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Tra livella e cazzuola: i capimastri di una volta

Dai mastri da muro al cemento armato: tecniche, cantieri e documenti d’archivio a Settimo Torinese

Tra livella e cazzuola: i capimastri di una volta

A sinistra, il campanile della chiesa di San Pietro in Vincoli; a destra, il cosiddetto Casone. Si tratta di due delle prime opere costruite in Settimo Torinese con la tecnica del cemento armato

Nelle carte d’archivio degli ultimi secoli, i piccoli impresari edili sono chiamati mastri da muro o capimastri. Il mestiere si tramandava solitamente di padre in figlio, talvolta per molte generazioni. Le tecniche edilizie erano assai diverse da quelle odierne. Tutto veniva eseguito manualmente, a partire dalle opere di sterro.

In una vecchia edizione dell’«Enciclopedia italiana» (1930) si puntualizza che il capomastro, «essendo per abilità e ingegno emerso dalla schiera degli operai specializzati […] dopo essere stato operaio egli pure», era in grado di trarre vantaggio dalla pratica manuale per dare esecuzione ai disegni degli architetti, organizzare i cantieri e «ideare anche, in casi non troppo importanti, l’opera da eseguire». I progetti, infatti, si redigevano solo per lavori di un certo impegno, quelli che comportavano particolari difficoltà: desiderando innalzare una modesta casa di campagna (in piemontese un «ciabòt»), il committente si affidava all’esperienza e alla perizia di un capomastro, senza ricorrere al geometra, tantomeno all’architetto.

Largamente impiegati nelle opere di muratura erano i ciottoli di fiume che consentivano notevoli risparmi rispetto ai laterizi. Interessanti notizie sull’attività ordinaria dei mastri da muro si ricavano da un documento custodito nell’Archivio storico della città di Settimo Torinese. Si tratta dell’«Istruzione per le riparazioni necessarie a farsi alla casa della comunità...». Risale al 1735.

Dando disposizioni per il restauro dell’edificio, i pubblici amministratori del luogo chiesero all’impresario di utilizzare esclusivamente «mattoni nuovi, ben cotti e scelti, senza alcuna pietra, con calcina forte, impastata con sabbia grigia», «terrosa», «nitrosa» (dal piemontese «nita», vale a dire melma o fanghiglia), «molto grassa e crivellata». Assai diffusi, all’epoca, erano i muri «a scarpa», cioè con una superficie obliqua rispetto al piano verticale affinché la solidità del manufatto risultasse maggiore alla base. Nel documento del 1735 si precisa che le scarpe dovevano avere uno spessore di quattro once al livello del suolo (diciassette centimetri), «col pendio [...] per l’altezza di piedi sette mezzo liprandi» (circa tre metri e ottantacinque).

Muratori al lavoro in una miniatura medievale

Muratori di altri tempi

Muratori al lavoro in una miniatura medievale

Muratori al lavoro in una miniatura medievale

In Settimo, a qualche anno dalla restaurazione monarchica del 1815, dopo i rivolgimenti napoleonici, si contavano almeno sedici mastri da muro. I loro nomi sono riportati in una relazione statistica del 1822. Si tratta di Pietro Aragno, Carlo Audenino, Matteo Audenino, Antonio Boine, Giovanni Battista Boine, Angelo Borra, Giovanni Colomba, Giuseppe Converso, Stefano Converso, Giuseppe Migliotto, Maurizio Franco, Giuseppe Navello, Domenico Taragnae Pietro Taragna. A questi bisogna aggiungere i fratelli Carlo, Domenico e Tommaso Romano nonché i fratelli Matteo, Giacomo Antonio e Giuseppe Valzo.

Fu l’introduzione del cemento armato a rivoluzionare il lavoro dei mastri da muro. In Settimo Torinese, una delle prime opere realizzate adottando questa tecnica fu la ricostruzione del cosiddetto Casone, lungo il rio Freidano, presumibilmente tra la fine del diciannovesimo secolo e la Grande guerra. Nel vecchio edificio, durante la prima metà dell’Ottocento, i frati torinesi di San Tommaso avevano impiantato una modestissima manifattura per tessere il panno bigello dei sai. Concepito in funzione della sua destinazione industriale (conceria di pellami), a due piani fuori terra, con cortile al centro e ballatoio, il nuovo «Casone» ebbe una struttura portante in cemento armato, decisamente massiccia, forse sovradimensionata. L’edificio venne demolito nel 1990.

Anche nella chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli, restaurata e ampliata per iniziativa del prevosto Domenico Gobetto, si adottarono le nuove tecniche edilizie. Nel 1902, su progetto del geometra Michele Triccò, il campanile fu sopraelevato e coronato da un ballatoio con massiccia balaustra e da un’alta cuspide quadrangolare, il tutto in cemento armato.

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