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To Dream cresce ancora e Settimo Torinese muore

Il Comune di Torino approva l’ampliamento dell’Urban District nell’area ex Michelin tra corso Romania e strada Cebrosa. Ma mentre il polo dello shopping continua ad espandersi, a pochi metri Settimo Torinese rischia la desertificazione commerciale.

To Dream cresce ancora e Settimo Torinese muore

To Dream cresce ancora e Settimo Torinese muore

Fiato alle trombe. La giunta comunale di Torino ha approvato la delibera presentata dall’assessore all’Urbanistica Paolo Mazzoleni per una nuova espansione dell’area commerciale situata tra corso Romania e strada Cebrosa, nel grande comparto nato sulle ceneri dell’ex stabilimento Michelin. Il progetto prevede la realizzazione di tre nuove strutture commerciali per una superficie complessiva di 15.576 metri quadrati. Secondo le indiscrezioni, una di queste dovrebbe ospitare un grande punto vendita dedicato al fai da te e all’edilizia, uno di quei marchi che attirano clienti da mezza provincia.

Non solo negozi. Il progetto contempla anche 16.644 metri quadrati di servizi pubblici. Tradotto: soprattutto parcheggi. Ben 13.315 metri quadrati a raso, altri 2.307 metri quadrati in copertura e poco più di mille metri quadrati di verde. Insomma, l’ennesimo pezzo di città costruito attorno alla logica dell’auto e del grande consumo.

Le opere di urbanizzazione saranno realizzate in due lotti, per un valore complessivo di 2,5 milioni di euro. Il primo comprende nuova viabilità lungo strada Cebrosa, la sistemazione dei parcheggi pubblici esistenti, interventi sulla rete fognaria e sull’acquedotto, l’illuminazione pubblica e un nuovo impianto semaforico all’incrocio Cascinette–Cebrosa. Previsti anche lavori sulla bealera dell’Abbadia di Stura e sulla bealera degli Stessi, la realizzazione di una pista ciclabile verso corso Romania e interventi per ridurre il rumore con barriere e asfalto fonoassorbente. Il secondo lotto prevede invece la realizzazione di un parcheggio pubblico sulla copertura di uno dei nuovi fabbricati.

to dream

Tutto questo dentro un’area che è già diventata uno dei poli commerciali più grandi del Piemonte.

To Dream, inaugurato nel 2023, è infatti il grande Urban District costruito sull’ex area industriale Michelin, una trasformazione urbanistica da oltre 250 milioni di euro. Il distretto, a lavori conclusi, occuperà circa 270 mila metri quadrati e ospiterà più di cento attività tra negozi e ristoranti, oltre a un cinema multisala, una palestra, un hotel, spazi per il tempo libero e una pista di go-kart su più livelli tra le più lunghe d’Europa. Migliaia i posti auto e milioni i visitatori attesi ogni anno. Una vera e propria città dello shopping, costruita a pochi metri dal confine con Settimo Torinese.

Insomma, il polo commerciale di To Dream continua a crescere. E cresce proprio lì, al confine con Settimo. Cresce e a Settimo Torinese, nel frattempo, il centro cittadino muore lentamente. Serrande abbassate, negozi storici che chiudono, attività che resistono a fatica. Si dirà: è la legge del mercato, la concorrenza, il commercio che cambia.

Può darsi. Ma intanto Torino tira dritto e incassa oneri di urbanizzazione, mentre dall’altra parte del confine si mastica amaro.

Il guaio è che a segnare le sorti dei commercianti settimesi non c’è soltanto To Dream. A poche centinaia di metri sorge anche il Torino Outlet Village, l’outlet del lusso inaugurato nel 2017 e ampliato negli ultimi mesi con nuove superfici di vendita. In questo caso Torino non c’entra. Qui l’operazione è stata tutta interna a Settimo Torinese, che ha puntato sull’outlet come leva di sviluppo economico.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: due giganteschi poli commerciali praticamente attaccati, entrambi a ridosso del territorio settimese. Da una parte il grande distretto commerciale di Torino, dall’altra l’outlet del lusso.

E nel mezzo resta il centro urbano di Settimo.

Ed è proprio qui che nasce il problema. Negli ultimi anni i commercianti denunciano una progressiva perdita di attività, serrande che si abbassano e sempre meno negozi di vicinato. Una dinamica che non riguarda solo Settimo, certo, ma che qui appare particolarmente evidente proprio per la presenza di due giganteschi poli dello shopping a pochi minuti di distanza.

La fotografia è ormai chiara: grandi centri commerciali sempre più grandi e centri cittadini sempre più fragili, costretti a fare i conti con strisce blu, parcheggi a pagamento e flussi di clienti che ormai si spostano verso le grandi superfici.

Da un alto la politica che inventa nuove aree commerciali, nuovi comparti, nuovi metri quadrati di vendita, dall'altra i piccoli commercianti che chiudono. E quando una serranda si abbassa, di solito, non è facile rialzarla.

Tutta colpa di chi amministra

I centri storici stanno morendo. E non è una calamità naturale. Non è il destino. Non è nemmeno – come raccontano spesso i politici – “il mercato che cambia”. No. I centri storici stanno morendo perché qualcuno li ha lasciati morire. E spesso gli stessi che oggi si stracciano le vesti sono quelli che ieri firmavano delibere, varianti urbanistiche e autorizzazioni per nuovi centri commerciali.

Negli ultimi vent’anni la politica ha fatto una scelta molto chiara, anche se nessuno ha mai avuto il coraggio di dirlo apertamente: spostare il commercio fuori dalle città e concentrarlo in gigantesche cattedrali del consumo. Capannoni sempre più grandi, parcheggi sempre più estesi, migliaia di metri quadrati di vendita. Tutto facile, tutto veloce, tutto conveniente. Per chi? Per le grandi catene, naturalmente. E per i Comuni che incassano oneri di urbanizzazione e possono vantarsi di aver portato investimenti sul territorio.

Nel frattempo nei centri storici , sempre meno servizi, sempre meno negozi di vicinato, sempre più serrande abbassate. E quando qualcuno prova ad aprire un’attività si trova davanti ad affitti impossibili e parcheggi a pagamento ovunque. 

Poi però arrivano le campagne elettorali e allora tutti scoprono improvvisamente il valore dei centri storici. Si organizzano tavoli, incontri, convegni sul “commercio di prossimità”. Si promettono rilanci, incentivi, progetti di valorizzazione. Parole, sempre parole. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Le grandi superfici commerciali crescono e si moltiplicano. I centri storici si svuotano. I negozi chiudono. Nelle vie che una volta erano piene di vetrine resistono solo agenzie immobiliari e qualche bar.

E la politica cosa fa? E le Amministrazioni comunali che fanno? E la sindaca Elena Piastra che fa? Niente. O meglio: continua a raccontare che è colpa di internet, dell’e-commerce, delle nuove abitudini dei consumatori. Tutto vero, per carità. Ma è una verità comoda, perché permette di non guardare il vero problema: scelte urbanistiche sbagliate, fatte per anni senza alcuna visione.

La verità è che i centri storici non sono stati difesi. Sono stati sacrificati. Sacrificati sull’altare dei grandi investimenti, dei metri quadrati di vendita, delle inaugurazioni con il taglio del nastro e le foto sui giornali.

E quando l’ultimo negozio chiuderà, quando le vie del centro saranno definitivamente vuote, quando i paesi diventeranno soltanto dormitori con qualche bar e poco altro, allora qualcuno dirà che purtroppo era inevitabile.

No. Non era inevitabile. È stata una scelta. E chi oggi governa – ieri come oggi – dovrebbe almeno avere il coraggio di ammetterlo.

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