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Schael presenta il conto: oltre un milione per il licenziamento lampo dalla Città della Salute

Il 3 luglio il giudice del lavoro valuterà la richiesta di risarcimento dell’ex commissario. Nel mirino la scelta di Federico Riboldi e Alberto Cirio di interrompere dopo cinque mesi un incarico quinquennale. Sullo sfondo il rischio di danno erariale e le ombre sulle tensioni interne

Schael presenta il conto: oltre un milione per il licenziamento lampo alla Città della Salute

L'assessore Riboldi e Thomas Schael

C’è chi, dalle parti del grattacielo di piazza Piemonte, aveva già archiviato la pratica con un’alzata di spalle, convinto che il capitolo Thomas Schael fosse stato chiuso in fretta e furia, come si chiudono le porte quando entra "Lo spiffero" fastidioso. E invece no. La partita è tutt’altro che finita e ha una data precisa cerchiata in rosso: 3 luglio, Palazzo di Giustizia di Torino. Lì si capirà se la scelta politica di liquidare in 5 mesi il commissario della Città della Salute resterà un atto di forza o diventerà un boomerang capace di tornare indietro con un conto salato.

L’ex commissario – oggi direttore regionale della Sanità in Sardegna, chiamato dalla presidente Alessandra Todde a guidare un sistema complesso come quello dell’isola – ha deciso di rivolgersi al giudice del lavoro per ottenere il risarcimento dei danni subiti dopo il licenziamento voluto dall’assessore alla Sanità Federico Riboldi e avallato dal presidente Alberto Cirio. Non chiede di tornare a Torino, non reclama la poltrona da cui è stato allontanato con una rapidità che ha sorpreso persino chi, nei corridoi di corso Bramante, lo guardava con diffidenza. Chiede che venga riconosciuto il danno. E la cifra non è simbolica: supera il milione di euro.

Nel dettaglio, i legali di Schael quantificano oltre 697 mila euro per il mancato guadagno legato ai 54 mesi di contratto che non ha potuto svolgere, più circa 155 mila euro per perdita di chance e altrettanti per i danni non patrimoniali. Una richiesta che, se accolta, aprirebbe inevitabilmente il tema della responsabilità amministrativa e di chi quella scelta l’ha compiuta. Perché quando si parla di risarcimenti di questa portata, non è solo una questione politica: diventa un tema di possibili riflessi contabili, di eventuale danno erariale e, quindi, di responsabilità personali.

Se il tribunale dovesse riconoscere anche solo in parte quelle somme, la Corte dei Conti potrebbe chiedere conto non a un’entità astratta, ma a chi quella decisione l’ha assunta. E i nomi, in questo caso, sono chiari: Federico Riboldi e Alberto Cirio.

Per la cronaca - ma non solo per quella - Schael era stato chiamato proprio da Riboldi per mettere mano alla più grande azienda ospedaliera del Piemonte, la Città della Salute, una macchina gigantesca, piena di eccellenze ma anche di equilibri sedimentati nel tempo. Il mandato era chiaro: rimettere in ordine i conti, razionalizzare, intervenire su procedure opache, affrontare senza timidezze nodi che per anni erano stati aggirati. Non un incarico decorativo, ma una missione di ristrutturazione profonda. E chi conosce il manager sa che non è tipo da tergiversare. Metodo diretto, talvolta spigoloso, ma orientato ai risultati. Un approccio che inevitabilmente ha urtato sensibilità consolidate, ambienti accademici poco inclini a farsi mettere sotto revisione e pezzi di mondo sanitario abituati a gestioni meno intrusive, dove la mediazione permanente spesso ha sostituito il controllo.

Nel giro di poche settimane dal suo insediamento, avvenuto il 1° marzo 2025 con un contratto quinquennale, Schael aveva iniziato a intervenire su regole interne, organizzazione, controllo delle spese, disciplina dell’intramoenia, procedure amministrative. Aveva chiesto trasparenza, aveva imposto verifiche, aveva sollecitato responsabilità. Aveva toccato fili scoperti. Aveva messo in discussione prassi considerate intoccabili. E quando si toccano certi assetti, le reazioni non tardano. È in quel clima che arriva la sentenza del giudice del lavoro su un ricorso per comportamento antisindacale. Una decisione che l’assessore Riboldi utilizza come motivazione per interrompere il rapporto, chiudendo bruscamente l’esperienza del commissario dopo appena cinque mesi, su sessanta previsti.

Ma qui si apre il nodo politico vero. Perché una sentenza di quel tipo, per quanto significativa, non impone automaticamente la decadenza di un incarico. Non obbliga alla revoca. È una scelta discrezionale. E quella scelta è stata compiuta. Riboldi ha firmato, Cirio ha sostenuto. Nessun tentativo visibile di gestione alternativa del conflitto, nessuna fase di raffreddamento, nessuna verifica sull’impatto di una rescissione anticipata di un contratto quinquennale. Si è scelto il taglio netto. E oggi quella scelta viene rimessa sotto la lente di un giudice.

Le conseguenze per Schael non sono state solo contrattuali. Per mesi è rimasto senza incarico, accompagnato da una narrazione che lo dipingeva come un corpo estraneo, quasi un problema da risolvere più che una risorsa da valorizzare. Si è alimentata l’idea del manager divisivo, inadatto al “sistema Piemonte”. Una delegittimazione che ha trovato eco in alcuni ambienti, ma che si è infranta contro i fatti: la Regione Sardegna lo ha voluto alla guida della propria sanità, affidandogli un ruolo centrale e delicatissimo; nel frattempo, il Veneto lo ha inserito tra i manager ritenuti idonei a dirigere qualunque azienda sanitaria. Se davvero fosse stato il problema raccontato nei corridoi torinesi, difficilmente altre Regioni lo avrebbero scelto per incarichi di vertice.

Prima di arrivare allo scontro in tribunale, i legali del manager avevano tentato una soluzione extragiudiziale. Un accordo bonario, una composizione della controversia che evitasse il contenzioso pubblico. Dal grattacielo, però, sarebbe arrivato un no secco. Nessuna apertura, nessuna mediazione. Anzi, l’immagine fatta filtrare era quella di un ex commissario isolato, senza margini. Oggi, però, la stessa giunta regionale ha deliberato di costituirsi in giudizio “a tutela degli interessi dell’ente”, autorizzando Cirio a rappresentare la Regione nel procedimento. E nella delibera compare anche la possibilità di conciliare e transigere. Segno che la questione è tutt’altro che liquidata con leggerezza e che il rischio economico è stato messo nero su bianco.

Il paradosso è evidente: Schael torna davanti al giudice del lavoro, lo stesso ambito in cui era stato chiamato a difendersi dal ricorso sindacale che ha innescato la sua uscita. Solo che stavolta non è lui sul banco degli imputati. È la decisione politica che lo ha mandato a casa. E sullo sfondo c’è un elemento che non può essere ignorato: durante il suo breve mandato, Schael aveva iniziato a intervenire su dossier delicati, sui conti in rosso di una delle più grandi aziende sanitarie d'Italia, sulla libera professione esercitata all'esterno che stava generando buchi" nei conti, su procedure e dinamiche interne che oggi risultano oggetto di attenzione da parte della Procura della Repubblica. Il fatto che alcune criticità siano emerse proprio in quel periodo alimenta una domanda inevitabile: è stato allontanato perché inadeguato o perché troppo determinato nel mettere mano a situazioni scomode?

La sensazione è che la vicenda non riguardi soltanto un contratto interrotto, ma un modello di gestione e un equilibrio di poteri. Schael rappresentava l’idea di una sanità governata con criteri manageriali rigorosi, anche a costo di rompere consuetudini e disturbare assetti consolidati. Riboldi e Cirio hanno scelto di interrompere quell’esperienza dopo appena cinque mesi, assumendosene la responsabilità politica. Ora sarà un giudice a stabilire se quella scelta sia stata legittima sotto il profilo giuridico ed economico. E se dovesse emergere un danno per le casse pubbliche, la questione non potrà essere liquidata come un semplice incidente amministrativo.

Nel frattempo, la Città della Salute continua a navigare a vista con un bilancio non ancora definitivamente approvato, liste d’attesa, tensioni interne e il grande progetto del Parco della Salute ancora in cerca di stabilità definitiva. La stagione del cambiamento annunciata al momento della nomina si è interrotta prima di poter essere valutata sui risultati. E resta una domanda sospesa, che non è più solo politica ma anche contabile: se davvero l’obiettivo era cambiare passo, perché fermare chi stava provando a farlo? L’estate porterà la risposta. E potrebbe non essere stato solo uno spiffero...

Un bilancio che non c'è!

Più di quattro mesi. È il tempo trascorso dal 4 novembre 2025, da quando cioè il direttore generale Livio Tranchida ha firmato il bilancio consuntivo 2024 della Città della Salute e della Scienza di Torino, accompagnato dalle dichiarazioni entusiaste dell’assessore Federico Riboldi, felice di raccontare quel “risultato straordinario raggiunto in sei settimane” e di un'azienda finalmente riportata fuori da un “guado difficilissimo”.

Quattro mesi dopo quel guado è ancora lì. Perché manca una firma.Quella del direttore generale del settore Sanità della Regione Piemonte Antonio Sottile. E senza quella firma (non si tratta di una sottigliezza) il bilancio non è definitivamente approvato.

Il documento in questione non è un foglio Excel qualsiasi. Parliamo del consuntivo della più grande azienda sanitaria del Piemonte, un colosso che muove oltre 1 miliardo e 128 milioni di euro l’anno, con migliaia di dipendenti e una rete di presìdi che comprende le Molinette, il Sant’Anna, il Regina Margherita, il CTO. Il 2024 si è chiuso con un disavanzo di circa 51 milioni di euro. Non un buco improvviso, ma un rosso che si inserisce in una dinamica strutturale di costi crescenti, equilibrio fragile, margini ridotti all’osso.

L'assessore regionale Federico Riboldi è con il direttore generale Tranchida

Eppure, a novembre, il racconto era quello della svolta. La firma di Tranchida doveva segnare il ritorno alla normalità dopo mesi di paralisi. Perché prima di lui, quel bilancio era rimasto senza sottoscrizione. Thomas Schael, commissario straordinario, aveva scelto di non firmarlo. Non per distrazione. Non per un capriccio burocratico. Ma per la necessità, dichiarata, di approfondire alcune poste contabili e verificare partite ritenute critiche.

Il fatto che un commissario straordinario si rifiutasse di firmare il bilancio della più grande azienda sanitaria regionale non era un dettaglio folkloristico. Era un segnale. Significava che dentro quei numeri c’erano elementi che richiedevano chiarimenti.

Si è poi parlato di gestione dell’intramoenia, di crediti legati alla libera professione, di fondi derivanti dalla trattenuta del 5% sulle prestazioni, di somme contabilizzate e non incassate negli anni precedenti. Milioni di euro, non arrotondamenti.

Poi arriva novembre. Nuova guida, nuova firma, nuova narrazione. Il guado superato. La fase commissariale archiviata. L’azienda rimessa in carreggiata. Ma se tutto è stato chiarito, se le poste sono state sistemate, se il disavanzo da 51 milioni è stato inquadrato dentro un percorso di riequilibrio, perché la Regione non chiude l’istruttoria?

La risposta fornita in Consiglio regionale, su sollecitazione di Sarah Disabato, è una frase che potrebbe valere per qualunque pratica ferma in un ufficio pubblico: “Allo stato attuale risulta tuttora in corso, da parte dei competenti Settori della Direzione Sanità, l’istruttoria tecnica finalizzata all’approvazione del bilancio consuntivo”.

Nessuna data. Nessuna spiegazione sui rilievi. Nessun elemento che consenta di capire se si tratti di un controllo di routine o di una verifica sostanziale.

Il punto non è solo politico, è contabile. Senza la sottoscrizione del bilancio della Città della Salute, la Regione non può redigere il bilancio consolidato del Servizio sanitario regionale. E senza consolidato non esiste una fotografia completa degli equilibri economico-finanziari della sanità piemontese. In un sistema che vale miliardi di euro, la fotografia non è un optional.

Si potrebbe dire che quattro mesi non sono un dramma. Ma nel ciclo della finanza pubblica, quattro mesi sono un’anomalia. Soprattutto quando il documento è stato presentato come il simbolo della normalizzazione dopo una fase di incertezza. Se il commissario Schael non aveva firmato per prudenza, e il nuovo direttore generale ha firmato per responsabilità, perché tutto resta sospesa?

C’è un dato che resta sullo sfondo: 51 milioni di disavanzo su un bilancio da oltre 1,1 miliardi significano una perdita intorno al 4-5% del volume complessivo. Non è il tracollo di un’azienda privata, ma per un ente pubblico sanitario è un campanello. E quando i campanelli suonano, le istruttorie si allungano.

Nel frattempo, il racconto ufficiale resta quello della stabilità ritrovata. Ma la stabilità, in contabilità, si misura con atti chiusi, non con annunci. Un bilancio non è approvato finché non è approvato da tutti i livelli previsti. E qui un livello manca.

Forse è solo prudenza amministrativa. Forse è un controllo scrupoloso su poste complesse. Forse è il tempo fisiologico di una macchina regionale lenta. Ma finché la firma non arriva, il bilancio celebrato come “straordinario” resta sospeso. E con lui resta sospesa la certezza sui conti della più grande azienda sanitaria del Piemonte.

Quattro mesi non sono un’eternità. Ma nemmeno una formalità.

Una brutta storia

Succedeva mesi fa, Federico Riboldi, assessore regionale alla Sanità, presentava in pompa magna il nuovo commissario della Città della Salute di Torino, Thomas Schael, portandolo quasi in braccio come una madonna pellegrina, la bela Maria di una rivoluzione sanitaria annunciata come epocale. Le premesse c’erano: Schael arriva e comincia subito a fare quello che nessuno aveva mai avuto il coraggio di fare.

Taglia le convenzioni con le cliniche private, imponendo che le visite intramoenia si svolgano finalmente dentro gli ospedali, come prescrive la legge, e non nelle strutture esterne. I primari borbottano che mancano gli spazi? Lui li trova. I medici protestano che non hanno tempo per aumentare il numero di visite? Schael li obbliga ad accettarne di più, così da ridurre le liste d’attesa che soffocano i cittadini. Una linea dura, che fa subito nascere un braccio di ferro con i sindacati, in particolare con il CIMO, che lo porta in tribunale. E il Tar, con buona pace del manager, dà ragione ai camici bianchi. Una ferita, certo, ma anche la conferma che Schael aveva messo il dito nella piaga.

Da lì, la caduta: prima le voci fatte circolare ad arte, poi le conferme ufficiali. L’assessore Riboldi, quello che fino al giorno prima mostrava Schael come trofeo vivente della propria azione politica, comincia a stufarsi. Succede ad agosto: improvvisamente il commissario non è più il salvatore della sanità piemontese, ma un problema. Colpa, pare, della troppa esposizione mediatica: Schael finisce troppo spesso sui giornali, guadagna applausi e visibilità, e questo a Riboldi non va giù. Al punto che – si raccontava – avrebbe confidato che Schael avrebbe dovuto agire come il dittatore Franco: fare senza dire. Un lapsus che tradisce molto più di quanto sembri. Un assessore che cita Franco come modello non dovrebbe avere in mano la sanità di una regione democratica.

E il governatore Alberto Cirio? In silenzio, neanche una parola.  

Da qui in avanti uno si si sarebbe aspettato uno Schael che scappava via e invece? Lui no! Non si dimetteva. “Mi devono licenziare, io non me ne vado”, ripeteva. Anzi, continuava a incassare il sostegno di una fetta ampia di cittadini e di molti medici che apprezzavano il coraggio di scelte nette e spesso impopolari. Perché a chi aspetta sei, otto, dieci mesi per una visita, poco importa delle beghe tra sindacati e assessorati: importa che finalmente qualcuno abbia provato a tagliare i privilegi e a dare risposte.  

Il confronto con il CIMO restava rovente. Proprio in una riunione del 18 agosto, Schael dichiarava che “l’overbooking non è mai esistito”, una frase che il sindacato pretende di mettere a verbale, ritenendola in palese contrasto con la sentenza del Tribunale del Lavoro che aveva già condannato la Città della Salute per “condotta antisindacale”.

Il ricorso del CIMO, infatti, era partito contro due pilastri dell’azione del commissario: la volontà di accettare più prenotazioni rispetto ai posti disponibili, così da smaltire più velocemente le liste d’attesa, e lo stop all’intramoenia allargata. Due scelte che il giudice aveva bocciato e che Schael, di fatto, non aveva ancora corretto.

Così, mentre le altre sigle sindacali preferiscono considerare chiusa la partita, il CIMO insisteva: “La sentenza va rispettata, non reinterpretata”. Sul tavolo restavano le convenzioni ancora sospese, la libera professione da regolare e un clima avvelenato che non accennava a rasserenarsi.

Il quadro era surreale. Da un lato un commissario che provava a scardinare le abitudini, dall’altro un assessore che lo voleva eliminare perché troppo indipendente, nel mezzo un presidente che non aveva il coraggio di scegliere. Sullo sfondo i cittadini, che continuavano a fare code infinite per una visita, ma che, al contrario della politica, aveva compreso una verità semplice: Schael era l’ultima speranza.

Tutto il resto? E' cronaca...

In un’altra epoca, in Prima Repubblica, la vicenda si sarebbe chiusa così: cade il commissario, cade anche l’assessore che l’ha scelto. E invece? Via il Commissario, Riboldi è rimasti lì dov'era

Ospedali deserti, primari in fuga:
il pomeriggio della sanità pubblica

C’è un momento, negli ospedali italiani, che sa di resa e di abbandono. È il pomeriggio. Quando i corridoi si svuotano, i reparti si fanno silenziosi, le porte degli ambulatori restano chiuse. Non è l’effetto di un blackout, non è un’evacuazione. È semplicemente la normalità di una sanità pubblica che si spegne quando dovrebbe, invece, funzionare a pieno regime.

Perché i pazienti ci sono eccome. Le liste d’attesa si allungano come code da dopoguerra, i pronto soccorso scoppiano, i malati cronici hanno bisogno di controlli. Ma i medici – soprattutto i primari – nel pomeriggio non li trovi. Spariti. Volatilizzati. Non è magia: sono altrove, a esercitare la libera professione intramoenia allargata, cioè a fare visite e prestazioni a pagamento.

medici

Uno scandalo che tutti conoscono e nessuno affronta. La legge prevede che l’intramoenia si faccia dentro gli ospedali, ma da anni si chiude un occhio, si concedono deroghe, si lasciano proliferare sistemi paralleli che hanno trasformato il diritto dei cittadini in un bancomat per pochi. Così il malato senza soldi aspetta mesi per una risonanza, mentre chi paga viene visitato in pochi giorni. 

E qui emerge l’assurdo: dentro lo stesso sistema sanitario ci sono medici che arrivano a guadagnare un milione di euro l’anno, e altri che faticano a portare a casa lo stipendio di un impiegato. Una forbice indecente, che nasce dal meccanismo perverso dell’intramoenia: i più famosi, i primari con nome e prestigio, costruiscono carriere d’oro sfruttando la vetrina del pubblico, mentre i colleghi restano in corsia a fare i turni di notte e a coprire i buchi, spesso logorati e senza possibilità di crescita. È un sistema che divide, che premia i pochi privilegiati e lascia indietro i tanti che reggono davvero gli ospedali.

Questa non è sanità pubblica. È la sua caricatura. È un tradimento. Perché il Servizio sanitario nazionale è nato per garantire cure uguali a tutti, non per permettere a chi ha costruito la propria carriera nel pubblico di intascare milioni nel privato.

Ed è qui che serve una legge chiara e radicale: o dentro la sanità pubblica o fuori. Basta con l’intramoenia come paracadute. Troppo comodo farsi un nome sfruttando il pubblico e poi fare soldi a palate nel privato. Vuoi lavorare nel pubblico? Resti dentro, con regole certe, stipendi adeguati e vincoli seri. Vuoi guadagnare di più? Allora fuori dai coglioni, e avanti un altro, pagato meglio e messo nelle condizioni di restare in Italia invece di scappare all’estero.

La politica, come sempre, finge di non vedere. Sforna protocolli, piani, tavoli tecnici. Parole vuote, mentre ogni pomeriggio negli ospedali cala il sipario. I cittadini bussano a porte chiuse.

La verità è che non ci servono altre promesse: serve una decisione netta. Eliminare l’intramoenia allargata, riportare i medici dentro gli ospedali, ridare dignità alla sanità pubblica. Perché finché i reparti resteranno deserti, i primari continueranno a correre altrove a fare soldi e i medici “normali” resteranno schiacciati, la sanità pubblica non sarà altro che un guscio vuoto, un monumento alla disuguaglianza.

CIMO, COS'E'?

Il CIMO è uno dei principali sindacati dei medici in Italia. Fondato nel 1947, il suo nome originario è Coordinamento Italiano Medici Ospedalieri, anche se oggi, dopo l’unione con la Federazione Sindacale Medici Dirigenti, si presenta come CIMO-FESMED. Rappresenta in particolare i medici dirigenti ospedalieri del Servizio Sanitario Nazionale, cioè quei professionisti che lavorano all’interno delle strutture pubbliche con ruoli di responsabilità clinica e organizzativa.

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Il sindacato ha sempre avuto una linea molto netta e combattiva, ponendo al centro della sua azione la tutela della professione medica e la difesa della libera professione intramoenia (la possibilità per i medici ospedalieri di svolgere attività a pagamento, all’interno e all'esterno delle strutture pubbliche). Negli anni si è distinto per la fermezza con cui ha affrontato le politiche sanitarie nazionali e regionali, spesso in contrapposizione con le direzioni generali e con la politica, rivendicando autonomia decisionale dei medici e migliori condizioni di lavoro.

Rispetto ad altre sigle come Anaao Assomed, Cgil Medici o Cisl Medici, il CIMO ha mantenuto un’impronta più rigida e intransigente, non esitando a ricorrere a vie legali per difendere le proprie posizioni. La sua azione si concentra soprattutto su temi come la contrattazione collettiva, l’organizzazione del lavoro ospedaliero, la gestione delle liste d’attesa e i diritti dei medici dirigenti.

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