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Esteri
04 Marzo 2026 - 00:54
Gaza isolata dalla guerra Israele-Iran: valico di Rafah chiuso, evacuazioni mediche sospese, migliaia di malati bloccati (foto "eye on Palestine")
Gaza è scivolata ai margini mentre la guerra tra Israele e Iran si è allargata. Il 28 febbraio 2026, con l’avvio delle operazioni militari contro Teheran, si sono richiusi i valichi della Striscia. Tra le conseguenze immediate c’è stata la sospensione delle evacuazioni mediche. Per centinaia di pazienti già autorizzati a uscire è stato uno stop improvviso. Tra loro c’era Amir Saleh, 42 anni.
All’alba del 1 marzo, in un appartamento danneggiato di Gaza City, Amir aspettava un’ambulanza diretta al valico di Rafah. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva inserito il suo nome nelle liste ufficiali. Le autorità israeliane avevano approvato il trasferimento. In Egitto lo attendeva una greffe ossea. L’ambulanza non è mai arrivata. Con la chiusura delle frontiere, il suo permesso è diventato carta inutile.
Amir ha perso la gamba sinistra in un raid aereo, una settimana dopo il 7 ottobre 2023. L’altra è rimasta gravemente infetta nonostante sei interventi. Vive a letto, in una casa dove elettricità e acqua arrivano a intermittenza. È padre di tre figli. La sua storia è individuale, ma coincide con quella di migliaia di malati che dipendono da un varco per curarsi.
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Il valico di Rafah aveva riaperto il 2 febbraio 2026 dopo mesi di chiusura. Per quattro settimane il passaggio è ripreso a ritmo ridotto. Secondo dati locali, 1.075 persone tra pazienti e accompagnatori sono uscite dalla Striscia, mentre 859 sono rientrate. Il 3 marzo è stato riaperto parzialmente il valico commerciale di Kerem Shalom per consentire un ingresso graduale di aiuti, ma Rafah è rimasto chiuso. Le evacuazioni si sono fermate.
Il COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories), l’ufficio militare israeliano che gestisce i rapporti civili con i Territori palestinesi, ha definito la chiusura una misura di sicurezza legata alle operazioni congiunte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Secondo questa posizione, i valichi non possono funzionare in condizioni di conflitto regionale ad alta intensità. Le Nazioni Unite ricordano che il diritto internazionale umanitario impone di garantire l’accesso agli aiuti e alle cure mediche anche durante le ostilità.
L’offensiva contro l’Iran ha prodotto effetti a catena. Raid su obiettivi iraniani, ritorsioni nella regione, restrizioni allo spazio aereo, stato d’emergenza in Israele. L’attenzione diplomatica e mediatica si è concentrata su Teheran e sul Golfo. A Gaza, nello stesso momento, i prezzi dei beni essenziali sono saliti. Farina, zucchero, olio e carne sono diventati più costosi nel giro di ore. Il carburante, necessario per ospedali, panifici e impianti di desalinizzazione, è stato razionato.
Il sistema sanitario della Striscia era già fragile. Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 alcuni servizi erano ripartiti, ma nessun ospedale risultava pienamente operativo. Reparti trasferiti sottoterra, scorte intermittenti, generatori a rischio per mancanza di carburante. Il 23 ottobre 2025 il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che 15.000 pazienti, tra cui 4.000 bambini, avevano bisogno di cure urgenti all’estero e che oltre 700 erano morti in attesa di evacuazione. I numeri sono cambiati nei mesi successivi, ma l’ordine di grandezza è rimasto simile: tra 12.000 e 16.500 persone in lista, secondo stime ONU tra la fine del 2024 e l’autunno 2025.
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Tra i casi più frequenti figurano malati oncologici, pazienti in attesa di chirurgia ricostruttiva, persone che necessitano di protesi, dialisi o terapia intensiva pediatrica. Dalla metà del 2025 le Nazioni Unite hanno contato oltre 5.000 amputazioni legate al conflitto. Ogni interruzione dei valichi ha accumulato ritardi che si misurano in settimane di attesa e complicazioni cliniche.
Dopo il 2 febbraio 2026 Rafah aveva funzionato con quote limitate, poche decine di uscite al giorno. Le procedure di sicurezza coinvolgevano Israele, Egitto e i Paesi di destinazione finale. Bastava un allarme regionale per bloccare tutto. L’attacco contro l’Iran ha riportato il sistema al punto di partenza.
Le famiglie nei campi del sud della Striscia parlano di isolamento. Temono che la nuova crisi regionale abbia spinto Gaza fuori dall’agenda internazionale. Gli operatori umanitari segnalano che la competizione tra emergenze riduce l’attenzione e i fondi disponibili. Senza un flusso stabile di aiuti attraverso Kerem Shalom e senza la riapertura di Rafah per i casi medici, l’assistenza resta precaria.
Una de-escalation tra Israele e Iran potrebbe consentire corridoi umanitari temporanei e finestre protette per le evacuazioni. Negli anni precedenti più di venti Paesi hanno accolto pazienti provenienti da Gaza. Restano possibili trasferimenti verso Egitto, Giordania e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, dove sono disponibili alcune terapie specialistiche.
La vicenda di Amir dipende da un interruttore politico e militare. Il 28 febbraio 2026 quell’interruttore è scattato a centinaia di chilometri di distanza. Nella sua stanza l’effetto è stato immediato: l’ambulanza non è partita. Le liste dell’OMS sono rimaste sospese. Per lui, come per altri, la guerra non è una sequenza di comunicati ma la differenza tra accedere a un intervento chirurgico o restare in attesa, con un’infezione che può peggiorare.
Finché i valichi restano chiusi, Gaza rimane legata a decisioni prese altrove. Ogni riapertura parziale offre una possibilità, ogni nuova escalation la cancella. In questo equilibrio instabile si muove la vita di migliaia di pazienti. Amir continua ad aspettare.
Fonti: Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); Nazioni Unite; COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories); dichiarazioni pubbliche di Tedros Adhanom Ghebreyesus; dati locali raccolti a Rafah e Kerem Shalom.
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