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Minacciati di morte in ufficio: la sicurezza degli assistenti sociali è diventata un’emergenza nazionale

Dopo l’aggressione di Venaria, l’Assemblea del Consorzio In.Re.Te. di Ivrea rilancia l’allarme. In Senato l’intervento di Barbara Rosina. La presidente Ellade Peller: servono tutele, piano nazionale e una nuova narrazione pubblica

Minacciati di morte in ufficio: la sicurezza degli assistenti sociali è diventata un’emergenza nazionale

Ellade Peller

A Venaria un’assistente sociale e un educatore sono stati aggrediti durante un colloquio di aiuto. Un oggetto contundente nascosto in uno zaino, minacce di morte, violenza improvvisa dentro uno spazio che dovrebbe essere presidio di ascolto e tutela. Non è solo un episodio. È un segnale che si aggiunge ad altri, in un clima che da tempo si sta caricando di tensione.

Il tema è arrivato fino al Senato. In 10ª Commissione è intervenuta la Presidente dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, Barbara Rosina, con parole che hanno il peso delle cose definitive: «Chi lavora nel servizio sociale non distribuisce favori, ma rende esigibili diritti. Non controlla, accompagna. Non giudica, ascolta».

Barbara Rosina

Barbara Rosina

Una puntualizzazione che non è retorica identitaria, ma chiarimento politico. Perché quando il ruolo viene distorto, quando l’operatore pubblico diventa nell’immaginario collettivo “quello che decide” o “quello che toglie”, il passaggio alla delegittimazione è breve. E la delegittimazione, nel tempo, produce isolamento.

A raccogliere e rilanciare l’allarme è l’Assemblea consortile del Consorzio In.Re.Te. di Ivrea. In un comunicato firmato dalla presidente Ellade Peller lega l’episodio di Venaria a un quadro più ampio. I servizi socio-assistenziali – si legge nel documento – operano in un ambito di “particolare delicatezza e rilevanza sociale”, intervenendo direttamente nella vita di persone e famiglie in condizioni di fragilità.

Non un ufficio qualsiasi, dunque. Ma il punto in cui lo Stato si fa concreto.

Lo dice ancora Rosina, nel passaggio più politico del suo intervento: «Ogni assistente sociale è una sentinella civile che presidia la tenuta democratica della Repubblica, là dove le fragilità rischiano di diventare esclusione. Il servizio sociale è la forma in cui lo Stato si fa volto, voce, relazione».

Parole che spostano il piano della discussione. Qui non si parla solo di sicurezza sul lavoro. Si parla della qualità del rapporto tra istituzioni e cittadini.

Il comunicato dell’Assemblea non si limita alla solidarietà. Chiede strumenti concreti: un Piano nazionale per la sicurezza nei servizi sociali pubblici, l’estensione delle tutele già previste per altre categorie esposte a rischio – insegnanti, operatori sanitari – e una campagna pubblica capace di restituire dignità e chiarezza al ruolo dell’assistente sociale.

C’è un passaggio che va letto senza filtri: «Difendere il servizio sociale non è una questione di categoria, è una scelta di civiltà. Perché una democrazia che non protegge chi protegge, finisce per tradire sé stessa».

Qui il tono non è tecnico. È politico.

Il Consorzio In.Re.Te. rivendica di aver mantenuto nel tempo una presenza capillare sul territorio per garantire prossimità ai cittadini e alle amministrazioni comunali. In alcune realtà, però, il servizio si regge sulla presenza di un solo operatore. Un solo professionista a gestire situazioni complesse, conflitti, aspettative, tensioni sociali crescenti.

L’imprevedibilità – riconosce l’Assemblea – esiste. Ma proprio per questo le amministrazioni sono chiamate a garantire ambienti di lavoro sicuri e dignitosi. Non per privilegio, ma per funzionalità democratica. Perché non si può chiedere a chi tiene insieme le fratture sociali di farlo in condizioni di vulnerabilità strutturale.

Il punto vero, però, sta nel clima. Il documento parla apertamente di “delegittimazioni ricorrenti” e di “rappresentazioni distorte del ruolo professionale” che hanno alimentato sospetti e ostilità. È una fotografia che non riguarda solo i servizi sociali. Riguarda un tempo in cui ogni funzione pubblica è sottoposta a giudizio permanente, spesso sommario.

Quando l’assistente sociale diventa il bersaglio della rabbia, il problema non è solo l’ordine pubblico. È la frattura nel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

La presidente Ellade Peller, nella nota che accompagna il comunicato, chiede attenzione e disponibilità ad approfondire. È un passaggio formale, ma il contenuto è sostanziale: il tema merita spazio pubblico, non archiviazione.

Perché quando chi ascolta viene aggredito, quando chi rende esigibili diritti diventa bersaglio, la domanda non è solo come proteggere un operatore.

La domanda è: che Stato vogliamo nei territori più fragili? Un’istituzione visibile e tutelata? O un presidio lasciato solo davanti alla rabbia? La risposta, questa volta, non può essere rimandata.

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