ricostruzione dei fatti è ancora parziale, ma alcuni passaggi sono chiari. Nel primo pomeriggio di sabato 7 marzodue o tre uomini — le versioni dei media divergono — si sono presentati all’ingresso della prigione in uniforme. Avevano con sé un mandat d’amener (ordine di accompagnamento) apparentemente firmato da un magistrato e un réquisitoire de placement en garde à vue (richiesta formale di custodia di polizia). Dopo il controllo all’ingresso sono passati dal greffe, l’ufficio matricola che gestisce i documenti dei detenuti. I moduli sembravano autentici. Il detenuto è stato consegnato e accompagnato fuori dall’istituto. Nessuno, in quel momento, ha verificato direttamente con l’autorità giudiziaria che avrebbe dovuto emettere l’ordine.

Il meccanismo si è rotto solo due giorni dopo. Lunedì sera, durante verifiche interne, è emerso che l’atto non esisteva. A quel punto l’allarme è scattato, ma il vantaggio temporale era ormai enorme. L’inchiesta è stata affidata alla Juridiction interrégionale spécialisée (Jirs, procura specializzata per la criminalità organizzata) di Parigi. Le indagini sono condotte dall’Office central de lutte contre le crime organisé (Oclco, Ufficio centrale di lotta al crimine organizzato) insieme alla Direction de la police judiciaire de la préfecture de police de Paris (Dpj-Pp, Direzione della polizia giudiziaria della prefettura di polizia di Parigi). Parallelamente l’Amministrazione penitenziaria francese ha aperto un’indagine interna e ha inviato una circolare a tutti i direttori di carcere chiedendo verifiche sistematiche con gli uffici giudiziari prima di autorizzare qualsiasi uscita.

Tra gli operatori penitenziari c’è chi parla apertamente di sistema antiquato. In molte situazioni il documento cartaceo continua a essere considerato prova sufficiente, senza controlli immediati con i registri dei tribunali.

polizia

Non è la prima volta che un’evasione sfrutta la fiducia nei documenti. Nel 2001, nel carcere di Borgo, in Corsica, tre detenuti riuscirono a uscire grazie a un fax falso che ordinava il trasferimento. Cambia la tecnologia, resta lo stesso presupposto: se il documento appare credibile e arriva nelle forme corrette, la catena di fiducia tende a reggere.

Il contesto di Villepinte ha probabilmente facilitato l’errore. L’istituto è da anni uno dei simboli della crisi carceraria francese. Progettato per 587 detenuti, negli ultimi anni ha superato spesso il 170 per cento di occupazione, con oltre 1.300 persone recluse in alcuni periodi. Il sovraffollamento pesa su ogni attività quotidiana: gestione dei detenuti, turni del personale, controlli amministrativi. In un sistema sotto pressione anche operazioni straordinarie possono diventare routine.

È previsto un nuovo complesso penitenziario accanto all’attuale struttura, con apertura prevista intorno al 2027, che dovrebbe portare la capacità complessiva a 1.280 posti. Ma la sola espansione degli spazi non risolve i problemi procedurali. Senza sistemi digitali condivisi tra tribunali, polizia e amministrazione penitenziaria, i controlli restano frammentati.

Il vero vantaggio per chi ha organizzato l’operazione è stato il tempo. Tra il pomeriggio di sabato e la sera di lunedì sono passate quasi 48 ore. Per un latitante con contatti e appoggi è un margine enorme. In due giorni si può cambiare veicolo più volte, abbandonare telefoni, spostarsi all’estero o trovare rifugio in reti criminali già attive. Gli investigatori stanno verificando l’origine delle uniformi, la qualità dei documenti falsi e possibili fughe di informazioni dagli archivi giudiziari.

Il piano ha sfruttato un principio semplice: in un carcere è spesso più efficace sembrare parte dello Stato che tentare una fuga violenta. Uniformi credibili, linguaggio amministrativo corretto, documenti con firme e timbri plausibili. Se la verifica si ferma all’apparenza, il sistema apre la porta.

L’inchiesta dovrà chiarire tre aspetti fondamentali: chi ha prodotto i documenti falsi e su quali modelli, come sono state procurate uniformi e accessori, quali controlli sono stati saltati tra portineria, ufficio matricola e autorità giudiziaria. Le risposte arriveranno anche dall’analisi dei registri interni: accessi ai documenti, comunicazioni tra uffici, tempi tra l’arrivo dei falsi agenti e l’uscita del detenuto.

Intanto le forze di sicurezza francesi hanno attivato ricerche su più livelli. I controlli riguardano reti criminali specializzate in rapine in abitazione, possibili rifugi nella regione dell’Île-de-France e spostamenti verso paesi vicini come Belgio o Spagna. Le procure temono anche un effetto imitazione, perché il metodo utilizzato dimostra che un sistema complesso può essere aggirato senza violenza, ma sfruttando le sue stesse procedure.

La cattura di Kherbouch resta possibile. Nel tempo anche le organizzazioni più preparate commettono errori: un pagamento tracciabile, un telefono acceso troppo a lungo, un movimento di denaro che lascia tracce. Ma la fuga di Villepinte ha già sollevato una questione più ampia. Senza procedure digitali condivise, verifiche immediate e registri interoperabili tra magistratura, polizia e amministrazione penitenziaria, episodi simili possono ripetersi.

Quello che è accaduto in quelle quarantotto ore non è stato un assalto spettacolare. È bastata una messa in scena convincente, qualche documento ben fatto e un sistema abituato a fidarsi della carta.

Fonti: Le Parisien, France Info, BFMTV, Libération, Le Monde, Ministero della Giustizia francese, Amministrazione penitenziaria francese, Agence France-Presse (AFP).

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