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Ivrea insicura, colpa del sindaco Matteo Chiantore, il "silente"

Fratelli d'Italia all'attacco con uno striscione. Da palazzo nessun commento

Ivrea insicura, colpa del sindaco Matteo Chiantore, il "silente"

A Ivrea funziona così: se c’è un problema, lo si appende.

Ad indicare la “via” è Fratelli d’Italia. Davanti alla porta di ingresso campeggia da alcuni giorni un grande striscione blu: “Ivrea insicura – criminalità in aumento. Sindaco silente”. Non una sfumatura, non un condizionale. Una sentenza. La città è insicura. Colpa del sindaco Matteo Chiantore.

Il gesto arriva dopo quello che i militanti hanno definito “vandalismo”. Scritte, in pennarello nero, inneggianti ad Askatasuna e contro le Forze dell’Ordine. “Abbiamo pulito la sede”, dice il consigliere comunale Andrea Cantoni. E poi: “Abbiamo affisso uno striscione a denuncia della prosecuzione del clima di insicurezza cittadina, con esplicito ringraziamento agli uomini e alle donne in divisa per il fondamentale lavoro svolto a tutela di tutti gli Eporediesi”.

Il ringraziamento è doveroso. Il resto è politica. E la politica, per sua natura, è un’arte meno decorativa di quanto sembri, a cominciare da quelle scritte comparse nei giorni di Carnevale. Ecco definirle “atto vandalico” in una città messa “sottosopra” dagli aranceri pare un po’ esagerato.

 

Resta tutto il resto e il resto è noto a tutti. La città è insicura? Sì! Davanti alla ex stazione si può camminare tranquilli? No!

A dirlo è la cronaca. Sono i giornali. Da mesi. Era il caso di scriverlo in uno striscione? Boh?

La verità è che Fratelli d’Italia siede in Consiglio comunale. Ha microfono, verbali, commissioni, interrogazioni, mozioni, accesso agli atti. Ha tutti gli strumenti che gli offre questa “sporca” democrazia…. Eppure? Sceglie lo striscione.

E’ il nuovo corso del nuovo segretario cittadino Fabrizio Lotito. 

Che è legittimo, per carità. Ma è anche il grado zero dell’azione istituzionale: denuncia, punto esclamativo, fotografia per i social. 

La domanda che resta sospesa – insieme al telo – è se dopo l’affissione arriverà qualcosa di più sostanzioso.

Il consigliere comunale Andrea Cantoni sui social prova ad alzare il livello con il dito puntato sui quei tre parcheggi gratuiti con disco orario ricavati davanti alla stazione. Per fare spazio ai tanti autobus in più che vanno e che vengono in sostituzione dei treni da Aosta a Chivasso l’Amministrazione comunale ha deciso chiuderli.

“L’Amministrazione ha veramente deciso di affossare definitivamente il lavoro di Adriano Vaglio e del suo staff al Buffet della stazione, lasciandolo in mano alla delinquenza?”. 

La parola è pesante. Delinquenza. Non disagio, non degrado: delinquenza.

Poi la domanda che da mesi tutti si fanno.

"Perchè gli autobus sostitutivi non vengono dirottati verso il Movicentro? Danno fastidio a qualcuno?"

Chi sarebbe quel “qualcuno”? E perché avrebbe più peso dei cittadini?

Che poi tutti sanno, oramai anche le pietre, che non è fastidio, sono costi, pochi euro in più per pochi chilometri in più che alle aziende dei trasporti cubano alla fine dell'anno migliaia di euro. 

Saperlo non aiuta, ma semplifica la narrazione e - soprattutto - ci dice che il Comune non ha battuto sufficientemente i pugni sui tavoli che contano. Questa sì che sarebbe una "polemica" giusta!

Il punto non è stabilire chi abbia ragione e l'essere criptici non aiuta. Il punto è che la politica – quella vera – non vive di evocazioni. Vive di atti. Se la criminalità è in aumento, si scriva a sindaco, Prefetto, Governo. Se il sindaco è silente, si depositi un’interrogazione e si pretenda risposta pubblica. Se la stazione è lasciata “in mano alla delinquenza”, si chiedano interventi puntuali e si votino impegni precisi, si faccia davvero "casino" in consiglio comunale. 

Altrimenti resta il sospetto che lo striscione non sia uno strumento per cambiare la realtà, ma per inchiodarla a una narrazione sui social. Che non è la stessa cosa.

Ivrea merita di meglio di una gara a chi alza di più il volume. Merita che qualcuno, oltre a denunciare l’insicurezza, si assuma la fatica di governarla. Anche dall’opposizione.

Perché appendere è facile. Governare – o incalzare seriamente chi governa – molto meno....

Quando i sindaci rispondevano

C’è stato un tempo – non il Medioevo, qualche anno fa – in cui bastava molto meno per scatenare una guerra politica.

Una dichiarazione fuori posto, un manifesto ironico, un volantino mal scritto. E dal Palazzo partiva la bordata. Replica immediata. Conferenza stampa. Numeri sventolati. Attacco frontale. La politica faceva rumore.

Oggi non basta uno striscione grande come una parete: “Ivrea insicura – Sindaco silente”. E niente.

Silenzio. Non un comunicato. Non una riga. Non un’alzata di sopracciglio istituzionale. Come se non esistesse. Come se non fosse affisso in città. Come se non fosse un’accusa precisa: non governi, non parli, non reagisci.

E siamo a tre, tre errori madornali del sindaco Matteo Chiantore.
All’inizio c’era la teoria della percezione. L’insicurezza non era un fatto, era un sentimento. Un clima. Una lente deformante.

Poi, improvvisamente, la percezione si è trasformata in zona rossa. Non più psicologia urbana, ma perimetro. Non più suggestione, ma richiesta al Prefetto. Una metamorfosi notevole: da problema narrativo a problema di ordine pubblico.

E oggi, davanti a una provocazione politica plateale, nessuna risposta.

È una scelta, certo. Si può decidere di non abbassarsi. Di non alimentare. Di non dare visibilità. È una tecnica. Ma è una tecnica che funziona quando la tua autorevolezza è talmente solida da rendere irrilevante l’attacco.

Altrimenti sembra qualcos’altro.

Perché la politica è anche conflitto. È confronto. È capacità di difendere la propria linea. Se per mesi hai spiegato che era “percezione” e poi hai chiesto zone rosse, forse una parola in più non sarebbe superflua.

Non per l’opposizione. Per i cittadini. 

Un tempo, davanti a un’accusa così diretta, sarebbe partita una risposta altrettanto diretta. Una bordata. Magari sopra le righe. Magari polemica. Ma chiara.

Oggi no. Oggi la linea è l’evaporazione.

E allora la domanda non è se lo striscione sia elegante o propagandistico. La domanda è un’altra: perché non reagire?

Per sicurezza? Per calcolo? Per stanchezza? O perché, in fondo, replicare significherebbe riaprire una questione che si è provato prima a ridimensionare come “percezione” e poi a circoscrivere con le “zone rosse”?

Il silenzio è una forma di comunicazione. Sempre. Ma quando diventa sistematico, non è più stile. È vuoto. E in politica il vuoto non resta tale. Lo riempie chi parla. Anche con uno striscione.

C’è stato un tempo in cui Ivrea aveva sindaci che alle provocazioni rispondevano col fuoco. Oggi c’è uno striscione che accusa.
E un Palazzo che tace...

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