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Iran, guerra nel Golfo e petrolio alle stelle: chi controlla lo Stretto di Hormuz controlla l’energia del mondo

Dopo gli attacchi di Israele e Stati Uniti e la morte della Guida suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz si blocca, le petroliere restano ferme e il prezzo del petrolio corre verso i 100 dollari. La crisi che può cambiare gli equilibri energetici globali

Iran, guerra nel Golfo e petrolio alle stelle: chi controlla lo Stretto di Hormuz controlla l’energia del mondo

Iran, guerra nel Golfo e petrolio alle stelle: chi controlla lo Stretto di Hormuz controlla l’energia del mondo

Le luci delle petroliere ferme al largo hanno disegnato una costellazione artificiale nel Golfo Persico. A pochi chilometri, lo Stretto di Hormuz, largo appena 21 miglia nel punto più stretto, è diventato una linea tratteggiata sulle mappe della navigazione: rotte sospese, assicurazioni marittime impennate, segnali AIS (Automatic Identification System) intermittenti. In sette giorni l’equilibrio della regione è cambiato. Il 28 febbraio 2026 sono partite le prime ondate di attacchi dall’Israele guidato da Benjamin Netanyahu, seguite da operazioni degli Stati Uniti. Tra le prime vittime, secondo media internazionali e agenzie iraniane, c’è stata la Guida suprema della Repubblica islamica, Ayatollah Ali Khamenei, morto a 86 anni. Intorno a quell’evento si è sviluppato un flusso continuo di notizie, alcune confermate, altre smentite, mentre i mercati energetici hanno reagito immediatamente: i prezzi di Brent e WTI (West Texas Intermediate) sono saliti rapidamente e lo scenario dei 100 dollari al barile è tornato nelle analisi degli operatori.

petrolio

La giornata decisiva è stata il 28 febbraio 2026. Gli attacchi israeliani contro siti strategici iraniani sono stati seguiti da operazioni statunitensi. Le ricostruzioni diffuse da agenzie e testate internazionali hanno indicato che la prima fase dell’offensiva ha colpito installazioni militari e infrastrutture sensibili della Repubblica islamica dell’Iran. Nelle ore successive è arrivata la notizia più pesante: tra la notte del 28 febbraio e l’alba del 1° marzo, media iraniani e internazionali hanno riferito la morte di Ali Khamenei, confermata poi da canali ufficiali di Tehran. Le autorità iraniane hanno proclamato 40 giorni di lutto nazionale mentre gli apparati dello Stato hanno attivato procedure straordinarie per gestire la transizione del potere.

Sul terreno, la guerra si è allargata rapidamente. L’Iran ha risposto con missili e droni contro obiettivi regionali. A queste azioni sono seguiti nuovi raid condotti da Israele e Stati Uniti. La tensione si è propagata lungo l’arco che va dal Golfo Persico al Levant, coinvolgendo indirettamente Paesi che ospitano basi militari e infrastrutture energetiche. Nel frattempo lo Stretto di Hormuz è entrato in una fase di paralisi operativa. Le navi che trasportano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno hanno ridotto drasticamente i transiti. Molte petroliere e metaniere sono rimaste in attesa nelle acque a sud dell’Iran. Per le compagnie di navigazione la percezione del rischio è stata sufficiente a fermare i traffici: premi assicurativi aumentati, rotte ridisegnate, flotte temporaneamente ferme.

In quei giorni si è moltiplicato anche il rumore informativo. Mentre la morte di Ali Khamenei è stata confermata da fonti ufficiali, sono circolate notizie contraddittorie sulla sorte dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Alcuni siti e agenzie lo hanno indicato tra le vittime degli attacchi, ma nelle ore successive fonti a lui vicine e media iraniani hanno diffuso smentite. Il caso è diventato un esempio della difficoltà di verificare le informazioni nelle prime fasi di un conflitto.

La reazione dei mercati energetici è stata immediata. Nel corso della settimana tra il 2 e il 6 marzo, i prezzi del petrolio sono saliti rapidamente. Il WTI ha chiuso la settimana poco sotto i 91 dollari al barile, con un aumento giornaliero vicino al 12 per cento, il più forte da diversi anni. Il Brent si è avvicinato ai 93 dollari. Gli analisti hanno collegato l’impennata al rischio logistico legato allo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Anche il mercato del GNL (Gas Naturale Liquefatto) ha reagito, con contratti in rialzo e preoccupazioni per le forniture verso Europa e Asia.

All’interno dell’Iran la crisi ha aperto una fase politica delicata. Dopo la morte di Ali Khamenei, il sistema istituzionale ha cercato di mostrare continuità. Il presidente Masoud Pezeshkian ha diffuso un messaggio rivolto ai Paesi vicini, scusandosi per gli attacchi che hanno colpito infrastrutture regionali. L’intervento ha fatto emergere le tensioni tra il governo civile e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC – Islamic Revolutionary Guard Corps), che controlla gran parte delle capacità missilistiche del Paese. Nel frattempo a Tehran si sono attivate procedure per la gestione della successione alla guida del sistema politico-religioso.

La crisi ha coinvolto anche le potenze regionali e gli alleati occidentali. Gli Stati Uniti hanno segnalato che l’obiettivo dell’operazione è impedire all’Iran di rafforzare capacità militari considerate una minaccia per la navigazione strategica e per gli alleati. I Paesi del Golfo Persico hanno mantenuto una posizione prudente, preoccupati per possibili ritorsioni contro porti e impianti energetici. In parallelo sono state studiate rotte alternative per il trasporto di greggio verso il Mar Rosso e il Mediterraneo, nel tentativo di ridurre la dipendenza dal passaggio nello Stretto di Hormuz.

Gli effetti si sono estesi ai mercati finanziari globali. L’aumento dei prezzi dell’energia ha alimentato timori per l’inflazione e ha spinto gli investitori verso asset considerati più sicuri. Gli indici azionari hanno registrato fasi di volatilità mentre i titoli dei settori energetico e della difesa hanno mostrato maggiore stabilità. Per gli operatori il punto centrale è capire se la crisi rappresenterà uno shock temporaneo o una trasformazione duratura del rischio geopolitico nella principale rotta energetica del pianeta.

Oggi alcune informazioni sono considerate accertate. Il 28 febbraio 2026 è iniziata un’operazione militare condotta da Israele e Stati Uniti contro obiettivi in Iran. La morte della Guida suprema Ali Khamenei è stata confermata da canali ufficiali iraniani e da agenzie internazionali tra il 28 febbraio e il 1° marzo. La navigazione nello Stretto di Hormuz è stata fortemente ridotta per diversi giorni, con effetti immediati sui mercati energetici. Altre notizie, in particolare quelle riguardanti figure politiche come Mahmoud Ahmadinejad, sono rimaste oggetto di verifiche e smentite nelle ore successive agli attacchi.

Sette giorni sono bastati per modificare gli equilibri della regione. Il conflitto ha aperto una fase di incertezza politica a Tehran, ha messo sotto pressione una delle rotte energetiche più importanti del mondo e ha riportato la geopolitica al centro dei mercati globali. Lo Stretto di Hormuz resta il punto che tutti osservano: se i flussi riprenderanno regolarmente i prezzi potrebbero stabilizzarsi. Se invece la tensione continuerà a bloccare le rotte, il sistema energetico internazionale dovrà adattarsi a una crisi destinata a durare.

Fonti: Bloomberg, BBC, Al Jazeera, Financial Times, CNBC, RBC Capital Markets, The New York Times, The Washington Post.

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