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L’Europa sta copiando il modello Italia sui migranti?

Cinque governi lavorano a centri di rimpatrio fuori dall’Unione europea. Il precedente è l’accordo firmato da Roma con l’Albania

L’Europa sta copiando il modello Italia sui migranti?

Centro migranti italiano in Albania

Un volo charter che non parte da Berlino, Vienna o Amsterdam, ma atterra in un Paese terzo. A bordo ci sono migranti con un ordine di espulsione definitivo emesso da uno Stato dell’Unione europea. Vengono trasferiti in una struttura temporanea dove attendono il rimpatrio verso il Paese d’origine. È lo schema su cui stanno lavorando Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia. Lo chiamano “return hub”: centri di rimpatrio situati fuori dai confini dell’Unione.

L’idea viene presentata come una nuova strategia europea per aumentare le espulsioni effettive. In realtà il meccanismo ricalca un modello già sperimentato dall’Italia, che ha aperto la strada con l’accordo firmato con l’Albania per trasferire parte della gestione dei migranti in strutture collocate fuori dal territorio nazionale.

albania

Il progetto europeo nasce nel contesto della riforma del sistema dei rimpatri dell’Unione europea. Nel dicembre 2025 il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto un’intesa politica su un regolamento che introduce un sistema comune di rimpatrio. Tra le novità c’è la possibilità per gli Stati membri di stipulare accordi con Paesi terzi per creare centri destinati a persone che hanno già ricevuto un ordine di espulsione definitivo.

La proposta è stata inserita nel pacchetto legislativo presentato dalla Commissione europea l’11 marzo 2025 con il nome European System for Returns (Sistema europeo per i rimpatri). L’obiettivo dichiarato è superare una delle principali debolezze delle politiche migratorie europee: l’incapacità di eseguire le decisioni di espulsione.

Secondo i dati della Commissione europea, solo circa il 20 per cento delle persone che ricevono un ordine di rimpatrio lascia realmente il territorio dell’Unione. Nella maggior parte dei casi le procedure si bloccano per mancanza di documenti, per la scarsa collaborazione dei Paesi d’origine o per lunghi contenziosi giudiziari.

È su questo terreno che cinque governi europei hanno deciso di coordinarsi. Il ministro della migrazione della Grecia, Thanos Plevris, ha confermato nel febbraio 2026 che Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Grecia stanno lavorando alla creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Europa, con particolare attenzione al continente africano.

Il funzionamento degli hub è semplice. Dopo la conclusione della procedura d’asilo e l’emissione di una decisione di espulsione definitiva, la persona può essere trasferita in un Paese terzo con cui lo Stato europeo ha firmato un accordo. In queste strutture vengono completate le pratiche consolari e organizzato il viaggio verso il Paese d’origine.

La strategia europea arriva però dopo che un Paese ha già provato a spostare la gestione dei migranti fuori dal territorio nazionale. Nel 2023 l’Italia ha firmato con l’Albania un accordo che ha previsto la costruzione di due centri nelle località di Shëngjin e Gjadër, strutture gestite da autorità italiane e destinate allo sbarco e alla gestione delle domande di asilo.

Le strutture possono ospitare fino a tremila persone contemporaneamente. Nel 2024 e nel 2025 sono stati trasferiti i primi gruppi di migranti. Nel marzo 2025 il governo italiano ha approvato un decreto che consente di utilizzare le strutture anche come centri di rimpatrio.

La Commissione europea ha precisato che il modello italiano non coincide formalmente con i nuovi “return hubs” europei perché la normativa comune non è ancora entrata completamente in vigore. Ma l’esperimento viene osservato con attenzione dai governi europei e ha contribuito ad aprire il dibattito su una gestione esterna delle procedure.

Un altro segnale arriva dai Paesi Bassi, che nel settembre 2025 hanno firmato con l’Uganda una lettera d’intenti per creare un centro di transito destinato a persone che soggiornano irregolarmente nei Paesi Bassi. Anche in questo caso l’obiettivo è organizzare il rimpatrio direttamente in un Paese terzo.

Il progetto solleva forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani. Diverse associazioni temono che la creazione di centri fuori dall’Unione possa ridurre le garanzie giuridiche per le persone trasferite. La Commissione europea sostiene invece che ogni accordo dovrà rispettare il diritto internazionale e includere meccanismi di monitoraggio indipendente.

Nei prossimi mesi i governi dovranno individuare i Paesi disposti a ospitare gli hub e definire il quadro giuridico degli accordi. La discussione passerà anche dai parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo.

Per i promotori il messaggio politico è chiaro: le decisioni di rimpatrio devono essere eseguite. Ma la direzione intrapresa dall’Europa racconta anche un’altra realtà politica. Il modello di gestione esterna dei migranti, contestato per anni, sta diventando una strategia condivisa. E la prima sperimentazione concreta è arrivata dall’Italia.

Fonti: Commissione europea, Consiglio dell’Unione europea, Ministero della Migrazione della Grecia, Governo italiano, Governo dei Paesi Bassi, European System for Returns, Organizzazione internazionale per le migrazioni, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

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