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07 Marzo 2026 - 01:08
Quanti missili ha lanciato l’Iran contro Israele e il Golfo? I numeri della nuova guerra
Una pioggia di scintille è caduta sull’area industriale di Fujairah. Non era uno spettacolo pirotecnico, ma la traccia luminosa di un’intercettazione. Nella notte i sistemi antimissile hanno illuminato il cielo, mentre i jet sono decollati a coppie e sui social sono comparsi video di oggetti abbattuti sopra le rotte cargo del Golfo di Oman. Nel giro di poche ore nello stesso spazio aereo sono transitati e spesso sono esplosi centinaia di vettori: missili balistici, droni “one-way” e, in misura minore, missili da crociera. Il conflitto iniziato il 28 febbraio 2026, dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro obiettivi in Iran, ha riaperto una crisi che sembrava congelata dalla guerra dei dodici giorni dell’estate 2025. Questa volta però il ritmo appare più rapido.
Nelle prime 72 ore gli allarmi in Israele hanno descritto un sistema di difesa costretto a reagire senza pausa. Stime elaborate da monitoraggi indipendenti e rapporti pubblici indicano che il Paese ha affrontato circa 200 missili diretti verso il proprio territorio. Con l’intensificarsi degli attacchi il totale potrebbe essere salito vicino a 300. Gli attacchi sono arrivati a ondate quasi orarie. Il centro di ricerca israeliano Alma Research and Education Center ha contato 25 ondate il 28 febbraio, 64 il 1° marzo e altre 25 il 2 marzo. Al 6 marzo le ondate registrate contro Israele erano 148. L’obiettivo iraniano non sembra essere stato tanto quello di perforare le difese, quanto quello di saturarle. Il sistema israeliano è strutturato su più livelli: Arrow, David’s Sling e Iron Dome. L’idea è costringere questi sistemi a consumare intercettori.

Il dato tra 200 e 300 missili resta indicativo. I numeri cambiano continuamente e una parte delle informazioni rimane coperta da segreto operativo. Tuttavia diverse analisi internazionali convergono su un punto: la prima fase del conflitto ha rappresentato una gara di attrito tra il volume di missili e droni lanciati dall’Iran e le scorte di intercettori disponibili a Israele e ai suoi partner regionali.
La novità principale di questa crisi è però la dimensione geografica degli attacchi. Non è stato colpito solo Israele. Diversi Paesi del Golfo sono entrati nella traiettoria dei vettori iraniani. Una stima prudente, costruita su comunicati militari, monitoraggi OSINT (Open Source Intelligence) e resoconti giornalistici, indica che gli Stati della regione hanno ricevuto almeno 200 missili accompagnati da un numero simile di droni nelle prime giornate del conflitto. Alcuni dati nazionali suggeriscono cifre più alte.
Negli Emirati Arabi Uniti il Ministero della Difesa ha comunicato tra il 2 e il 5 marzo una serie continua di intercettazioni. Il 3 marzo le autorità hanno parlato di 174 missili balistici tracciati dall’inizio della crisi, di cui 161 intercettati e 13 caduti in mare, oltre a 689 droni e 8 missili da crociera. Il 5 marzo è stato segnalato un nuovo attacco con 7 missili balistici e 131 droni. Sei missili sono stati abbattuti, uno è caduto in territorio emiratino. Comunicazioni successive e ricostruzioni giornalistiche indicano che il totale delle intercettazioni negli Emirati Arabi Uniti ha superato rapidamente diverse centinaia di vettori.
Anche il Qatar è stato colpito. Le autorità militari hanno denunciato ondate dirette contro infrastrutture strategiche. In una giornata sono stati segnalati 14 missili balistici e 4 droni diretti verso obiettivi nel Paese. Il Kuwait ha riferito di attacchi con missili e droni “one-way” che hanno provocato vittime tra personale statunitense e hanno temporaneamente compromesso l’operatività di alcuni aeroporti. Nel Bahrain immagini satellitari diffuse da ricercatori OSINT mostrano danni nella zona della base della Quinta Flotta degli Stati Uniti a Manama.
Alcuni media regionali e centri di analisi indipendenti hanno indicato cifre molto più alte. Alcune stime parlano di oltre 500 missili e fino a 2.000 droni diretti contro Paesi arabi nelle prime giornate del conflitto. Questi numeri devono essere trattati con cautela. Tuttavia indicano la portata del fenomeno: attacchi distribuiti su più Paesi per disperdere le difese e aumentare il consumo di intercettori.
In tutte le capitali del Golfo è tornato centrale un concetto discusso da anni nelle analisi militari: l’asimmetria dei costi. Un drone Shahed può costare tra 20.000 e 30.000 dollari. Un intercettore del sistema Patriot può superare i 4 milioni di dollari. La sproporzione non riguarda solo il prezzo. Influenza la velocità con cui le difese possono reagire e la quantità di scorte disponibili.
Le immagini provenienti da Dubai, Abu Dhabi e Fujairah hanno mostrato anche gli effetti indiretti delle intercettazioni. Detriti caduti a terra hanno provocato incendi e danni a edifici. Alcuni aeroporti hanno registrato deviazioni e ritardi. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno invitato la popolazione a seguire le istruzioni di sicurezza e a evitare alcune aree urbane. Anche il settore energetico è entrato in stato di allerta. In Arabia Saudita il complesso petrolifero di Ras Tanura ha attivato misure precauzionali dopo un episodio attribuito a detriti di intercettazione. Nel Mediterraneo orientale, Cipro ha segnalato l’ingaggio di droni diretti verso la base britannica RAF Akrotiri.
Per comprendere la portata degli eventi bisogna guardare a ciò che è accaduto l’anno precedente. Durante la guerra dei dodici giorni dell’estate 2025, diverse analisi hanno stimato tra 500 e 600 i missili iraniani lanciati contro Israele. Il quotidiano Le Monde ha parlato di 591 missili in dodici giorni, con un tasso di intercettazione superiore all’80-90 per cento. Altre analisi hanno indicato almeno 574 missili balistici. Già allora era emerso un problema: la necessità per Israele di integrare rapidamente le scorte di intercettori.
Il confronto suggerisce che nel 2026 il ritmo iniziale degli attacchi sia stato più alto. Il volume di fuoco è stato distribuito tra Israele e i Paesi del Golfo, creando una pressione simultanea su più sistemi difensivi. Non si tratta di una conclusione definitiva. I numeri continuano a cambiare e molte informazioni restano parziali. Tuttavia la tendenza appare evidente.
La strategia che emerge è una competizione tra quantità e qualità. L’Iran punta su un alto numero di vettori relativamente economici. Israele, Stati Uniti e gli Stati del Golfo fanno affidamento su sistemi difensivi sofisticati e costosi. Per contrastare gli sciami di droni alcune forze aeree hanno utilizzato caccia come F-16 e Mirage 2000 per lanciare missili aria-aria contro i velivoli senza pilota prima che entrino nello spazio urbano.
In Israele la rete difensiva multilivello ha mantenuto una percentuale di intercettazioni molto alta. Il punto critico non riguarda tanto l’efficacia dei singoli sistemi quanto la sostenibilità logistica. Dopo il conflitto del 2025, Tel Aviv ha accelerato programmi di aggiornamento dei sistemi antimissile e ha intensificato i test contro sciami di droni. Contro i missili balistici rimane decisivo il ruolo del sistema Arrow e dei sistemi statunitensi schierati nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso.
L’intensità attuale sembra spiegarsi con quattro fattori. Il primo è la dispersione geografica dei bersagli. L’Iran ha distribuito gli attacchi tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e in alcuni casi Arabia Saudita e Giordania. Il secondo è la disponibilità di grandi scorte di droni “one-way”, utilizzati per mantenere costante la pressione tra una ondata di missili e l’altra. Il terzo riguarda la vulnerabilità delle infrastrutture regionali. Anche detriti di intercettazioni possono interrompere attività aeroportuali o industriali. Il quarto elemento riguarda la capacità industriale di rigenerare scorte militari.
Per la popolazione civile la priorità rimane la sicurezza. Negli Emirati Arabi Uniti le autorità hanno esteso in alcune aree la didattica a distanza e hanno diffuso raccomandazioni alla popolazione. I servizi essenziali continuano a funzionare e gli aeroporti del Golfo operano con procedure di emergenza per eventuali deviazioni.
Il conflitto ha già prodotto effetti economici. Il traffico aereo commerciale ha modificato alcune rotte. Le compagnie di assicurazione hanno rivisto i premi per il trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz. Anche il prezzo del petrolio ha mostrato oscillazioni legate alla percezione del rischio.
Nelle prossime settimane gli osservatori guarderanno tre indicatori principali. Il primo è la frequenza delle ondate di attacco. Il secondo riguarda le scorte di intercettori disponibili a Israele e agli Stati del Golfo. Il terzo riguarda la capacità industriale dell’Iran di produrre o riparare lanciatori e vettori dopo i raid aerei subiti.
Al 6 marzo 2026 il quadro rimane quello di una fase ad alta intensità. Israele ha affrontato circa 200 missili nelle prime 72 ore, con la possibilità che il totale sia salito verso 300 con il proseguire degli attacchi. I Paesi del Golfohanno ricevuto almeno 200 missili e un numero simile di droni, con gli Emirati Arabi Uniti come area più colpita per volume di intercettazioni. Il confronto con la guerra del 2025 suggerisce che il ritmo attuale sia più rapido. Il punto decisivo potrebbe non essere il singolo attacco riuscito o fallito. Potrebbe essere il tempo necessario a esaurire le scorte dell’avversario.
Fonti: Alma Research and Education Center, Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, Ministero della Difesa del Qatar, Ministero della Difesa del Kuwait, Le Monde, analisi OSINT (Open Source Intelligence) di ricercatori indipendenti, comunicazioni ufficiali dei governi del Golfo, resoconti di stampa internazionale.
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