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03 Marzo 2026 - 21:59
Oscarino Ferrero, sindaco di Romano
La notizia è questa, ed è di quelle che cambiano il corso di una legislatura e della storia di un paese: a Romano Canavese l’opposizione si è dimessa in blocco, staccando la spina all’amministrazione guidata dal sindaco Oscarino Ferrero e aprendo la strada allo scioglimento del Consiglio comunale e alla sua decadenza.
Non una provocazione, non un gesto teatrale. «Dimissioni, irrevocabili e immediatamente efficaci», protocollate il 3 marzo 2026. Una scelta che porta dritto al commissariamento e a nuove elezioni.
A firmare sono Stefano Avanzi, Emanuela Rosa Casotti e Andrea Peruzzi de “Il paese da vivere” e Riccardo Porrini di “Civicamente con la gente per la gente”. Quattro consiglieri, quattro firme, un effetto politico devastante. Nella lettera ufficiale scrivono: «Siamo pienamente consapevoli che la nostra decisione comporterà lo scioglimento dell’attuale Consiglio Comunale e la conseguente decadenza del Sindaco». E ancora: «Si tratta di una scelta ponderata e sofferta, ma ritenuta inevitabile». Non un passo indietro, ma un atto rivendicato come responsabilità istituzionale.
Non si tratta di uno scatto d’ira. Nei documenti diffusi c’è una ricostruzione dettagliata di mesi di tensioni, fratture, rimpasti e scontri politici. I dimissionari parlano di «assenza di visione strategica, confusione organizzativa, rinvii continui e conflittualità interna» e sostengono che «sono venute meno le condizioni minime per amministrare con efficacia, trasparenza, programmazione e rispetto del ruolo del Consiglio comunale». Un’accusa che va dritta al cuore dell’azione amministrativa.
Il dito è puntato su Oscarino Ferrero.

Andrea Peruzzi, Stefan Avanzi e Emanuela Casotti
«In un Comune il Sindaco è il garante dell’indirizzo politico e del coordinamento dell’azione amministrativa. Quando si accumulano assenza di visione strategica, confusione organizzativa, rinvii continui e conflittualità interna, non si può scaricare la crisi su chi prova a esercitare controllo e proposta: la responsabilità politica ricade su chi guida».
E poi c’è la questione della credibilità. I consiglieri scrivono che si è radicata «la percezione, sempre più diffusa e alimentata da episodi e scelte gestionali, che non tutti abbiano interpretato il ruolo pubblico come servizio esclusivo alla comunità, ma che in più occasioni abbiano prevalso logiche di convenienza, rapporti di prossimità e interessi personali».
E aggiungono un passaggio altrettanto netto: «Anche quando non si configura alcuna irregolarità formale, tali situazioni generano un evidente problema di opportunità, trasparenza e correttezza istituzionale».
Un’accusa politica, non giudiziaria, ma dal peso specifico enorme.
E poi, ma non in ultima, c'è la vicenda del bar Drop-In, esplosa a febbraio. Nel comunicato si parla di «criticità e necessità di uscita dalla seduta per legami personali», con il «Comune esposto a costi e rischi».
Il 10 febbraio alcuni consiglieri di maggioranza scrivono formalmente al sindaco chiedendo una riorganizzazione della Giunta «per ripristinare linearità, trasparenza e autorevolezza», indicando Antonio Rao come possibile nuovo vicesindaco. La richiesta non viene accolta. Da quel momento, la frattura non si ricompone.
Ma la crisi affonda le radici nei mesi precedenti. Luglio 2025: mozioni e interpellanze su trasparenza, funzionamento del Consiglio, edilizia scolastica, alienazioni patrimoniali, sicurezza e lavori pubblici. Il 28 luglio le risposte vengono giudicate evasive, emergono criticità documentali e tre consiglieri di maggioranza si astengono sul Dup, mentre la minoranza vota contro. Pochi giorni dopo si dimette il capogruppo di maggioranza.
Tra ottobre e novembre arrivano i rimpasti in Giunta: si dimette Gian Luca Lalli, viene nominata Paola Bottalicovicesindaco e Gianni Goia assessore; poi si dimette Paola Bottalico, Gianni Goia diventa vicesindaco e viene nominato un assessore esterno. Un valzer di poltrone che fotografa un’instabilità politica crescente. Nel frattempo si registrano «periodi prolungati senza Consiglio, convocazioni in urgenza e annullamenti». A gennaio 2026 una seduta viene interrotta per numeri risicati. «Questi non sono episodi isolati, ma tasselli di una crisi politica e amministrativa strutturale», scrivono i dimissionari.
Nel comunicato respingono l’idea che si tratti di semplici divergenze. «Non è più il tempo di minimizzare o di parlare di semplici “divergenze”». E ancora: «Noi abbiamo scelto di assumerci una responsabilità chiara, anche nelle sue conseguenze politiche». Poi l’affondo finale: «Non tutti hanno fatto la stessa scelta».
Il significato è evidente. Da una parte chi decide di interrompere l’esperienza amministrativa ritenendo che «l’atto più corretto e rispettoso delle istituzioni è restituire la parola ai cittadini». Dall’altra chi sceglie di proseguire assumendosi la piena responsabilità politica della continuità di questo percorso.
Romano Canavese entra ora in una fase delicatissima. Il commissariamento non è più un’ipotesi remota ma la conseguenza naturale di una rottura formale e definitiva. Il sindaco Oscarino Ferrero si trova al centro di una crisi che negli ultimi mesi ha mostrato crepe profonde, tra astensioni, dimissioni e rimpasti.
Adesso la parola passa ai cittadini. Non si voterà soltanto per scegliere nomi e liste, ma per giudicare quanto accaduto in questi due anni e decidere quale idea di amministrazione dovrà guidare il futuro del paese. Una cosa è certa: a Romano Canavese si è chiusa un’epoca. E il verdetto finale arriverà dalle urne.
Se la politica locale avesse una colonna sonora, a Romano Canavese in questi mesi sarebbe partita quella del Titanic. Non per l’orchestra, che suona fino all’ultimo con encomiabile compostezza, ma per la sensazione che qualcuno abbia continuato a discutere sull’ordine delle sedie mentre l’acqua saliva.
L’amministrazione del sindaco Oscarino Ferrero è arrivata al capolinea non con un colpo di teatro, ma con una lenta, metodica, quasi pedagogica dimostrazione di come si possa trasformare un consiglio comunale in una seduta di autocoscienza collettiva. Alla fine, l’opposizione ha deciso di fare ciò che in politica è considerato un gesto estremo, quasi scortese: dimettersi tutta insieme. Un’uscita coordinata che ha avuto l’effetto di staccare la spina. Sipario. Luci accese. Tutti a casa.
La cosa interessante non è nemmeno la caduta, ma la traiettoria. In questi mesi a Romano Canavese si è assistito a una coreografia amministrativa notevole: rimpasti di giunta degni di un cubo di Rubik, vice-sindaci a rotazione, sedute interrotte per mancanza di numeri – che in un consiglio comunale è un po’ come sospendere una partita di calcetto perché mancano i giocatori. Il tutto accompagnato da un lessico istituzionale che oscillava tra “linearità”, “trasparenza”, “autorevolezza” e altre parole che, pronunciate abbastanza volte, dovrebbero evocare le cose stesse. Non sempre funziona.
Il caso del bar Drop-In, poi, è stato il genere di vicenda che nei piccoli comuni assume dimensioni da tragedia greca, con legami personali, uscite dall’aula, richieste di riorganizzazione della giunta e l’impressione diffusa che più che amministrare si stesse cercando di non pestare i piedi a nessuno. Il risultato è che qualcuno li ha pestati a tutti.
Il sindaco Ferrero ha retto, va detto. Ha retto alle astensioni dei suoi, alle dimissioni dei capigruppo, ai cambi di assessori, alle lettere che chiedevano di sostituire il vice-sindaco, alle sedute saltate e a quelle finite anzitempo. Una resistenza che, se non altro, testimonia una certa fiducia nella capacità delle cose di sistemarsi da sole. Purtroppo, la politica non è un cassetto disordinato: se non lo sistemi, resta disordinato.
Il punto, in fondo, non è stabilire chi abbia torto e chi ragione – operazione che appassiona molto i cittadini pettegoli e goduriosi – ma osservare come una consiliatura di due anni possa consumarsi in una sequenza di fratture interne, richieste non accolte, percezioni di opacità, accuse politiche e tentativi di riorganizzazione.
La politica locale ha questa caratteristica crudele: è vicina, personalissima, non consente grandi narrazioni ideologiche. Qui non si discute di geopolitica, ma di Dup, di giunte, di aule da cui si esce per opportunità. E proprio per questo le crepe si vedono di più. Non c’è il rumore di fondo del mondo a coprirle.
Adesso Romano Canavese si prepara al commissario e alle elezioni. È un ritorno alla casella di partenza che qualcuno chiamerà atto di responsabilità e qualcun altro azzardo. In ogni caso è la dimostrazione che anche nei piccoli comuni la politica sa essere spietata. Bastano quattro firme.
Il sindaco Oscarino Ferrero chiude così una stagione amministrativa che voleva essere ordinaria e si è rivelata istruttiva. La lezione, forse, è semplice: in politica la stabilità non è uno slogan, è una pratica quotidiana. Quando smette di esserlo, non serve un iceberg. Basta una seduta con pochi numeri e qualche firma in fondo a una lettera.
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