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07 Marzo 2026 - 17:06
Commercio. Torino cresce, Ivrea perde: a Settimo e Chivasso cambiano negozi e servizi
Macellerie in calo del 5,7%, fruttivendoli giù del 6,2%, negozi di abbigliamento e scarpe in flessione del 3,4%, in difficoltà anche le attività dedicate agli articoli per la casa. Resistono invece supermercati, farmacie e parafarmacie, mentre crescono i negozi di tecnologia, telefonia e informatica. È anche da qui che si capisce meglio la fotografia scattata dai dati 2025 presentati dalla Camera di commercio di Torino: il mondo delle imprese torinesi torna sì a crescere, ma cambia pelle, e lo fa in modo molto diverso tra il capoluogo e il resto del territorio.
Dopo due anni di segni meno, il tessuto imprenditoriale della città metropolitana si riporta a quota 221.224 imprese. Il saldo tra aperture e chiusure è positivo per 1.317 attività, frutto di 12.645 nuove iscrizioni contro 11.328 cessazioni. È il terzo miglior risultato dell’ultimo decennio, superato soltanto dai numeri del biennio 2021-2022. Ma sarebbe un errore fermarsi al dato superficiale, perché basta allargare lo sguardo per capire che la ripresa c’è, ma non cancella le ferite. Rispetto al 2015, infatti, il sistema imprenditoriale torinese resta sotto di quasi il 2 per cento. Dieci anni fa si superavano le 225 mila imprese, oggi quel traguardo è ancora lontano.
La vera differenza la fa il territorio. Torino cresce, e non poco, con un tasso del +1,06% nel 2025 e con un andamento positivo che, sul lungo periodo, segna persino un +0,8% nell’ultimo decennio. Fuori dal capoluogo, invece, la musica cambia. Il resto della provincia perde il 4% delle imprese in dieci anni, segno di una fatica diffusa che tocca i centri grandi e piccoli. È il caso di Ivrea, unico tra i primi dieci comuni della provincia per consistenza imprenditoriale a chiudere l’anno con un segno negativo, -0,56%, un dato che pesa anche simbolicamente per una città che porta sulle spalle una lunga storia industriale. Settimo Torinese e Chivasso, pur senza crolli, si muovono dentro questa trasformazione: reggono meglio dove ci sono logistica, servizi e attività collegate alla casa e alla persona, ma soffrono sul fronte del commercio tradizionale, quello delle vetrine di quartiere, dei negozi che una volta erano presidio sociale prima ancora che economico.
Il tasso di crescita dell’area torinese si ferma al +0,60%, meglio del Piemonte che si attesta al +0,29%, ma ancora sotto il dato nazionale del +0,96%. Anche questo racconta bene la fase: Torino cresce, ma non corre come le grandi locomotive italiane.
Dentro questo scenario, il commercio continua a essere il comparto più in affanno. Le imprese del settore scendono a 51.287 e perdono l’1,1% in un anno. A pagare sono soprattutto i negozi al dettaglio, quelli che si vedono scomparire strada dopo strada. Restano stabili i mini market, i super e gli ipermercati, ma arretrano molte attività alimentari e non alimentari. Il calo di macellerie, fruttivendoli, panetterie, negozi di bevande e punti vendita di abbigliamento, scarpe e articoli per la casa non è soltanto un fatto statistico: è il termometro di un cambiamento concreto nelle abitudini di acquisto, nella concorrenza dei grandi punti vendita, nell’e-commerce e nei costi di gestione sempre più alti. Tengono farmacie e parafarmacie, mentre crescono i punti vendita legati alla tecnologia, all’audio-video, alla telefonia e all’informatica. In sostanza si compra meno sotto casa e sempre più dove conta il servizio specializzato o dove i consumi si sono spostati.
Se il commercio piange, i servizi alle imprese sorridono. È il primo settore per consistenza e vale il 27,4% del totale con oltre 60 mila attività. È qui che Torino trova oggi una delle sue spinte principali. Crescono le attività immobiliari, la consulenza aziendale, le agenzie pubblicitarie, le ricerche di mercato, il design, la fotografia, i servizi finanziari e assicurativi, la consulenza informatica e la produzione software. Aumentano anche le attività legate ai viaggi, ai servizi di prenotazione, alle pulizie e all’organizzazione di fiere e convegni. È una crescita che racconta di un’economia meno manifatturiera e più terziaria.
L’industria manifatturiera, invece, continua a perdere terreno. Le imprese scendono a poco più di 19 mila e lasciano sul campo un altro 1,3%. La frenata riguarda soprattutto meccanica, gomma-plastica, chimica, legno, tessile, elettronica e metallurgia. Ma non è tutto nero. Alcuni comparti mostrano segnali incoraggianti, come i mezzi di trasporto, la manutenzione di macchine e apparecchiature e l’alimentare. Anche il settore dell’energia cresce dopo la liberalizzazione del mercato.
Le costruzioni, che restano un pilastro del territorio con quasi 35 mila imprese, segnano un lieve calo dello 0,2%. Siamo al secondo anno di leggera contrazione, più un assestamento che un crollo. Dentro il comparto resistono soprattutto i lavori specializzati, con qualche segnale positivo nella preparazione dei cantieri, nella posa di infissi e nella tinteggiatura, mentre calano impiantistica e rivestimenti.
Il turismo tiene ma cambia faccia. Le imprese dei servizi di alloggio e ristorazione restano sostanzialmente stabili. A crescere sono le strutture extra alberghiere come affittacamere, bed and breakfast e appartamenti per vacanze, mentre diminuiscono gli alberghi tradizionali. Nella ristorazione continuano a diminuire bar e caffetterie, mentre crescono ristoranti e take-away.


In lieve crescita ci sono anche i servizi alla persona, con oltre 17 mila imprese e un aumento dell’1,2%. Tirano parrucchieri, centri estetici, attività legate alla cura degli animali, organizzazione di feste e cerimonie, formazione, sanità e assistenza sociale.
L’agricoltura, invece, continua a diminuire e perde il 2%, fermandosi a poco più di 11 mila imprese. Resta uno dei comparti più resistenti nel tempo, ma continua a ridursi numericamente.
Un altro dato importante riguarda la struttura delle imprese. La forma più diffusa resta quella dell’impresa individuale, oltre la metà del totale. Ma a crescere di più sono le società di capitale, segno che una parte del sistema produttivo si sta strutturando di più.
Sul fronte della tenuta nel tempo torna a migliorare il tasso di sopravvivenza delle imprese a tre anni dalla nascita, che sale dal 68,4% al 69,5%. Va meglio nell’agricoltura, peggio nel commercio.
Tra le componenti del sistema imprenditoriale spiccano le imprese femminili, quasi 50 mila e pari al 22% del totale. Tengono, ma con un dato che racconta un cambiamento: negli ultimi dieci anni sono diminuite molto le imprenditrici sotto i 50 anni, mentre crescono quelle più mature. Anche le imprese giovanili continuano a diminuire: poco più di 20 mila e in calo rispetto sia all’anno scorso sia al 2015.
Di segno opposto, invece, il dato delle imprese straniere, che continuano a crescere e superano le 33 mila attività. Sono concentrate soprattutto nelle costruzioni e nel commercio, ma crescono anche nei servizi alle imprese, nella ristorazione e nei servizi alla persona.
Male, invece, l’artigianato. Le imprese artigiane scendono sotto quota 59 mila e continuano una lenta ma costante flessione iniziata anni fa. Il cuore resta quello delle costruzioni, ma il quadro complessivo racconta un settore che resiste con fatica.
Alla fine, il senso dei dati 2025 della Camera di commercio è tutto qui: le imprese tornano ad aumentare, ma non siamo davanti a una ripresa uniforme. Torino mostra vitalità, mentre molti territori della provincia faticano di più. Settimo Torinese e Chivasso tengono dove crescono i servizi, Ivrea arretra. I negozi tradizionali chiudono, i servizi avanzano, l’industria manifatturiera perde peso e le imprese straniere crescono. Non è un’economia che si ferma: è un’economia che cambia mestiere.
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