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06 Marzo 2026 - 09:37
Quando le rotte dell'energia si spezzano, il mondo cambia direzione. E' ciò che sta accadendo nel 2026, umentre la crisi militare nel Golfo Persico trasforma lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, in un imbuto geopolitico capace di ridisegnare il mercato globale del petrolio.
Lo stretto collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e rappresenta una delle arterie vitali dell’economia mondiale. Attraverso queste acque passa infatti circa un quinto del petrolio globale, oltre a una quota significativa delle esportazioni di gas naturale liquefatto provenienti dal Medio Oriente. Quando la sicurezza di questo corridoio viene messa in discussione, l’intero sistema energetico internazionale entra in tensione.
In questi giorni, dopo l’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele, il traffico navale nella regione è precipitato. Secondo i dati della società di monitoraggio energetico Kpler, citati dall’agenzia ANSA, il numero di petroliere che attraversano Hormuz è crollato fino al 90 per cento rispetto ai livelli normali. Le compagnie di navigazione temono attacchi, gli assicuratori ritirano le coperture e decine di navi restano ferme in attesa di condizioni più sicure.
La crisi ha avuto effetti immediati sui mercati. Il prezzo del petrolio ha ripreso a salire e la volatilità del gas è aumentata rapidamente, mentre governi e raffinerie cercano forniture alternative per evitare interruzioni nelle catene energetiche.

Andamento del petrolio Brent (2025-2026). Il benchmark europeo registra una brusca impennata all’inizio del 2026, superando i 78 dollari al barile, mentre le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico e il rischio di interruzioni nello Stretto di Hormuz alimentano la volatilità dei mercati energetici globali.
(Fonte: Trading Economics).
Tra i Paesi più esposti a questa tempesta c’è l’India, oggi il terzo consumatore mondiale di petrolio. Secondo fonti citate da Reuters, circa il 40 per cento delle importazioni di greggio indiane passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Per un Paese che alimenta raffinerie capaci di lavorare oltre 5,6 milioni di barili di petrolio al giorno, un blocco delle rotte del Golfo rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza energetica nazionale.
È in questo scenario che si inserisce una vicenda rivelata da Bloomberg e Reuters e destinata a diventare simbolica del nuovo equilibrio energetico globale. I sistemi di tracciamento navale hanno mostrato che tre petroliere cariche di petrolio russo - Odune, Matari e Indri - hanno improvvisamente cambiato rotta dirigendosi verso i porti indiani, dopo essere state inizialmente programmate per raggiungere Cina e Singapore.
Secondo quanto riportato da Indian Express, due delle navi sono già arrivate in India: la Odune ha attraccato al porto di Paradip, sulla costa orientale, mentre la Matari ha raggiunto il terminal petrolifero di Vadinar, nel Gujarat. Complessivamente, le due petroliere trasportavano oltre 1,4 milioni di barili di greggio Urals russo, una quantità significativa destinata ad alimentare le raffinerie indiane nei prossimi giorni. La terza nave, Indri, ha invece segnalato inizialmente Singapore come destinazione ufficiale, ma i dati di navigazione indicano che ha progressivamente virato verso la costa occidentale dell’India.
Il dettaglio che rende la vicenda ancora più significativa dal punto di vista geopolitico riguarda lo status delle navi coinvolte: tutte e tre le petroliere risultano soggette a sanzioni imposte dal Regno Unito e dall’Unione Europea. Si tratta di navi che rientrano nella cosiddetta “shadow fleet” russa, la flotta ombra costruita negli ultimi anni da Mosca per aggirare il sistema di sanzioni e il tetto al prezzo del petrolio imposto dal G7 dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Queste petroliere operano spesso sotto bandiere di comodo, con assicurazioni non occidentali e registrazioni opache, permettendo al greggio russo di continuare a fluire verso i mercati asiatici. Ed è proprio l’Asia il vero centro di gravità del mercato energetico contemporaneo.
Negli ultimi quattro anni India e Cina sono diventate i principali acquirenti del petrolio russo, trasformando radicalmente la geografia del commercio energetico globale. Prima del 2022 la quota di greggio russo nelle importazioni indiane era quasi irrilevante; oggi rappresenta tra il 35 e il 40 per cento delle forniture totali, secondo le stime di diversi istituti di analisi energetica. La ragione è semplice: il petrolio russo viene venduto con forti sconti rispetto al Brent, rendendolo estremamente competitivo per economie energivore come quella indiana.
La crisi nel Golfo rischia ora di accelerare ulteriormente questo processo. Se il petrolio proveniente da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e Iraq deve attraversare Hormuz, il greggio russo può invece arrivare in Asia attraverso rotte completamente diverse, partendo dai porti del Baltico, del Mar Nero o dell’Artico. In un mondo dove il Golfo Persico diventa instabile, il petrolio russo appare improvvisamente più sicuro dal punto di vista logistico.
Non a caso, secondo un’inchiesta di Reuters, Mosca ha già fatto sapere di essere pronta a reindirizzare fino a 9,5 milioni di barili di petrolio verso l’India per compensare le interruzioni delle forniture dal Medio Oriente. È un segnale chiaro della strategia energetica russa: accelerare il cosiddetto pivot verso l’Asia, riducendo progressivamente la dipendenza dal mercato europeo.
Ma la crisi energetica non riguarda soltanto il petrolio. Anche il mercato del gas naturale liquefatto sta vivendo ore di tensione.

Andamento del petrolio WTI (2025-2026). Anche il benchmark statunitense registra un forte rialzo all’inizio del 2026, segno delle tensioni che attraversano l’intero mercato energetico mondiale mentre le rotte del petrolio nel Golfo Persico diventano sempre più instabili.
(Fonte: TradingEconomics).
Secondo una pluralità di fonti verificate, il Qatar, uno dei principali esportatori mondiali di GNL (Gas Naturale Liquefatto) e il maggiore fornitore per l’India, ha registrato interruzioni nelle esportazioni a causa della crisi nel Golfo. La notizia ha immediatamente scosso i mercati internazionali, facendo salire i prezzi del gas e alimentando i timori di una nuova instabilità energetica globale.
In questo contesto, Mosca ha subito colto l’occasione per offrire a Nuova Delhi anche un aumento delle forniture di gas, rafforzando ulteriormente una partnership energetica che negli ultimi anni si è trasformata in uno dei pilastri della nuova geopolitica asiatica.
Sul fronte europeo, invece, la crisi del Golfo si intreccia con le tensioni già esistenti tra Russia e Unione Europea. Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente evocato la possibilità di interrompere anticipatamente le forniture di gas all’Europa, dirottando i volumi verso mercati alternativi ritenuti più promettenti.
Si tratta di una minaccia che, pur in un contesto in cui le esportazioni di gas russo verso l’Europa sono già drasticamente diminuite rispetto al periodo precedente al 2022, continua ad avere un forte peso politico. Dopo aver sostituito gran parte del gas russo con GNL proveniente da Stati Uniti e Qatar, l’Europa resta infatti vulnerabile a qualsiasi crisi che colpisca il Golfo Persico.
La deviazione di tre petroliere verso l’India potrebbe sembrare un episodio marginale nella complessa rete del commercio globale. In realtà racconta una trasformazione molto più profonda. Se la crisi nello Stretto di Hormuz dovesse prolungarsi, il sistema energetico mondiale potrebbe accelerare la propria frammentazione in due grandi circuiti paralleli: da una parte il blocco occidentale guidato da Stati Uniti ed Europa, dall’altra un mercato energetico sempre più dominato dall’asse tra Russia, India, Cina e Sud globale.
In questo nuovo scenario geopolitico, le rotte delle petroliere diventano indicatori più affidabili dei discorsi diplomatici. E il viaggio silenzioso di navi come Odune, Matari e Indri, cariche di greggio russo e dirette verso le raffinerie indiane, racconta forse meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale ciò che sta accadendo davvero: il baricentro dell’energia mondiale si sta spostando verso l’Asia, mentre l’ordine energetico costruito negli ultimi decenni comincia lentamente a cambiare forma.
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