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Esteri
06 Marzo 2026 - 01:19
Pedro Sánchez
Se le parole di Pedro Sánchez sulla guerra in Iran non ci sembrano ovvie, il problema siamo noi. Non perché il premier spagnolo abbia pronunciato frasi particolarmente originali. Ma perché ha ricordato una cosa semplice che negli ultimi anni abbiamo smesso di considerare tale: il diritto internazionale esiste e dovrebbe valere anche quando gli alleati decidono di bombardare.
Il 4 marzo 2026, dalla sede del governo spagnolo alla Moncloa, Pedro Sánchez ha detto che la Spagna non avrebbe messo a disposizione le basi militari di Rota e Morón de la Frontera per l’offensiva contro l’Iran avviata pochi giorni prima da Stati Uniti e Israele. Non lo ha fatto con un discorso ideologico. Ha detto semplicemente che un’azione militare fuori dal quadro del diritto internazionale non può essere considerata giustificabile e che le guerre colpiscono sempre prima di tutto i civili.
Sono parole che dovrebbero essere banali. E invece hanno creato un caso diplomatico.
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La reazione della Casa Bianca guidata da Donald Trump è arrivata subito. Minacce economiche, accuse di scarso impegno nella NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), pressioni sul governo di Madrid. Nel frattempo il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares e la ministra della Difesa Margarita Robles hanno confermato che gli aerocisterne militari statunitensi presenti in Andalusia hanno lasciato le basi spagnole e che il territorio della Spagna non verrà usato per operazioni legate ai bombardamenti in Iran.
Non è una decisione tecnica. È una scelta politica.
La guerra è iniziata il 28 febbraio 2026 con una serie di raid condotti da Stati Uniti e Israele contro installazioni militari e infrastrutture iraniane. L’operazione è stata presentata come una risposta alle attività missilistiche e al programma nucleare di Teheran. Ma non è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed è qui che si apre la frattura.
Il governo spagnolo ha sostenuto che un’azione militare unilaterale, senza mandato internazionale, non può essere sostenuta da un paese europeo che dice di difendere l’ordine basato sulle regole. È un principio elementare. Ed è proprio per questo che la reazione politica è stata così dura.
Perché da anni, in Europa, ci siamo abituati a un meccanismo automatico: quando Washington decide di colpire, gli alleati seguono. A volte convinti, altre volte in silenzio. Ma quasi sempre senza mettere in discussione il presupposto.
La scelta di Madrid rompe questo schema.
Nel suo intervento, Pedro Sánchez ha ricordato un precedente che in Europa molti preferiscono non evocare: la guerra in Iraq del 2003. Anche allora si parlava di sicurezza, di armi pericolose, di intervento necessario. Anche allora una parte dell’Europa seguì Washington senza troppe domande. Le conseguenze sono note: anni di instabilità regionale, terrorismo diffuso e un enorme danno alla credibilità dell’Occidente.
Il parallelo non significa che la situazione sia identica. Ma serve a ricordare che le operazioni militari presentate come inevitabili raramente lo sono davvero.
Nel frattempo altri governi europei hanno assunto posizioni più caute. Francia, Regno Unito e Germania hanno parlato di diritto alla difesa e di possibili azioni proporzionate contro l’Iran. Nessuno ha però messo in discussione apertamente l’operazione militare.
La posizione della Spagna è diversa. Non ha difeso il regime iraniano, né il programma nucleare di Teheran. Ha semplicemente detto che partecipare a un’operazione militare fuori dal diritto internazionale non è accettabile.
Questo punto, che dovrebbe essere il minimo comune denominatore della politica europea, è diventato improvvisamente controverso.
In realtà la scelta di Pedro Sánchez non è arrivata dal nulla. Negli ultimi anni la Spagna ha assunto posizioni simili anche su altri dossier. Nel maggio 2024 ha riconosciuto lo Stato di Palestina insieme a Irlanda e Norvegia, sostenendo che la soluzione dei due Stati resta l’unico quadro realistico per una pace duratura in Medio Oriente. Nel 2025 il governo spagnolo ha anche bloccato il transito di alcune spedizioni di armamenti dirette a Israele attraverso le basi di Rota e Morón.
Si può essere d’accordo o meno con queste scelte. Ma la linea politica è coerente.
Il punto che rende questa vicenda interessante non è tanto la posizione della Spagna. È la reazione di chi la critica.
Molti commentatori europei hanno trattato la decisione di Madrid come un gesto irresponsabile o ingenuo. Secondo questa lettura, in un momento di tensione internazionale gli alleati dovrebbero evitare divisioni e sostenere le operazioni militari degli Stati Uniti.
È una logica che abbiamo già visto molte volte. Funziona così: prima si decide che la guerra è inevitabile, poi si discute di come gestirla. La possibilità che quella guerra sia sbagliata raramente entra davvero nel dibattito.
È questo il vero problema.
Quando un capo di governo europeo ricorda che le guerre devono rispettare il diritto internazionale e che i civili pagano sempre il prezzo più alto, la reazione non dovrebbe essere lo scandalo. Dovrebbe essere il consenso.
Se non succede, significa che qualcosa nel modo in cui raccontiamo i conflitti si è rotto.
Negli ultimi anni il linguaggio politico occidentale ha normalizzato la guerra preventiva, i bombardamenti mirati e le operazioni militari senza mandato internazionale. Si parla di deterrenza, di sicurezza, di stabilità regionale. Raramente si parla delle conseguenze concrete per le popolazioni che vivono nei territori colpiti.
Le parole di Pedro Sánchez non cambiano da sole la situazione in Medio Oriente. Non fermano i bombardamenti né le tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti. Ma introducono un elemento che nel dibattito europeo è diventato raro: il dubbio.
Il dubbio che non tutte le operazioni militari siano necessarie. Il dubbio che gli alleati possano dire di no. Il dubbio che il diritto internazionale non sia un dettaglio diplomatico ma la base della convivenza tra Stati.
Per questo la domanda che emerge da questa vicenda non riguarda solo la Spagna.
Riguarda l’Europa.
Se ricordare che una guerra deve rispettare le regole ci sembra una posizione radicale, allora il problema non è Pedro Sánchez. Il problema è che ci siamo abituati a considerare normale ciò che normale non è.
E forse è proprio questo il segnale più inquietante di questa crisi.
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