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Qualcosa di sinistra
02 Marzo 2026 - 16:52
l'ospedale di Settimo Torinese
Del patto non so. Dopopranzo, i gentiluomini si ritiravano (lo fanno ancora?) in stanze nelle quali le donne non erano ammesse. Certo è che, per descrivere accordi d’altri tempi, si ricorre a un linguaggio d’altri tempi. La verità però – questo è il merito – è scritta nelle prime due righe di un articolo non firmato. Concentriamoci dunque sulle due righe. «L’ospedale di Settimo, in realtà, ospedale non lo è mai stato»: basta questo incipit per avere ragione di un trentennio di chiacchiere, certo tra gentiluomini, ma pur sempre chiacchiere che si fanno in un fumoir. L’articolo, molto probabilmente, allude al fatto che – tra gentiluomini – ci si riconosce a prescindere dalla collocazione nell’agone politico; tutta un’altra cosa, anzi una cosa «d’alto livello» come soleva dire un importante esponente della politica locale mai del tutto tramontato, rispetto al canaio della politica d’oggi.

Nell’articolo, la cronaca che segue tenta di essere puntuale: chi ricorda più il soggetto che diede il via (?) all’operazione «ospedale che non lo è mai stato»? Lo sappiamo, la rete è immemore, perciò da essa ricaviamo l’allegato a un atto del gennaio 2009 nella cui narrativa si legge: «La società francese (…) si è impegnata con successivi atti a realizzare e gestire, attraverso la costituzione di una s.p.a. dalla stessa partecipata, un presidio ospedaliero (Hôpital du Piemont) per 120 letti da destinarsi alle esigenze di riabilitazione del sistema sanitario piemontese e per 40 posti letto da destinarsi ai bisogni di lungo-degenza nel territorio di Settimo Torinese, su fondo di proprietà dall’Azienda Sanitaria predetta concesso in diritto di superficie per 50 anni…». Già allora, quindi, il presidio sarebbe stato costituito da posti letto per lungo-degenza e riabilitazione.
In questa sede non ci interessa stabilire a chi andò la struttura, per quanto passò di mano e chi la diresse, se non sottolineare l’azione di un ente, il Comune (tramite l’allora Multiservizi), d’intestarsi un’attività sanitaria che niente aveva a che fare con le competenze attribuite all’uno e all’altra: per una «buona causa», credo, si disse.
Allora parliamo della buona causa: lo scorso anno, quando il complesso settimese salì all’onore delle cronache per la scarsa attenzione agli ospiti, una persona di buonsenso mi disse che «le responsabilità, se ci sono, saranno accertate, ma serve un presidio vicino a casa soprattutto per una popolazione sempre più anziana come quella di Settimo». Ecco che la persona di buonsenso non vaneggiava di pronto soccorso, di primo intervento, di ospedale, ma semplicemente di una struttura vicina, per le necessità di assistenza.
Per arrivare a questo, a un «ospedale che non lo è mai stato», ci sono voluti trent’anni e un sacco di soldi per saldare – stando alle stesse cronache – debiti da capogiro, tutto per una buona causa e grazie a «un patto tra gentiluomini». In futuro, qualche male informato penserà di dedicare a costoro – che so – un giardino, uno stradello, un edificio (il cosiddetto ospedale?), benefattori magari, però a spese della pubblica sanità.
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