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Cronaca

La sindaca l'aveva querelata, il giudice la comprende: niente condanna per la madre che ha perso il figlio

La donna aveva imbrattato il municipio dopo aver perso la responsabilità genitoriale. Il Tribunale di Ivrea: reato accertato ma non punibile per particolare tenuità del fatto

La sindaca querela Natalina Colangelo, mamma disperata. Era il caso?

Elena Piastra e Natalina Colangelo

Correva l’agosto del 2024 e all’albo pretorio del Comune di Settimo Torinese compariva la delibera di Giunta numero 148/2024. La sindaca Elena Piastra, anche a nome dell’Unione dei Comuni Nord Est Torino, aveva deciso di querelare Natalina Colangelo per una serie di comportamenti ritenuti aggressivi, minatori e persecutori nei confronti della dirigente e della responsabile dell'area famiglia e minori del settore socio-assistenziale del Comune.

Tutto scritto nero su bianco. Nel provvedimento si faceva riferimento anche agli episodi di imbrattamento delle sedi istituzionali: prima la facciata del Centro per l'Impiego di via Roma, poi l'ingresso del Palazzo Civico di Settimo Torinese, colpiti con vernice rossa in segno di protesta contro le istituzioni.

Sul posto, per la cronaca, erano intervenuti gli agenti della polizia locale che avevano sequestrato la bomboletta spray, il contenitore del detergente e dei guanti in lattice.
La denuncia, presentata presso il Tribunale di Ivrea, era stata motivata dalla necessità di proteggere i funzionari del Comune e i beni pubblici.

Bene. Che cosa è successo? È successo che il reato c’è, ma non è punibile. Lo ha scritto, in una sentenza depositata il 2 marzo 2026, il giudice Andrea Matteoni. Non punibile “per particolare tenuità del fatto”.

Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a quattro mesi di reclusione e 700 euro di multa. La difesa, al contrario, l’assoluzione e, in subordine, l’applicazione dell’articolo 131-bis del codice penale.

Nelle motivazioni il giudice è netto: la condotta è correttamente inquadrata nel delitto di imbrattamento aggravato perché commesso su un immobile pubblico.
“Non risultano però danni strutturali né interventi di ripristino diversi dalla semplice pulizia della vernice. Dunque, nessun deterioramento permanente…”.

Il passaggio centrale della sentenza riguarda il contesto personale dell’imputata, destinataria di un provvedimento di decadenza dalla responsabilità genitoriale sul figlio, poi dichiarato adottabile.

Il giudice scrive che l’episodio è stato “dettato da una situazione di seria debolezza personale” e richiama “la disperazione della stessa derivante dall’aver perso la responsabilità genitoriale sul figlio”. Pur chiarendo che tale condizione è “lungi dal giustificare l’operato”, il Tribunale ritiene che debba essere valorizzata ai fini della causa di non punibilità.

Pesano, oltre al movente legato alla vicenda familiare, la scarsa offensività oggettiva del fatto e l’incensuratezza dell’imputata. Da qui la decisione: il fatto sussiste ed è attribuibile alla donna, ma “non risulta punibile in ragione della sua particolare tenuità”.

Il Tribunale ha anche disposto la restituzione dei beni sequestrati.

Insomma, non un’assoluzione piena – il reato è stato accertato – ma l’applicazione di una causa di non punibilità che consente al giudice di rinunciare alla sanzione quando l’offesa è minima. Una sentenza che, pur confermando la responsabilità, mostra un profilo di attenzione alla dimensione umana dell’imputata, nel solco di un istituto – la particolare tenuità del fatto – pensato per evitare che il processo penale si trasformi in una risposta sproporzionata rispetto alla concreta offensività del gesto.

tribunale ivrea

 non appare

Quando la toga pesa più della fascia tricolore

Ci sono sentenze che non cambiano il mondo. Non fanno giurisprudenza. Non ribaltano sistemi.

Eppure raccontano qualcosa di profondo su che cosa significhi amministrare la giustizia.

A Settimo Torinese una madre ha imbrattato un palazzo pubblico con vernice rossa. Un gesto sbagliato, un reato. Il giudice di Ivrea lo scrive senza ambiguità: il fatto c’è, è provato, è attribuibile. Non ci sono scorciatoie. Non c’è assoluzione piena.

Eppure, tra le righe di quella sentenza, affiora qualcosa che raramente trova spazio negli atti amministrativi: la parola “disperazione”.

Non è un termine tecnico. Non è un articolo del codice. È una condizione umana.

Il Tribunale non ha giustificato l’imbrattamento. Non ha messo in discussione i provvedimenti che avevano portato alla decadenza dalla responsabilità genitoriale. Ha fatto una cosa più semplice e, forse, più difficile: ha guardato la persona oltre il gesto.

Ha riconosciuto una “seria debolezza personale”. Ha scritto che quella donna aveva perso un figlio.
Ha detto che l’offesa era minima. Ha scelto di non punire.

È qui che la toga, a volte, pesa più della fascia tricolore. Perché amministrare significa tutelare l’ente, difendere l’istituzione, proteggere i funzionari. È giusto. È necessario. Ma giudicare significa anche misurare la proporzione tra colpa e dolore, tra errore e contesto.

Non sempre le istituzioni parlano la stessa lingua. C’è la lingua dei regolamenti, delle delibere, delle querele. E poi c’è la lingua delle motivazioni, dove compaiono parole come vulnerabilità, fragilità, disperazione.

Non è buonismo. È diritto.
L’articolo 131-bis del codice penale esiste proprio per questo: per evitare che il sistema schiacci chi ha sbagliato senza rappresentare un reale pericolo sociale.

In un tempo in cui la politica è spesso tentata dalla fermezza esibita, dalla risposta simbolica, dalla tolleranza zero, fa impressione leggere una sentenza che non arretra di un millimetro sulla legalità ma trova spazio per l’umanità.

Non è una sconfitta per qualcuno. È una lezione per tutti.

Perché uno Stato è davvero forte non quando punisce sempre, ma quando sa distinguere. Quando non confonde un gesto disperato con una minaccia all’ordine pubblico. Quando applica la legge con equilibrio, non con automatismo.

A volte la giustizia non assolve. Semplicemente comprende. E in quel comprendere c’è un’idea di istituzione che forse certi Sindaci dovrebbero ricordare più spesso.

Davanti al Municipio

Davanti al Municipio e, sotto, davanti ai servizi sociali

La storia di Natalina

Una catena e un lucchetto stretti tra le mani, il corpo legato al ferro freddo di un’istituzione. Il Tribunale per i minorenni di Torino. Corso Unione Sovietica.
Era il 4 dicembre 2024. Natalina Colangelo aveva 42 anni. Accanto a lei c’era la madre, 72 anni, in piedi per ore. Un microfono in mano. La voce spezzata che rimbalzava sui muri del tribunale e si perdeva tra gli sguardi curiosi, a volte imbarazzati, dei passanti. «Non andrò via. Non mangerò. Non berrò. Finché non avrò la certezza che mio figlio tornerà a casa con me».

Natalina è la madre di un ragazzo che vive nella comunità terapeutica Centro Paolo VI di Casalnoceto, in provincia di Alessandria. Oggi Cristian non è più il bambino di sette anni portato via da scuola su un’ambulanza. Oggi è un ragazzo di tredici anni che, da allora, non è mai più tornato a casa. Sei anni vissuti in comunità. Sei anni che per una madre non passano mai.

Natalina lo scrive nero su bianco, sui social, con parole dure, spezzate, rabbiose. Lo scrive come una donna che non ha più filtri né timore delle conseguenze. Chiama in causa Unione Net di Settimo Torinese, i servizi sociali, magistrati, giudici onorari, pubblici ministeri. Lo fa usando una parola che pesa come un macigno: sequestro.

«Sono sei anni che mi torturate, tutti insieme, come una rete, come un’associazione a delinquere», scrive.
Secondo la sua ricostruzione, quel 14 gennaio 2020 suo figlio sarebbe stato portato via senza un decreto del Tribunale per i minorenni di Torino, un’azione che, dal suo punto di vista, non avrebbe avuto alcun fondamento giuridico.

Nel suo lungo sfogo, Natalina contesta il ruolo del giudice onorario che, scrive, non avrebbe potuto strappare un figlio alla madre, né nominare un curatore speciale, né limitare la responsabilità genitoriale. Per lei, tutto ciò che è seguito nasce da lì: da un atto che considera illegittimo all’origine.

Il primo decreto del tribunale, sempre secondo il suo racconto, sarebbe arrivato solo il 19 novembre 2020, coprendo quanto avvenuto nei mesi precedenti. Natalina parla apertamente di decreti illegali, atti falsificati, documenti non veritieri. «È tutto dimostrabile», scrive. «Carta canta».

La vicenda è poi approdata in Corte d’Appello, sempre – sostiene – sulla base di atti che lei considera viziati all’origine. Natalina insiste su un punto che per lei è centrale: al momento dell’allontanamento aveva la piena responsabilità genitoriale. E se così era, allora, scrive, non ci sarebbe mai dovuto essere un secondo, né un terzo grado di giudizio.

E poi c’è l’amarezza che diventa sarcasmo nero: «Mi denunciano, e nello stesso tempo scrivono negli atti che ho la responsabilità genitoriale. Si danno la zappa sui piedi da soli».

Nel finale del messaggio, Natalina annuncia di aver trasmesso tutto alla Squadra Mobile di Alessandria, dichiarandosi parte offesa in un’indagine che, secondo lei, dovrà finalmente fare luce su quanto accaduto dal 2020 a oggi.

Al di là delle accuse, che spetterà alla magistratura valutare, resta una realtà che nessuna carta può cancellare: sei anni senza un figlio. Sei anni in cui una madre ha vissuto tra marciapiedi, tende, microfoni, denunce, catene ai cancelli dei tribunali. Sei anni in cui la sua vita si è ridotta a una sola domanda, sempre la stessa.

Nella sua mente il ricordo di quel giorno. 14 gennaio 2020.
Un’ambulanza arriva alla scuola Rodari di Settimo Torinese. «Aveva solo sette anni. Me l’hanno strappato», ripete Natalina ogni volta che racconta quella mattina.

Era un bambino iperattivo, con un ritardo cognitivo certificato. Aveva un insegnante di sostegno. Aveva un educatore. Aveva tutto quello che serviva.
Secondo Natalina, però, la scuola non ha voluto ammettere di non essere in grado di gestirlo. E allora ha chiamato i servizi sociali. Da lì, la macchina si è messa in moto. Inarrestabile.

La situazione è precipitata quando alcuni genitori degli altri alunni hanno organizzato uno sciopero, chiedendo che quel bambino non frequentasse più la classe. «Era un bambino felice. Certo, aveva dei problemi. Ma non meritava questo».

Prima che lo portassero via, la loro era una vita normale. Lavoro. Casa di proprietà. Una famiglia dignitosa.
Una settimana prima dell’allontanamento, Natalina e suo figlio erano andati a Roma, avevano incontrato Papa Francesco. «Era felice. Rideva. Era sereno».

Poi il buio.

Da allora, Natalina non ha più smesso di lottare. Ha urlato. Ha dormito sui marciapiedi. Ha montato tende davanti alle scuole. Ha indossato magliette con la foto del figlio stampata sul petto.
Sui social, con il profilo Girasole Serpente, ha raccontato ogni giorno la sua storia. Video. Dirette. Proteste.
Ogni gesto un tentativo di farsi vedere.

Le sue azioni sono diventate sempre più eclatanti. Infine sì, ha imbrattato con vernice la sede dei servizi sociali e alcuni edifici pubblici di Settimo Torinese. Gesti che le sono costati una denuncia per atti persecutori, interruzione di pubblico servizio, mancata esecuzione di provvedimenti giudiziari.

Nel frattempo, la giustizia ha emesso un verdetto che per lei pesa più di una condanna: due gradi di giudizio hanno dichiarato la sua inidoneità come madre. «Come possono dire che sono inidonea se non mi hanno nemmeno dato la possibilità di vederlo?».

Durante i due anni di pandemia, madre e figlio si sono visti una sola volta, attraverso una finestra. «Lui era agitato. Cercava di mordere il medico. Io cercavo di tranquillizzarlo. Ora pensa che sia stata io ad abbandonarlo».

Natalina racconta un figlio che, secondo lei, è peggiorato dentro la comunità: aumento di peso, sedazione, denti rovinati. «Come possono dire che sta meglio lì che a casa sua, circondato dall’amore della mamma e della nonna?».

La rabbia di Natalina si riversa anche contro la scuola e i servizi sociali. «Hanno voluto colpirmi perché sono una ragazza madre. E lui perché è disabile». Racconta di insegnanti che avrebbero cercato di farla passare per tossicodipendente. «Io sono una donatrice di sangue», ripete.

In questa storia, fatta di atti giudiziari, verbali, denunce e pareri tecnici, resta una domanda che nessun documento riesce a cancellare: perché nessuno aiuta questa madre? Perché la politica tace? Perché l’indifferenza pesa più del dolore?

Natalina continua a incatenarsi. A urlare. A esporsi. Non perché voglia visibilità. Ma perché, senza suo figlio, il silenzio sarebbe una resa. Non vogliamo credere che una madre che lotta così non sia all’altezza di crescere un figlio.

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