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Putin all'Europa: il gas e il petrolio ve lo dò io... Crisi energetica e guerra cambieranno le scelte di Bruxelles?

Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin apre alla ripresa delle forniture energetiche verso l’Unione Europea, ma chiede contratti di lungo periodo e la fine delle pressioni politiche. Intanto lo stop all’oleodotto Druzhba e le tensioni in Medio Oriente riaccendono il tema della sicurezza energetica europea

Putin all'Europa: il gas e il petrolio ve lo dò io... Crisi energetica e guerra cambieranno le scelte di Bruxelles?

Putin all'Europa: il gas e il petrolio ve lo dò io... Crisi energetica e guerra cambieranno le scelte di Bruxelles?

Un numero lampeggia su uno schermo nella sala riunioni del Cremlino: l’aumento dei contratti a termine sul gas europeo dopo le nuove tensioni in Medio Oriente. In questo clima il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un messaggio diretto ai mercati e ai governi europei. Mosca — ha detto — è pronta a tornare a fornire petrolio e gas all’Unione Europea, a condizione che si ristabilisca una cooperazione stabile e di lungo periodo, senza condizionamenti politici.

La proposta arriva dopo due inverni in cui l’Europa ha fatto a meno della maggior parte delle forniture energetiche russe. Nel frattempo Bruxelles ha imposto sanzioni sul petrolio trasportato via mare e sui prodotti raffinati provenienti dalla Federazione Russa. Nelle ultime settimane si è aggiunto un nuovo elemento di tensione: l’interruzione dei flussi dell’oleodotto Druzhba, una delle principali infrastrutture energetiche che collegano la Russia all’Europa centrale.

Il 9 marzo 2026, durante una riunione al Cremlino dedicata al mercato energetico mondiale, Putin ha sostenuto che la Russia può contribuire a stabilizzare i prezzi dell’energia in Europa. Secondo il presidente russo, la condizione è una sola: accordi di lungo periodo e l’assenza di pressioni politiche sui rapporti commerciali.

Il messaggio arriva mentre i mercati dell’energia sono tornati nervosi per le tensioni in Medio Oriente e mentre nell’Unione Europea si discute di ulteriori misure per ridurre ancora le importazioni di energia russa.

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la Russia era il principale fornitore di gas dell’Unione Europea. Nel 2021 copriva circa il 40-45 per cento delle importazioni, pari a circa 155 miliardi di metri cubi. Dopo l’inizio della guerra, Bruxelles ha avviato il piano REPowerEU (programma europeo per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia). L’obiettivo era tagliare rapidamente le importazioni di combustibili fossili russi e diversificare i fornitori.

Il risultato è stato un cambiamento radicale degli equilibri energetici. Entro la fine del 2023 la quota del gas russo nelle importazioni europee è scesa intorno al 15 per cento, con circa 43 miliardi di metri cubi. L’Europa ha aumentato gli acquisti di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e dal Qatar, oltre a rafforzare i flussi dalla Norvegia e dal Nord Africa.

Il distacco dalla Russia ha però avuto un costo elevato. Nel 2022 la domanda europea di gas è diminuita drasticamente grazie al risparmio energetico e a misure di emergenza, ma la bolletta per le importazioni energetiche ha sfiorato i 400 miliardi di euro.

Sul petrolio, l’Unione Europea ha vietato dal dicembre 2022 le importazioni via mare di greggio russo. Dal febbraio 2023 il divieto è stato esteso a molti prodotti raffinati. Parallelamente il G7 e l’Unione Europea hanno introdotto un tetto al prezzo del petrolio russo trasportato via mare.

Il legame energetico tra Europa e Russia non è però scomparso del tutto. Per alcuni Paesi dell’Europa centrale resta fondamentale l’oleodotto Druzhba, costruito ai tempi dell’Unione Sovietica e ancora oggi una delle principali vie di rifornimento per le raffinerie di Ungheria, Slovacchia e in parte della Repubblica Ceca.

Negli ultimi mesi questa infrastruttura è diventata uno dei punti più fragili della sicurezza energetica europea. Dopo diversi episodi di danneggiamenti nel 2025, il 27 gennaio 2026 il transito sul tratto ucraino della diramazione meridionale è stato interrotto.

La compagnia petrolifera MOL, principale operatore ungherese, e altri operatori regionali hanno dovuto riorganizzare rapidamente le forniture. Una parte del petrolio è arrivata via mare attraverso il terminale croato di Omišalj e l’oleodotto Adria, che collega la costa adriatica alle raffinerie dell’Europa centrale.

Le difficoltà logistiche hanno provocato tensioni nel mercato regionale dei carburanti. A metà febbraio 2026 Ungheriae Slovacchia hanno sospeso temporaneamente le esportazioni di diesel verso l’Ucraina per garantire le scorte interne.

Di fronte alla situazione, la Commissione Europea ha convocato il Gruppo di coordinamento sul petroliodell’Unione Europea. Il 26 febbraio 2026 Bruxelles ha dichiarato che non esistevano rischi immediati per l’approvvigionamento energetico europeo, grazie alle scorte disponibili e alle rotte alternative. Tuttavia il caso Druzhba ha mostrato quanto alcune aree del continente restino vulnerabili.

È su questo scenario che si inserisce l’offerta di Putin. Il presidente russo punta su tre elementi. Il primo è la nuova instabilità dei mercati energetici, aggravata dalla crisi in Medio Oriente. Il secondo è la memoria dei prezzi: dopo l’impennata del 2022, il mercato del gas europeo resta sensibile a qualsiasi shock. Il terzo riguarda le infrastrutture: la Russia dispone ancora di una rete di oleodotti e gasdotti capace di convogliare grandi volumi verso l’Europa dove le infrastrutture sono rimaste intatte.

Allo stesso tempo Mosca ha continuato a esportare petrolio attraverso una rete di navi spesso definita “flotta ombra”, utilizzata per aggirare in parte le restrizioni occidentali. Su questo sistema Unione Europea e G7 hanno rafforzato controlli e sanzioni, aumentando i rischi legali e assicurativi per gli operatori.

Nel frattempo la linea politica europea resta orientata in senso opposto rispetto all’offerta russa. Commissione Europea, Parlamento Europeo e governi nazionali stanno discutendo nuove misure per eliminare gradualmente le importazioni di gas russo entro il 2027 o poco oltre. In questo quadro firmare nuovi contratti energetici con aziende russe sarebbe difficilmente compatibile con la strategia energetica europea.

La questione è particolarmente delicata per alcuni Paesi dell’Europa centrale. Le raffinerie di Ungheria e Slovacchia sono state progettate per lavorare petrolio con caratteristiche simili a quello russo. Adeguare completamente gli impianti per trattare altri tipi di greggio richiede investimenti e tempi tecnici. In diversi casi la piena conversione è prevista non prima del 2026.

Per questo motivo Budapest ha più volte sollevato il problema nei negoziati europei sulle sanzioni, chiedendo il ripristino dei flussi attraverso Druzhba. Tuttavia a Bruxelles prevale l’idea che, nonostante le difficoltà locali, il sistema energetico europeo nel suo complesso resti al sicuro.

Nel breve periodo l’Unione Europea continuerà probabilmente su tre direttrici. La prima è ridurre in modo strutturale la dipendenza dalle forniture russe. La seconda è gestire eventuali emergenze con strumenti temporanei, come scorte strategiche e rotte alternative. La terza è accelerare su efficienza energetica e fonti rinnovabili per ridurre la domanda complessiva di gas e petrolio.

La proposta lanciata dal Cremlino ha quindi soprattutto un valore politico e simbolico. Serve a ricordare che la Russiaresta uno dei maggiori produttori di energia al mondo e che una parte delle infrastrutture che collegano Europa e Russia esiste ancora.

Ma per i governi europei la questione non riguarda soltanto i prezzi. Dopo l’invasione dell’Ucraina, le forniture energetiche sono diventate anche uno strumento di politica estera e di sicurezza.

La decisione di ridurre la dipendenza dalla Russia ha imposto costi economici elevati e scelte difficili. Tornare indietro significherebbe rimettere in discussione una strategia costruita negli ultimi quattro anni.

Per questo, almeno per ora, l’offerta di Putin sembra destinata a restare soprattutto un messaggio rivolto ai mercati energetici. Non necessariamente l’inizio di un nuovo capitolo nei rapporti tra Unione Europea e Russia.

Il gas di Putin? Non decide Bruxelles. Decide Washington

Ogni volta che Vladimir Putin apre alla possibilità di tornare a vendere gas e petrolio all’Europa, si riapre lo stesso dibattito: dipendenza energetica, sicurezza strategica, autonomia europea. Commentatori, commissari europei, ministri dell’energia. Tutti a discutere se convenga o meno riaprire il rubinetto russo.

Peccato che la decisione non sia a Bruxelles.

E neppure a Mosca.

La decisione è a Washington.

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, l’Europa ha cambiato fornitore energetico. Ma non ha conquistato l’autonomia. Ha semplicemente sostituito una dipendenza con un’altra.

Prima il gas arrivava dalla Russia attraverso i gasdotti. Ora arriva in gran parte sotto forma di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Navi cisterna invece dei tubi. Ma la logica geopolitica è la stessa: chi controlla l’energia controlla anche una parte delle scelte politiche europee.

Per questo l’offerta di Putin è quasi irricevibile, indipendentemente da quello che diranno i governi europei.

Se domani Donald Trump, o qualunque presidente americano, decidesse che il gas e il petrolio l’Europa li deve comprare dagli Stati Uniti, la discussione finirebbe lì. Non perché l’Unione Europea non possa teoricamente scegliere altri fornitori. Ma perché il rapporto politico e militare tra Europa e Stati Uniti non è un rapporto tra pari.

navi ciseran

L’Europa è dentro la NATO. La sicurezza militare del continente dipende in gran parte dalla potenza americana. E quando la sicurezza dipende da qualcuno, anche l’energia diventa un pezzo della stessa partita.

È qui che la questione energetica smette di essere un problema economico e diventa una questione di potere.

Negli ultimi due anni Washington ha aumentato enormemente le esportazioni di gas verso l’Europa. Non per filantropia. Perché è un affare gigantesco. Il gas liquefatto americano costa più del gas russo che arrivava via gasdotto. Richiede terminali, trasporto marittimo, rigassificazione. Tutte infrastrutture costose che l’Europa ha costruito in fretta per sostituire le forniture russe.

Nel frattempo le compagnie energetiche statunitensi hanno trovato nel mercato europeo uno dei clienti più redditizi del pianeta.

In questo contesto l’offerta di Putin è quasi una provocazione politica. Non è solo un messaggio ai governi europei. È anche un messaggio agli Stati Uniti: ricordare che la Russia resta una potenza energetica globale e che una parte dell’industria europea sa benissimo che il gas russo costava meno.

Ma il problema non è il prezzo.

Il problema è chi comanda davvero nelle scelte strategiche europee.

Se l’Europa fosse davvero autonoma, potrebbe fare una valutazione puramente economica: comprare energia dove conviene di più e diversificare i fornitori per ridurre i rischi. È quello che fanno tutte le grandi potenze energetiche.

Ma l’Europa non è una potenza energetica unitaria. È un mosaico di Stati con interessi diversi, legati militarmente e politicamente agli Stati Uniti.

Per questo ogni volta che si parla di gas russo il dibattito europeo sembra sempre incompleto. Si discute di Putin, delle sanzioni, della guerra in Ucraina. Si parla molto meno del fatto che oggi il principale beneficiario economico della crisi energetica europea sono proprio gli Stati Uniti.

Non è una teoria. È un dato di mercato.

Questo non significa che l’Europa dovrebbe tornare a dipendere dal gas della Russia. Significa però riconoscere una realtà spesso rimossa nel dibattito politico: la questione energetica europea non è solo una partita tra Bruxelles e Mosca.

È una partita triangolare.

Mosca produce energia.
Washington produce energia e sicurezza militare.
L’Europa consuma entrambe.

Finché questo equilibrio non cambierà, ogni offerta di Putin resterà soprattutto un esercizio retorico.

Perché il problema non è se l’Europa vuole comprare gas russo.

Il problema è se può davvero permetterselo.

Fonti

Commissione Europea
Consiglio dell’Unione Europea
REPowerEU
Agenzia Internazionale dell’Energia (International Energy Agency)
Eurostat
G7
MOL Group
Reuters
Bloomberg
Financial Times

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