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02 Marzo 2026 - 18:28
Lo spettacolo al Circolo SPAZI DI SOCIETA'
Verrà celebrata a Torino, quest’anno, la XXXI Giornata Nazionale in Ricordo delle Vittime Innocenti delle Mafie, nata nel 1996 per iniziativa di LIBERA, che scelse non a caso il primo giorno di primavera come simbolo di rinascita.
In preparazione dell’evento, presso il Circolo ARCI <Spazi di Società> di Valperga si è tenuta sabato 28 febbraio una serata di musica e di letture seguita, per chi lo desiderava, da una cena sociale. Lo spettacolo <100 passi tra musica e storie – Letture a cura del Presidio Luigi Ioculano> di Cuorgnè è stato molto coinvolgente. Inizialmente era prevista la presenza di un duo ormai consolidato: quello formato dalla cantante Catia Sale e dal chitarrista Fulvio Biesta. Alla cantante si sono in realtà affiancate nelle letture l’attrice Antonella Enrietto (co-fondatrice del Teatro Popolare Europeo e nota per le sue rappresentazioni frutto di accurate ricerche storiche e sociali) e Tiziana Perelli, referente del presidio cuorgnatese di LIBERA.
Le musiche – con brani di denuncia come <I Cento Passi> dedicato dai Modena City Ramblers a Peppino Impastato ma anche, alla fine, con uno di speranza come <Futura> di Lucio Dalla – sono state caratterizzate, com’è proprio di questi due artisti, da un’intensa partecipazione emotiva e, nel caso dei <Cento Passi>, dal coinvolgimento diretto del pubblico.
I testi delle letture hanno raccontato la vita di alcune delle tante vittime di mafia: figure molto diverse tra loro ma tutte accomunate dalla tragica fine, da indagini volutamente dirette in direzioni sbagliate, da processi lunghissimi e solo in qualche caso conclusisi con le giuste condanne.
Mauro Rostagno, fondatore della Comunità Saman nel trapanese e conduttore, su una televisione locale, di una trasmissione che dava molto fastidio, venne assassinato nel 1988. Si imbastirono ipotesi di ogni genere pur di non indagare dove si sarebbe dovuto benché la sua emittente lo avesse detto chiaramente e da subito: “Non abbiamo dubbi: è stata la Mafia!”.
Il medico calabrese Luigi Ioculano venne ucciso dieci anni più tardi. Nel testo scritto in occasione di questa serata, la figlia Ilaria lo definisce “un uomo come pochi, sempre in prima linea, intraprendente e simpatico ma intransigente nella scelta delle amicizie. Diceva che un paese è malato se lo sono i suoi cittadini”. Il suo impegno nella politica locale e la fondazione del centro culturale <Agorà> gli furono fatali e la sua morte fu seguita da “un assordante silenzio”.
Ancora più dolorose, se possibile, le storie di Lea Garofalo, cui è intestato il presidio cuorgnatese di LIBERA, e di Marcella Di Levrano, che invece gli ambienti mafiosi li avevano frequentati per poi ribellarsi e diventare collaboratrici di giustizia. Lea Garofalo denunciò il marito per amore della figlia ma venne guardata con diffidenza e la protezione le venne prima concessa e poi revocata, lasciandola in balia dei suoi aguzzini. Il racconto è stato fatto utilizzando la prima persona: “Mi rapirono, torturarono, strangolarono e bruciarono il mio corpo. Solo dopo tre anni vennero trovati i miei resti: 2.810 frammenti ossei. Quei frammenti però parlavano ed hanno dimostrato che non mi hanno ammazzata veramente. E Denise, mia figlia, ha scelto anche lei la via della Legalità”.
Marcella Di Levrano, ragazza pugliese finita nel giro della droga, avrebbe dovuto testimoniare nel primo maxi-processo intentato contro la Sacra Corona Unita. Non ci arrivò: fu uccisa, sfigurata, barbaramente massacrata. Oggi la villa del boss Nicola Assisi a San Giusto è intitolata a lei.
C’è anche una vittima canavesana fra quelle ricordate nel corso della serata: Mario Ceretto, imprenditore e commerciante di Cuorgnè, politico non corrompibile, che pagò con la vita il rifiuto di candidare nella sua lista per le Comunali del 15 giugno 1975 proprio Giovanni Iaria. Iaria fu sospettato, indagato ma poi scagionato. Solo con <Minotauro> la verità è emersa in modo evidente.
Nell’introdurre la serata, Filippo Alossa di LIBERA Cuorgnè ha ricordato come nacque la Giornata in Ricordo delle Vittime Innocenti delle Mafie: “Ad una commemorazione dopo la Strage di Capaci, don Luigi Ciotti si trovò vicino ad una donna che non conosceva e che ad un certo punto esclamò: <Perché non dicono il nome di mio figlio, perché non fanno mai il suo nome?>. Era la mamma di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone”. Da lì la consapevolezza che indicare le vittime con nome e cognome è fondamentale ed oggi lo si fa in ogni commemorazione che si rispetti.
Alossa ha ricordato come dopo l’Operazione Minotauro sia sorto a Cuorgnè il presidio di LIBERA ed ha invitato tutti a firmare per sostenere la campagna che chiede di destinare al riutilizzo dei beni confiscati il 2 per cento del Fondo Unico di Giustizia, nato nel 2008 per raccogliere le risorse finanziarie derivanti da sequestri e confische.

100 passi tra musica e storie a Valperga
La città di Cuorgnè è stata uno dei centri del Canavese più fortemente penetrati dalla presenza mafiosa ed il suo nome, quando si parla di criminalità organizzata, viene inevitabilmente associato a quello del boss della ‘Ndrangheta Giovanni Iaria. Viene però oggi anche associato – e dovrà esserlo sempre di più - alla reazione contro quella presenza. Una reazione il cui segno tangibile sono le due ville confiscate al boss e al nipote Bruno Iaria ed assegnate al Comune che le ha affidate con un bando all’associazione Mastropietro, presente sul territorio da oltre cinquant’anni.
Quella di Bruno Iaria, ribattezzata <Villa Lea> in ricordo della Collaboratrice di Giustizia Lea Garofalo, ospita ormai da un decennio persone in difficoltà abitativa. “Dal 2015 ad oggi – ha sottolineato il presidente della Mastropietro Egidio Costanza - grazie al progetto di accoglienza messo a punto insieme al CISS 38, ne abbiamo accolte 40, sia italiane che straniere, offrendo un luogo sicuro in cui vivere a chi non aveva una dimora”. La casa di Giovanni Iaria, rinominata “Villa Liberamente”, è destinata ad un doppio utilizzo: residenza per persone con problemi psichiatrici e spazio d’incontro per la comunità, in particolare per i giovani. La denominazione di <Villa Liberamente> è considerata provvisoria perché si vuole che siano i ragazzi delle scuole a scegliere quella definitiva.
Purtroppo l’edificio dev’essere ristrutturato radicalmente e servono soldi: la Regione interviene con un finanziamento del 50% ma la restante metà va messa dal gestore. Per rispettare i termini di legge occorreva trovare 70.000 euro entro febbraio altrimenti tutto il progetto rischiava di saltare e la Mastropietro, com’è facile capire, non disponeva di tali risorse! E’ così partita un’iniziativa di raccolta fondi che ha permesso di mettere insieme la somma minima indispensabile. Le offerte sono arrivate dai privati cittadini ma anche da fondazioni che operano nel territorio, in primis dalla Fondazione Ruffini di Ivrea, che ha elargito un contributo sostanzioso.
La raccolta procede ora con l’obiettivo di contribuire al completamento dei lavori e la serata di sabato ha avuto anche questa funzione. La cena sociale seguita allo spettacolo, che prevedeva un’offerta libera a partire da 20 euro, ha visti occupati tutti i posti disponibili: i soci del Circolo rispondono sempre generosamente ad iniziative di alto valore etico come questa: “Il fine per cui è nata la Mastropietro – ha aggiunto Costanza - è lottare contro l’emarginazione per costruire una società più giusta e solidale”.
Nel caso della villa confiscata, come già detto, non sfugge a nessuno il suo valore simbolico, che va ben al di là della pur importante destinazione d’uso. Giovanni Iaria, arrivato in città in Soggiorno Obbligato, era diventato ben presto il fulcro della criminalità organizzata anche grazie ai simboli esteriori del potere. E’ ancora Costanza a ricordare: “Girava con una Harley Davidson e noi ragazzini ci raggruppavamo tutti intorno a lui per vederla”. Non potevano immaginare né l’uno né l’altro che uno di quei ragazzini sarebbe diventato l’anima di un progetto volto a trasformare la casa del capomafia in un simbolo di riscatto. “Se un luogo come quello resta chiuso – ha sottolineato il fondatore della Mastropietro - vince chi c’era prima. Se riapre, vince il territorio”.
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