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Il Senato salva Trump sulla guerra all’Iran: bocciato il tentativo di fermare l’operazione militare

Con 53 voti contro 47 il Senato degli Stati Uniti respinge la risoluzione del senatore Tim Kaine che chiedeva un voto del Congresso per fermare Operation Epic Fury contro l’Iran. Un solo repubblicano, Rand Paul, vota con i democratici. Tra i contrari anche il democratico John Fetterman. La Casa Bianca mantiene mano libera sulla campagna militare

Il Senato salva Trump sulla guerra all’Iran: bocciato il tentativo di fermare l’operazione militare

Donald Trump

Alle 16:08 del 4 marzo 2026, sul grande pannello elettronico sopra l’aula del Senato degli Stati Uniti è comparsa per un istante la luce verde. Subito dopo il quadro dei voti si è stabilizzato: 47 favorevoli, 53 contrari. Il brusio nell’aula è aumentato mentre senatori e collaboratori controllavano i numeri. Con quel voto il Senato ha respinto il tentativo dell’opposizione di imporre un limite al presidente Donald Trump sulla campagna militare contro l’Iran denominata Operation Epic Fury. È stato il primo passaggio parlamentare rilevante dopo i bombardamenti del fine settimana e ha mostrato con chiarezza gli equilibri di potere a Washington nel pieno di una nuova operazione militare.

La votazione ha riguardato una mozione procedurale per portare in aula la risoluzione presentata dal senatore Tim Kaine, democratico della Virginia. Il testo chiedeva di ritirare le Forze Armate degli Stati Uniti dalle ostilità contro l’Iran salvo un’autorizzazione esplicita del Congresso degli Stati Uniti. La proposta è stata bocciata con 47 voti a favore e 53 contrari. Accanto ai democratici ha votato un solo repubblicano, Rand Paul del Kentucky. Tra i contrari è comparso invece il democratico John Fetterman della Pennsylvania. La maggioranza repubblicana ha mantenuto compatta la linea favorevole alla Casa Bianca, consentendo al presidente di continuare le operazioni senza un mandato formale del Congresso.

La decisione è arrivata dopo giorni di briefing riservati, tensioni politiche e pressioni dell’opinione pubblica. Formalmente si è trattato di un voto procedurale, ma sul piano politico ha avuto un peso molto più ampio: ha confermato che l’operazione militare può proseguire senza una nuova autorizzazione legislativa immediata.

senato

Operation Epic Fury è stata annunciata tra il 1° e il 2 marzo 2026. La Casa Bianca l’ha presentata come una campagna militare guidata dagli Stati Uniti e coordinata con Israele con l’obiettivo di colpire infrastrutture militari e capacità strategiche iraniane. Secondo comunicazioni ufficiali dell’esecutivo, le operazioni hanno utilizzato un numero elevato di velivoli e sistemi d’arma di precisione. Ricostruzioni giornalistiche hanno indicato che il primo ordine operativo è partito mentre il presidente Donald Trump si trovava a bordo di Air Force One diretto in Texas. I raid iniziali hanno coinvolto più di cento velivoli tra assetti imbarcati e bombardieri a lungo raggio. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che non si può escludere l’impiego di truppe terrestri se la campagna lo richiederà.

Il presidente Trump ha lasciato intendere che l’operazione potrebbe durare diverse settimane, forse oltre un mese. Il Pentagono ha assicurato che le scorte di munizioni sono sufficienti e che la catena logistica può sostenere un ritmo elevato di operazioni. È previsto anche un incontro tra il presidente e i vertici dell’industria militare per discutere capacità produttive e forniture.

Il nodo politico riguarda il ruolo del Congresso degli Stati Uniti nelle decisioni di guerra. I democratici sostengono che la Casa Bianca non abbia consultato adeguatamente il Parlamento prima di lanciare l’operazione. Il riferimento è alla War Powers Resolution del 1973 (Risoluzione sui poteri di guerra), la legge che stabilisce l’obbligo per il presidente di consultare il Congresso prima di avviare ostilità militari e di ottenere un’autorizzazione per operazioni prolungate. Diversi parlamentari hanno denunciato briefing tardivi o incompleti e hanno accusato l’amministrazione di aver informato alcuni leader repubblicani prima dell’opposizione.

Il senatore Tim Kaine da anni sostiene che il Congresso debba riappropriarsi del potere di autorizzare le guerre. La sua proposta di risoluzione, presentata a gennaio 2026 e classificata come “privileged”, cioè con una corsia procedurale accelerata, puntava proprio a costringere l’amministrazione a chiedere un’autorizzazione formale per un’operazione militare prolungata.

Il voto del 4 marzo 2026 ha evidenziato schieramenti molto netti. I 47 voti favorevoli alla risoluzione sono arrivati da tutti i democratici presenti e dagli indipendenti Bernie Sanders e Angus King, oltre al repubblicano Rand Paul. I 53 voti contrari sono arrivati quasi interamente dal fronte repubblicano, tra cui i leader Mitch McConnell e John Thune, con l’aggiunta del democratico John Fetterman.

I repubblicani hanno sostenuto che il presidente, in quanto Comandante in capo delle Forze Armate degli Stati Uniti, deve poter agire rapidamente di fronte a minacce considerate imminenti. Tra le argomentazioni più ricorrenti è comparsa la necessità di non limitare l’azione militare mentre l’operazione è già in corso. Diversi senatori hanno sostenuto che imporre vincoli in questa fase invierebbe un segnale di debolezza strategica all’Iran.

L’opposizione ha replicato che l’assenza di una Authorization for Use of Military Force (AUMF – autorizzazione all’uso della forza militare) aumenta il rischio di escalation e di operazioni prolungate senza controllo democratico. Secondo questa linea, il Congresso dovrebbe stabilire obiettivi, limiti temporali e condizioni politiche per l’impiego delle forze armate.

Il voto di Rand Paul ha rappresentato un caso particolare. Il senatore del Kentucky, vicino alle posizioni libertarie sulla separazione dei poteri, ha sostenuto che la Costituzione assegna al Congresso il compito di autorizzare le guerre e che bypassare quel passaggio crea il rischio di conflitti senza fine.

Anche il voto contrario del democratico John Fetterman ha attirato attenzione. Il senatore della Pennsylvania ha spiegato che limitare il presidente mentre l’operazione è già in corso potrebbe indebolire la posizione degli Stati Uniti. Alcuni esponenti progressisti del suo partito hanno criticato questa scelta, sostenendo che rischia di rafforzare un precedente favorevole all’espansione dei poteri dell’esecutivo.

Dopo lo stop al Senato, il dibattito si sposta ora alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Alcuni parlamentari stanno valutando nuove proposte che chiedono rapporti periodici sull’andamento delle operazioni o una AUMF limitata nel tempo e negli obiettivi. Altri prevedono audizioni con i vertici del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e delle agenzie di intelligence per chiarire obiettivi militari, rischi di escalation e processo decisionale.

La questione giuridica resta aperta. La War Powers Resolution del 1973 impone al presidente di informare il Congresso entro 48 ore dall’avvio di operazioni militari e stabilisce che le truppe debbano essere ritirate entro 60 giorni se il Parlamento non autorizza l’uso della forza. Nel corso dei decenni però molti presidenti hanno interpretato in modo ampio i poteri dell’esecutivo, creando una zona grigia tra decisione militare e controllo parlamentare.

Il voto del 4 marzo 2026 ha cristallizzato due visioni opposte. Per i sostenitori dell’operazione Operation Epic Fury, l’azione militare rappresenta una risposta necessaria a una minaccia strategica proveniente dall’Iran. Per i critici, l’episodio mostra ancora una volta quanto sia fragile il controllo del Congresso degli Stati Uniti sulle decisioni di guerra.

Quando l’aula del Senato si è svuotata nella notte, i telefoni dei parlamentari continuavano a ricevere aggiornamenti dalle basi militari in Medio Oriente. Le operazioni erano ancora in corso. E con esse rimaneva aperta la domanda che attraversa da decenni la politica americana: chi decide davvero quando gli Stati Uniti entrano in guerra.

Fonti: Congressional Record, Senate Roll Call Vote Database.

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