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11 Marzo 2026 - 00:08
L’Iran lancia centinaia di missili, ma difendersi costa milioni: l’Occidente può reggere una guerra di intercettazioni?
La notte su Dubai è stata segnata da scie incandescenti che si sono alzate dritte nel cielo. Sirene e altoparlanti hanno guidato i passeggeri fuori dal terminal dell’aeroporto, evacuato per alcune ore. Ogni volta che un missile è stato intercettato in quota si è visto un lampo biancastro. A terra il sollievo è durato poco: ogni intercettazione costa milioni di dollari e riduce le scorte di missili difensivi. Dai sistemi Patriot ai missili SM-6, fino al sistema israeliano Arrow, gli arsenali non sono infiniti. Dalla fine di febbraio la guerra tra Iran, Israele e la coalizione guidata dagli Stati Unitiha trasformato il cielo del Medio Oriente in un campo di prova per una nuova economia della guerra: quella dell’intercettazione.
Il paradosso è che l’offensiva iraniana non si è fermata neppure dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, colpito il 28 febbraio 2026. Dopo i funerali celebrati tra il 4 e il 6 marzo, Teheran ha continuato a lanciare missili balistici e droni. Gli obiettivi sono stati Israele e i Paesi del Golfo che ospitano strutture militari statunitensi: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrein. Le difese aeree hanno intercettato gran parte dei vettori, ma il numero di lanci è stato tale da mettere sotto pressione l’intero sistema difensivo regionale.
Negli Emirati Arabi Uniti il ministero della Difesa ha parlato di ondate successive di attacchi. Secondo i dati diffusi dalle autorità, sono stati abbattuti oltre 1.300 droni e numerosi missili balistici. L’aeroporto di Dubai ha sospeso temporaneamente le operazioni per ragioni di sicurezza. In Qatar la difesa aerea ha intercettato missili diretti verso la base di Al Udeid, il principale avamposto militare statunitense nella regione. Anche Arabia Saudita ha annunciato intercettazioni sopra obiettivi militari e infrastrutture energetiche.
Dietro queste immagini di successo operativo si nasconde però un problema più grande. Intercettare è costoso e richiede scorte che non si ricostituiscono rapidamente. I missili SM-6, utilizzati dalla Marina degli Stati Uniti, superano oggi i 5 milioni di dollari per unità e il prezzo è destinato ad aumentare. I PAC-3 MSE (Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement), tra gli intercettori più richiesti dagli alleati occidentali, costano tra 3,9 e 4,5 milioni di dollari ciascuno. Ancora più costosi sono i missili THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), progettati per fermare missili balistici ad alta quota: oltre 12 milioni di dollari l’uno e una produzione limitata.
Il sistema israeliano Arrow, sviluppato per contrastare missili balistici a lungo raggio, rappresenta l’ultimo livello della difesa. Ha dimostrato efficacia contro i vettori iraniani, ma anche in questo caso le scorte sono limitate. Durante la guerra tra Iran e Israele del giugno 2025, durata dodici giorni, le batterie israeliane hanno dovuto razionare gli intercettori per evitare di esaurire i magazzini.
L’allarme era già suonato nel 2024. Nell’aprile di quell’anno Iran ha lanciato più di 300 tra droni e missili contro Israele in una sola notte. La difesa integrata composta da Arrow, David’s Sling, Patriot, caccia e supporto di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Giordania ha abbattuto quasi tutti i vettori. Il risultato militare è stato chiaro, ma ha mostrato quanto materiale serva per fermare un attacco complesso.

La guerra del 2025 ha aggravato il problema. Analisi indipendenti hanno stimato che per intercettare circa 500 missili balistici siano state utilizzate quantità di intercettori equivalenti a diversi anni di produzione di alcuni sistemi avanzati. Nel frattempo un altro fronte consumava risorse: il Mar Rosso. Qui la US Navy ha abbattuto centinaia di droni e missili lanciati dalle milizie Houthi. Solo fino all’inizio del 2025 risultavano impiegati più di 200 missili superficie-aria di fascia alta.
Questo significa che ogni intercettazione in un teatro riduce le scorte disponibili in un altro. Gli stessi missili servono per difendere basi nel Golfo, navi nel Mar Rosso, città ucraine e alleati nel Pacifico. Già nel 2024 il comando INDOPACOM (United States Indo-Pacific Command) aveva segnalato al Pentagono che gli arsenali stavano diminuendo.
La crisi del 2026 conferma quel timore. Dopo la morte di Ali Khamenei, il sistema militare iraniano non si è paralizzato. Al contrario, ha continuato a lanciare missili e droni in sequenze progettate per saturare i radar e costringere le difese avversarie a usare intercettori costosi. Alcune stime parlano di oltre 500 missili e più di 1.400 droni lanciati in pochi giorni.
Il risultato è una guerra di logoramento. Iran impiega droni relativamente economici e missili prodotti in quantità significative. Gli avversari devono rispondere con intercettori molto più costosi. La matematica è semplice: se ogni difesa costa milioni e ogni attacco molto meno, la pressione sugli arsenali cresce rapidamente.
Israele mantiene una delle difese aeree più sofisticate al mondo, con una rete multilivello che comprende Iron Dome, David’s Sling, Arrow e batterie Patriot. Tuttavia anche questo sistema ha limiti industriali. Gli intercettori devono essere prodotti, assemblati e consegnati, un processo che richiede mesi o anni.
Gli Stati Uniti affrontano una sfida ancora più ampia. Devono sostenere Israele, proteggere gli alleati del Golfo, fornire missili all’Ucraina e mantenere scorte per il Pacifico, dove cresce la tensione con Cina e Corea del Nord. Il Dipartimento della Difesa ha avviato programmi per aumentare la produzione dei missili PAC-3 MSE e SM-6, ma l’espansione industriale richiede tempo.
Anche l’Europa si è mossa. Nel 2024 diversi Paesi della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) hanno firmato un contratto quadro per l’acquisto fino a 1.000 missili Patriot GEM-T (Guidance Enhanced Missile-Tactical). La Germania ha inoltre acquistato il sistema Arrow 3 con un accordo da oltre 3,5 miliardi di euro, ampliato nel 2025. Sono investimenti destinati a rafforzare la difesa europea, ma riducono la possibilità di trasferire rapidamente intercettori verso altri teatri.
La guerra in Ucraina complica ulteriormente il quadro. Kyiv continua a richiedere missili Patriot per difendere le città dagli attacchi russi con missili Iskander e droni Shahed. Ogni batteria consegnata o rifornita attinge allo stesso bacino industriale usato dagli alleati nel Medio Oriente.
Per questo militari e analisti parlano sempre più spesso della necessità di cambiare strategia. Intercettare un drone da poche migliaia di dollari con un missile da milioni non è sostenibile nel lungo periodo. Le forze armate stanno quindi puntando su sistemi meno costosi: cannoni antiaerei, missili a corto raggio, droni intercettori e strumenti di guerra elettronica, capaci di disturbare i segnali di navigazione o di comunicazione dei droni.
Un’altra linea di sviluppo riguarda le armi a energia diretta. Israele sta accelerando il programma Iron Beam, un sistema laser pensato per abbattere droni e razzi a corto raggio con un costo per colpo molto più basso rispetto ai missili tradizionali. La tecnologia non è ancora diffusa su larga scala, ma molti Paesi la considerano una possibile risposta agli attacchi a saturazione.
Il problema resta però politico oltre che industriale. Gli Stati Uniti devono decidere come distribuire le scorte tra tre fronti: Medio Oriente, Ucraina e Pacifico. Le linee di produzione possono essere potenziate, ma non possono cambiare i tempi della fabbrica dall’oggi al domani.
Nel frattempo Iran ha dimostrato che la strategia della saturazione funziona. Anche quando la maggior parte dei missili viene abbattuta, gli attacchi costringono gli avversari a consumare risorse preziose.
La conclusione, per molti analisti, è che una guerra di intercettori non si vince in senso tradizionale. Si può soltanto reggere nel tempo. L’obiettivo diventa impedire che i missili dell’avversario producano effetti strategici, mentre si lavora per ridurre il costo delle difese e aumentare la produzione.
In questa partita il lampo che si vede nel cielo è solo l’ultimo passaggio. Dietro ogni intercettazione c’è una catena industriale fatta di fabbriche, microchip, componenti elettronici e tempi di produzione. Ed è su quella catena che si giocherà la partita più lunga della guerra nel Medio Oriente.
Fonti:
Pentagono (Department of Defense); US Navy; U.S. Army; INDOPACOM (United States Indo-Pacific Command); Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti; Ministero della Difesa del Qatar; Ministero della Difesa dell’Arabia Saudita; NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord); Lockheed Martin; Raytheon Technologies; International Institute for Strategic Studies; Center for Strategic and International Studies; Reuters; Associated Press; The Washington Post.
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