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09 Marzo 2026 - 23:43
Gli Stati Uniti vogliono piegare l’Iran o rovesciarlo? La guerra che può incendiare il Medio Oriente
A Teheran, sopra piazza Enghelab, l’aria sa ancora di carburante bruciato. Nelle strade attorno alla University Street sono rimasti i crateri delle bombe. A poca distanza, una folla ha sfilato mostrando i ritratti del nuovo leader della Repubblica Islamica. Nel giro di meno di due settimane, l’Iran è entrato in una fase di guerra aperta segnata da bombardamenti massicci e da una successione politica avvenuta in tempi rapidissimi.
Dagli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha alternato messaggi di tono diverso: prima la richiesta di “resa incondizionata”, poi l’ipotesi di un accordo con settori del potere iraniano. Sul terreno e nelle cancellerie internazionali la domanda resta la stessa: quale obiettivo politico stanno davvero perseguendo gli Stati Uniti mentre il conflitto si allarga?
Secondo fonti iraniane e conteggi indipendenti riportati dalla stampa internazionale, gli attacchi condotti da Stati Unitie Israele hanno causato più di 1.200 morti in Iran. Tra le vittime ci sono anche oltre 160 bambini, uccisi nel bombardamento di una scuola. Le forze statunitensi hanno registrato sette militari morti.
La sequenza degli eventi si è accelerata il 28 febbraio 2026, quando un attacco mirato ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei. La risposta di Teheran è stata immediata. Pochi giorni dopo, l’Assemblea degli Esperti ha scelto come nuovo leader Mojtaba Khamenei, figlio della guida religiosa appena uccisa.

A Washington molti avevano ipotizzato che la morte di Ali Khamenei avrebbe provocato divisioni interne al sistema iraniano. Non è successo. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, Islamic Revolutionary Guard Corps) ha dichiarato fedeltà al nuovo leader, confermando la compattezza dell’apparato di potere.
Secondo analisti citati da Al Jazeera, la strategia iniziale degli Stati Uniti puntava a colpire rapidamente la struttura di comando iraniana: eliminare il vertice politico e distruggere infrastrutture militari decisive per provocare un collasso del sistema. La risposta iraniana ha mostrato invece una capacità di reazione immediata. Teheran ha lanciato centinaia di missili e migliaia di droni contro Israele e contro obiettivi collegati alle forze statunitensi nella regione.
La guerra aerea americana è stata battezzata Operazione Epic Fury. Il Pentagono ha impiegato bombardieri strategici B-1, B-2 e B-52, aerei da combattimento F-15 e F-18, unità navali con portaerei e sistemi di guerra elettronica. Gli attacchi hanno colpito difese antiaeree, basi missilistiche, depositi di armi e infrastrutture navali.
Funzionari militari statunitensi hanno parlato di oltre mille obiettivi colpiti nel primo giorno e di più di duemila bersagli neutralizzati nei giorni successivi. Le cifre cambiano a seconda delle fonti, ma indicano comunque una campagna militare di dimensioni eccezionali.
Dietro la dimensione militare si intravede un obiettivo politico preciso: ridurre drasticamente le capacità missilistiche e navali dell’Iran e costringere Teheran a negoziare su tre punti principali: programma nucleare, sviluppo dei missili balistici e ruolo regionale della Repubblica Islamica.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM, United States Central Command) ha diffuso materiale informativo sui sistemi impiegati e sui tipi di obiettivi colpiti, dai centri di comando alle basi navali.
La risposta iraniana ha seguito una strategia già sperimentata negli anni: la deterrenza asimmetrica. Missili e droni a lungo raggio sono stati lanciati contro obiettivi in Israele e contro basi statunitensi nel Golfo. Tra i siti colpiti o minacciati figurano la base di Al Udeid in Qatar, Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti e il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein.
Questa risposta serve a dimostrare che l’Iran conserva capacità di ritorsione anche di fronte alla superiorità militare americana. I Paesi del Golfo Persico hanno rafforzato i sistemi di difesa aerea e allo stesso tempo hanno chiesto una riduzione della tensione.
La nomina di Mojtaba Khamenei, decisa l’8 marzo 2026 dall’Assemblea degli Esperti, ha avuto anche un valore politico simbolico. Nei primi giorni dopo la morte della guida suprema, molti osservatori ritenevano improbabile una successione di tipo familiare. Il voto dell’assemblea ha invece chiuso rapidamente la questione e ha mostrato la compattezza del sistema politico iraniano.
Per la Casa Bianca si tratta di un segnale sgradito. Nei giorni precedenti, funzionari americani avevano fatto capire di preferire una leadership diversa a Teheran.
Nel frattempo la linea americana resta ambigua. Da una parte Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non cercano un cambio di regime. Dall’altra ha insistito sulla necessità di una resa totale e sulla distruzione delle capacità militari iraniane.
Secondo diversi analisti, la strategia più probabile consiste nel mantenere una forte pressione militare e economica per costringere l’Iran a un accordo che permetta a Washington di presentare il risultato come una vittoria senza arrivare a un’invasione terrestre.
La storia recente dimostra però che la sola forza aerea raramente produce risultati politici duraturi. I bombardamenti possono distruggere infrastrutture e armamenti, ma non creano automaticamente un nuovo equilibrio di potere. Con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica allineato al nuovo leader, la possibilità di una frattura interna sembra al momento limitata.
Un episodio ha colpito particolarmente l’opinione pubblica internazionale: il bombardamento della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh, nella città di Minab, nel sud dell’Iran. Le prime ricostruzioni indicano un numero molto alto di vittime tra gli studenti. L’attribuzione ufficiale dell’attacco è ancora oggetto di indagini, ma fonti militari citate da diversi media internazionali indicano una probabile responsabilità americana.
Il caso ha riaperto il dibattito sul rispetto del diritto internazionale umanitario e sulla protezione dei civili.
Intanto la guerra ha già assunto una dimensione regionale e globale.
Fonti di sicurezza occidentali sostengono che Mosca stia fornendo informazioni militari all’Iran per colpire obiettivi collegati agli Stati Uniti. Pechino ha condannato gli attacchi contro la leadership iraniana e ha invitato alla stabilità, preoccupata soprattutto per le conseguenze sul mercato energetico.
A Washington è stata anche discussa l’ipotesi di sostenere forze curde lungo il confine iraniano. Diversi esperti considerano questa opzione poco realistica e potenzialmente destabilizzante nei rapporti con la Turchia.
Le monarchie del Golfo hanno adottato una posizione prudente. Hanno condannato gli attacchi iraniani ma allo stesso tempo chiedono una riduzione della tensione. Per loro la priorità è evitare che il conflitto colpisca le rotte energetiche e il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Negli Stati Uniti pesa anche la memoria delle guerre in Iraq e Afghanistan. Un intervento terrestre comporterebbe costi militari e politici molto alti. La sfida per la Casa Bianca è definire cosa significhi “vittoria” senza impegnare truppe sul terreno.
Nelle prime ore della guerra, funzionari militari hanno parlato di oltre duemila obiettivi colpiti tra basi missilistiche, infrastrutture navali e centri di comando. Tuttavia il numero dei bersagli distrutti non coincide necessariamente con un successo politico. Se il sistema iraniano mantiene la sua coesione, l’efficacia strategica della campagna aerea potrebbe ridursi nel tempo.
Il rischio più grande resta l’allargamento del conflitto. Le difese aeree di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono in stato di massima allerta. Le compagnie di assicurazione marittima hanno già aumentato i costi per le rotte che passano vicino allo Stretto di Hormuz. Gruppi armati vicini all’Iran in Iraq, Siria e Yemen stanno testando i limiti della risposta americana.
Gli analisti ipotizzano tre possibili evoluzioni. La prima è una pressione militare e diplomatica che porti a un accordo limitato su nucleare e missili. La seconda è una guerra di logoramento, con l’Iran che disperde le proprie capacità militari e amplia i fronti di ritorsione. La terza, meno probabile ma non esclusa, è un’escalation che porti a un intervento terrestre.
A più di una settimana dall’inizio delle operazioni, una cosa appare chiara. Gli Stati Uniti e Israele hanno ottenuto una netta superiorità militare nei cieli iraniani e hanno distrutto una parte significativa delle infrastrutture missilistiche. L’Iran ha però dimostrato di poter continuare a colpire con missili e droni e ha evitato una crisi interna di potere grazie alla rapida successione di Mojtaba Khamenei.
La guerra ha già smentito l’idea di un collasso rapido del sistema iraniano. Il vero problema per Washington ora è trasformare la superiorità militare in un risultato politico chiaro e sostenibile. Senza una soluzione diplomatica credibile, il conflitto rischia di restare sospeso tra bombardamenti, ritorsioni e trattative ancora da avviare.
Fonti
Al Jazeera
Reuters
Associated Press
The Washington Post
Pentagono
CENTCOM – United States Central Command
BBC News
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