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10 Marzo 2026 - 16:02
Animali “uso e getta”: la Regione prova a rinviare tutto al 2028, ma in Commissione scoppia la grana
Animali allevati e liberati nei territori di caccia senza neppure il tempo di abituarsi alla vita in natura. È su questo tema – che da anni divide politica, cacciatori e animalisti – che ieri mattina si è acceso lo scontro in Consiglio regionale del Piemonte. Sul tavolo c’era una proposta che avrebbe consentito agli Ambiti territoriali di caccia (ATC) e ai Comprensori alpini (CA) di continuare a immettere fauna allevata senza la fase di preambientamento, prorogando la deroga già in vigore fino al 2028. Ma il tentativo si è fermato in Commissione dopo le proteste delle opposizioni.
Per capire la questione bisogna fare un passo indietro. La legge regionale prevede che gli animali allevati e destinati al ripopolamento vengano prima inseriti in apposite aree di preambientamento: spazi protetti dove possono abituarsi gradualmente all’ambiente naturale prima di essere liberati definitivamente. Senza questo passaggio, spiegano gli esperti, molti animali finiscono spaesati, incapaci di orientarsi o di procurarsi il cibo. Alcuni diventano facile preda di predatori o cacciatori, altri si disperdono fuori dai territori previsti, creando anche problemi alla fauna locale.
Il problema è che molte di queste strutture non sono mai state realizzate. Così la Regione, negli anni scorsi, aveva concesso una deroga temporanea: fino al 2026 gli ATC e i Comprensori alpini possono immettere animali senza preambientamento, basandosi semplicemente su una certificazione dell’azienda che li ha allevati. Una soluzione pensata come provvisoria, in attesa che i territori si dotassero delle strutture previste dalla legge.
Ma ieri in III Commissione regionale è comparsa una nuova proposta: allungare la deroga di altri due anni, fino alla stagione venatoria 2027-2028. Una proposta che ha fatto scattare immediatamente la polemica.
«Ci è stata presentata una proroga fino al 2028 senza alcun dato su cosa sia successo nei due anni di deroga già concessi», ha spiegato la consigliera regionale del Partito Democratico Nadia Conticelli. «Non è stato chiarito quanti comprensori abbiano effettivamente realizzato le strutture di preambientamento né quali siano le difficoltà concrete che stanno incontrando».
Secondo Conticelli, il problema vero non sta tanto nella norma quanto nella situazione organizzativa degli enti che gestiscono la caccia. «ATC e Comprensori alpini hanno carenze di personale, poche risorse e difficoltà gestionali. Questo è il nodo da affrontare, non semplicemente continuare a rinviare il problema con nuove proroghe».
La consigliera dem ha sollevato anche una questione procedurale: la proposta sarebbe arrivata in Commissione senza il parere della Commissione consultiva regionale per il coordinamento dell’attività venatoria, organismo che dovrebbe essere coinvolto su decisioni di questo tipo.
Alla fine la Commissione ha deciso di fermarsi. Il provvedimento è stato sospeso e tornerà sul tavolo solo dopo un approfondimento tecnico con l’assessorato e con i soggetti coinvolti.
Se il Partito Democratico ha chiesto più dati e più chiarezza, il Movimento 5 Stelle è andato all’attacco frontale parlando apertamente di tentativo di “blitz”.
«Abbiamo bloccato il blitz di Fratelli d’Italia», dichiarano la capogruppo regionale Sarah Disabato insieme ai consiglieri Alberto Unia e Pasquale Coluccio. «Nella giornata di Consiglio regionale si è provato a far passare sotto traccia l’approvazione del parere preventivo alla modifica del regolamento sulla gestione faunistico-venatoria».
Per i pentastellati la questione è anche etica. «Si tratta di animali allevati e liberati in natura per essere poi cacciati. Senza preambientamento spesso non sono neppure in grado di sopravvivere», sostengono. Alcuni finiscono rapidamente sotto i colpi delle doppiette, altri vengono recuperati debilitati nei Centri di recupero per animali selvatici, con costi che ricadono sulla Regione.
Il Movimento 5 Stelle ricorda anche che il regolamento regionale risale al 2019 e dava già allora diversi anni di tempo agli ATC e ai Comprensori alpini per adeguarsi. «Sono passati sette anni e le strutture di preambientamento non sono ancora state realizzate», accusano.
Lo scontro politico ha riaperto anche un’altra partita: quella del piano faunistico-venatorio regionale, il documento che stabilisce le linee guida per la gestione della fauna e dell’attività di caccia. L’attuale piano è stato adottato nel 2014 e, secondo le opposizioni, è ormai ampiamente superato.
Per questo i consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno chiesto che l’assessore regionale alla caccia Paolo Bongioannivenga a riferire in aula sul nuovo piano che la Giunta Cirio starebbe preparando ma che ancora non è stato presentato ufficialmente.
Intanto la proroga si ferma ai box. La Commissione tornerà a discuterne nelle prossime settimane dopo un confronto tecnico-scientifico sul tema. Ma una cosa è certa: la battaglia sugli animali “pronto caccia” è tutt’altro che chiusa. E tra richieste dei cacciatori, critiche degli ambientalisti e scontri politici, la partita sulla gestione della fauna piemontese promette di restare caldissima.

Gli animali non votano. E la Regione lo sa benissimo
C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando la politica discute di animali come se fossero bulloni da magazzino. Pezzi da distribuire, numeri da spostare, pratiche da prorogare. In Piemonte succede da anni: si parla di fauna selvatica come di un problema amministrativo, mentre per molti animali la realtà è molto più semplice e brutale. Nascono in allevamento, vengono caricati su un camion, liberati e, spesso, finiscono nel mirino di un fucile nel giro di poche ore.
Il punto non è neppure la caccia in sé. Il tema è la trasformazione della fauna in merce programmata. Animali che non hanno mai visto un bosco vengono catapultati in natura e trattati come bersagli mobili. Non è gestione faunistica. È un meccanismo industriale travestito da tradizione.
La politica regionale continua a girarci intorno da anni. Commissioni, tavoli tecnici, regolamenti, proroghe. Sempre la stessa musica: il problema esiste, ma non è mai il momento giusto per risolverlo davvero. Nel frattempo il tempo passa, le norme si piegano e le eccezioni diventano regola.
E qui sta il nodo politico. Quando una legge non viene applicata per anni e la risposta è semplicemente rinviare ancora, significa che il sistema non funziona. Significa che qualcuno ha deciso che è più facile spostare la scadenza che cambiare davvero le cose.
La fauna selvatica non è un accessorio del calendario venatorio. È patrimonio di tutti. Degli ecosistemi, dei territori, ma anche dei cittadini che quei boschi li vivono senza fucile in mano. Trattarla come un problema logistico significa perdere di vista il punto fondamentale: gli animali non sono strumenti di una filiera.
Eppure la politica piemontese continua a muoversi con una prudenza quasi reverenziale quando si parla di caccia. Un mondo piccolo nei numeri ma enorme nella capacità di influenzare decisioni e rinvii. Intanto si rimanda, si allunga, si prende tempo.
Ma c’è una domanda che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di fare davvero: se dopo anni le regole non vengono rispettate, perché continuare a fingere che basti una proroga per sistemare tutto?
Forse perché, alla fine, è più semplice non disturbare chi spara che difendere chi non può parlare. E in questa storia, gli unici senza voce sono proprio loro: gli animali.
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