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Tra un Garibaldi e un Cavour, magari una donna?

Per gli 80 anni dal voto alle donne la Regione Piemonte scrive ai sindaci: intitolare vie, piazze e giardini a figure femminili. L’iniziativa promossa da Alberto Cirio, Marina Chiarelli, Davide Nicco e Domenico Ravetti

Tra un Garibaldi e un Cavour, magari una donna?

Alberto Cirio

Le città italiane hanno una memoria selettiva. Non cattiva, ma distratta. Basta guardare le targhe delle strade: generali, patrioti, politici, poeti, santi. Tutti uomini, o quasi. Le donne compaiono raramente e, quando succede, spesso hanno un’aureola.

Eppure da ottant’anni le donne votano. È successo nel 1946, quando l’Italia usciva dalla guerra e scopriva la Repubblica. Milioni di italiane entrarono nelle urne e, insieme, nella storia pubblica del Paese. Un passaggio enorme, anche se poi la geografia urbana è rimasta più lenta della democrazia.

Per questo la Regione Piemonte ha deciso di ricordarsene. Non con un monumento solenne, ma con una proposta semplice, quasi domestica: scrivere ai sindaci e invitarli a intitolare una via, una piazza, un giardino, un parco a una donna che abbia lasciato un segno nella storia, nella cultura, nella scienza o nella vita civile.

La lettera porta quattro firme istituzionali: il presidente della Regione Alberto Cirio, l’assessore alla Cultura e alle Pari opportunità Marina Chiarelli, il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco e il vicepresidente e presidente del Comitato Resistenza e Costituzione Domenico Ravetti. Non è un ordine, naturalmente. È un invito. Ma anche un piccolo promemoria.

L’occasione è doppia: l’8 marzo e, due giorni dopo, il decimo giorno del mese, quando cade l’ottantesimo anniversario del riconoscimento del voto alle donne. Una data che appartiene alla storia della democrazia italiana, perché segnò l’allargamento definitivo della partecipazione politica.

via garibaldi

L’idea è che le città raccontino anche questo. Che tra un Garibaldi e un Cavour compaia, ogni tanto, il nome di una donna che ha contribuito alla crescita culturale, sociale o scientifica del Paese. Meglio ancora se piemontese, o almeno legata a queste terre.

È una questione di memoria pubblica, più che di toponomastica. Perché le strade sono una specie di manuale di storia a cielo aperto. E se quel manuale continua a citare quasi soltanto uomini, non significa che le donne abbiano fatto meno. Significa soltanto che qualcuno si è dimenticato di scriverle.

La Regione Piemonte, con questa lettera, prova a rimediare. Non è una rivoluzione. Ma, come tutte le cose sensate, comincia da una targa. E da un nome che finora non c’era.

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